GIGGI ZANAZZO Trestevere de maggio

È l’alba.
Dagli orti situati dietro le case che fiancheggiano la via Garibaldi, un gallo fa sentire la sua stentorea voce cui, dal prossimo giardino, fa subito eco quella di un altro, e di un altro: e, dopo un breve intervallo di silenzio, ancora quella d’un altro lontano lontano.
Poi silenzio ancora.
Per la strada un vecchietto, dalle spalle rese curve dagli anni, passa frettoloso, gridando con voce monotona:
Aquavitaro!
Don, don, don; una campana quella, di santa Maria in Trastevere, suona l’avemaria del giorno. Ai suoi primi rintocchi, come deste di soprassalto, tutte le campane del rione, quella di san Francesco a Ripa, di san Grisogono, di san Calisto, di santa Dorotea, di santa Cecilia e cento altre, quali vicine, quali più lontane, si risvegliano spandendo la eco dei loro suoni su per il cielo sereno.

Il sole che già indorava dei suoi raggi la vetta del Gianicolo, si va man mano allargando per poi inondare di un terrente di luce il resto del colle, la salita, le vie adiacenti, la villa, gli orti Corsini, e il ponte Sisto.
È Maggio, er mese de l’innamorati: è la festa dei fiori.

La bella trasteverina, alzata, spalanca subito le imposte della finestra, p’arispirà’ un po’ d’aria imbarsimata, e canta:

Tienèteme Tienèteme che vvòlo
Me so’ innamorata de lo cèlo
Lo cèlo è arto, e lo mi’ amore è ssolo

Mentre dalla bottega, alternato ai colpi di martello, sale il canto del fabbro:

Ciavete l’occhio nero, e er petto bbianco,
De quà e dde Ilà ddu’ lampene d’argento:
Chie vv vo’ bene a vvoi diventa santo

E dalle fontane pubbliche :

Pija ‘na lavannara ciumachella,
Che tte la fa portà bianca la maja,
Bianca la maja e la camicia bella.

E da sulle terrazze, le giovinette intente a stenne ar sole la bbucata, si rispondono da casa a casa.

In mezzo ar petto tuo ce so’ ttre cose:
Ce so’ le visciolette e le cerase,
Ce so’ le meravije co’ le rose.

E un’altra:

Avessi la virtù ch’hanno li Dei,
Te vorria corona’ ttutto de fiori,
Pe’ fatte ppiù carino che nun sei

Mentre un conciatetti intento al suo lavoro canta:

Fior de limone,
E’ Ilimone è agro e le fronne so’ amare,
Ma sso’ più amare le pene d’amore.

Camminando lungo le vie, non t’imbatti che in gente allegra, che in volti gioviali. Sembra che la speranza riviva in tutti i cuori. In ispecie in quelli de l’innamorati.
Una tradizione dice che Raffaello, quando la prima volta vide e s’innamorò della bella Fornarina, su quella finestrella fatt’archettto, era di maggio.
Apposta je vorse sempre tanto bbene.
Come se in un amore incominciato in questo fortunato mese sia più viva la fede, maggiore la costanza.

E la notte, mentre la luna splende, come sa soltanto splendere in maggio, sugli usci delle loro case, a piantereno, l’uomo e la donna innamorati, sono in una continua estasi.
Lo sguardo della donna è più carezzante, perche dice un proverbio che:

La luna de maggio fa bbelle le donne

Quindi l’uomo, anche il più rozzo, diviene più cortese, raddolcisce la voce, e parla di speranze future che lontanamente intravvede:

— Eh, Teta, quando saremo sposi! Cha bellezza! Io nun te lasserò mmai mai; sempre assieme co’ tte, ssempre!

Ed ella:

— Davvero? quanto saremo contenti!
— Ma quanno sarà?
— Lassamo un po’ fa’ Iddio!
— No; ssarà ppresto, me lo dice er core. Vedi lassù quela stella che sbrillùccica su le teste nostre? Embè quella è la stella nostra la ppiù bbella!

Ed ella:

— Volesse Iddio!
— Magara!

E se fra due amanti è sorto qualche disgusto, o sse so’ presi collera pe’ sciocchezze de gnente perché:

L’amore non è bbello,
Si non è llitigarello

È maggio, bisogna rifar pace; non ci è via di mezzo. Per questo nei dolci pleniluni di maggio, le serenate in Trastevere sono così appassionate, così frequenti.
Il popolo, eterno cantore delle sue gioie e dei suoi dolori, versa la sua anima nel canto. E il suo canto è come il fiore che si apre la notte a bere la brina e il raggio della luna.
Lui, il damo, per lo più, accompagnandosi sul mandolino o sulla chitarra, canta:

Bella fatte chiama’ cche bella sei
Che ttutt’er monno innamorato l’hai
Faressi innamorà ppuro li dei,
Pe’ quela gran bbellezza che ttu cciai
Perché però ttu ddispettosa sei
E dde l’amanti tui pietà non hai
E nemmanco pietà dder mi’ dolore,
Dirò che in petto tuo nun porti er core.

Bella tu sei er lunedì mmatina,
Massimamente er martedì seguente
Er mercoledì mme ppari una bammina,
Er giovedì ‘na stella arilucente:
Er vennerdì ‘na rosa senza spina,
Er sabbito sei bbella novamente,
La domenica poi quanno t’indorni
Sei ppiù bbella de tutti l’antri giorni.

Ed ella in polacchetta e in vestarella bianca dietro la finestra, le imposte chiuse, pe’ nun fasse vede’ che je la dà vvinta, trepidante, ascolta la voce del su’ regazzo e in cuor suo gli risponde:

Fiore de mela,
Quant’è ccontento er core de chi tt’ama!
E chi nun te po’ ama’, Ddio quanta pena!

Ed il giovanetto. cambiando accordo, canta:

Fior de mentuccia,
Beato chi vve stregne e chi vv’allaccia
Beato chi vve bbacia la boccuccia

Fioretto d’ormo,
Sospiro quanno magno e quanno dormo,
Sospiro quanno in cammera aritorno.

Ve do re la bbòna notte e ppiù nun canto
Bbella nu’ lo pijate per affronto;
Che dde le bbelle, voi portate er vanto.

La luce vespertina morendo in quelle tinte rosee miste a un vivido azzurro, annunciava che il sole era scomparso…
Assorto in mille soavi ricordi, mi fermai sul ponte quattro Capi, attratto dalla vista che mi si parava dinnanzi. E vidi il pittorico Trastevere con le sue vecchie case e le sue torri rovinate, gli avanzi degli archi del vicino ponte, e più in su il tempio di Vesta, il campanile di Santa Maria in Cosmedin, e in lontananza, fra i loro bruni cipressi, le maestose rovine del palazzo dei Cesari.