ANTONIO MANZINI L’amore ai tempi del Covid-19

Era cominciato come un raffreddore dall’altra parte del globo. La maggior parte delle persone reagiva con un’alzata di spalle, i più pessimisti si vedevano già protagonisti del romanzo Anna di Ammaniti, la questura proseguiva il suo lavoro quotidiano.
Poche cose, in realtà. Un furto, un autoarticolato sparito al confine, un paio di spacciatori e una bega al ristorante finita con un ferito e un ictus. Il vicequestore Schiavone in quei giorni tranquilli aveva deciso di non lavorare e lasciare tutte le incombenze al viceispettore Antonio Scipioni, energico, molto più giovane e motivato, felice di poter guidare la squadra. Passava le giornate a fumare davanti al panorama invernale delle Alpi, al cielo grigio, respirando aria di neve che minacciava di voler soffocare la città da un momento all’altro. Poi quel raffreddore da stagionale diventò più grave, moriva gente laggiù, in Cina, e le notizie da fievoli cominciarono a farsi pesanti. Giorno dopo giorno aumentò la fibrillazione, i morti diventarono migliaia, l’alzata di spalle non bastava più. La prima a scatenarsi fu Michela Gambino, il sostituto della scientifica, donna preparatissima, affetta però da un’inclinazione perversa che la costringeva a spiegare ogni evento planetario come conseguenza di un complotto dei poteri forti. Michela, dall’alto della sua sapienza e intelligenza induttiva, diede diverse interpretazioni. La prima, quando i governanti cinesi iniziarono a dare notizia di questo strano virus, proveniente dai pipistrelli, fu puntare il dito contro il WWF. «È chiaro» sosteneva, «i cinesi mangiano i pipistrelli, aggiungete l’aria inquinata, i chirotteri tendono all’estinzione. Questo aumenterebbe in maniera esponenziale la presenza degli insetti che porterebbero malattie all’uomo e agli animali ben più gravi di un potente virus influenzale». Questa teoria della Gambino durò poco. Fu proprio l’agente Deruta a farle notare che sarebbe bastato vietare di mangiare pipistrelli e tutto si sarebbe risolto. La seconda teoria, alla luce della batosta che i mercati cinesi avevano preso dopo alcuni giorni dalla diffusione del virus, fu il complotto statunitense. «L’hanno messo loro in circolo questo virus, perché l’economia cinese ha superato quella statunitense, andava fermata. Con le armi non si può, quindi hanno pensato al virus. Subdolo, silenzioso, esiziale perché uccide la fiducia in un paese. E gli investitori devono fidarsi di un paese per metterci i soldi». Fu Italo Pierron a farle notare che però sguinzagliare un virus nel 2020 non è proprio come nel medioevo. Ci sono treni, aerei, e in un attimo questo maledetto virus si sarebbe espanso in tutto il mondo, anche negli Stati Uniti d’America. «È un po’» le disse, «come il marito che si taglia l’uccello per far dispetto alla moglie». La Gambino si riservò di pensarci e aspettare. Se il virus non avesse raggiunto l’America, allora lei avrebbe avuto tutte le ragioni del mondo. La terza teoria riguardava i Falun Gong, movimento pseudo religioso avversato dal partito comunista cinese, che avrebbe liberato il virus per vendicare i propri esponenti imprigionati dal governo e utilizzati come pezzi di ricambio per i malati terminali. Questa teoria ebbe vita breve, come la quarta, che voleva il virus scatenato dai tibetani in risposta all’occupazione della loro terra da parte dei cinesi. «Vedrete che Richard Gere il virus non lo prenderà mai!» andava dicendo. Ma sia come sia, passarono i giorni e il virus, da calamità cinese, si era trasformato in fatto nostrano. Di tutto aveva bisogno l’Italia, tranne essere invasa da un virus assassino a forma di corona. L’economia traballava, la classe politica pure, la stima mondiale per il paese era ai minimi termini. L’infezione partì in sordina ma quel bastardo di Covid-19, questo era il nome scientifico del virus, si trasmetteva con uno starnuto, una stretta di mano, un respiro. In pochi giorni, un po’ alla volta, l’intero paese, primo in Europa, si fermò. A chiudere i battenti furono inizialmente le regioni del Nord, poi man mano che il male si espanse nella penisola, il resto del belpaese sprangò porte e finestre lasciando le città vuote in un paesaggio degno di De Chirico. Avevano forse ragione quelli che si sentivano protagonisti di Anna di Ammaniti? Fatto fu che gli italiani, nella stragrande maggioranza, capirono il momento terribile che il paese stava attraversando e si chiusero in casa, un po’ per la paura, che i mezzi di comunicazione trasformarono in terrore puro, un po’ per quel barlume di coscienza civile che ancora allignava nei cuori e nelle menti dei cittadini che compresero che l’ammalarsi avrebbe ucciso anche la sanità, alle prese con una situazione mai sperimentata prima. Gli ospedali si riempirono in pochissimo tempo, le terapie intensive, dove venivano ricoverate le vittime, stavano scoppiando. Non c’era più posto per i nuovi ammalati e i medici cominciarono a dare la precedenza ai più giovani o a quelli con le aspettative di vita migliori. Ci fu l’esplosione dei tuttologi in televisione e sui social. Gente che aveva strappato la licenza liceale coi denti si improvvisò infettivologo, dicendo la sua sulla natura del Covid-19. Teorie mediche parlavano di vaccini e medicinali miracolosi: sieri antivipera sconfiggevano il contagio, impacchi di saliva di mucca lo fermavano per sempre, una masturbazione compulsiva e selvaggia lo indeboliva, il Frascati bianco Est! Est!! Est!!! scioglieva la corona del virus e rendeva immuni i bimbi sotto i 6 mesi. Ed esplosero teorie che surclassarono quelle della Gambino. Massoni, i 300, Bildenberg, la Stasi, il Mossad, tutti potevano essere i colpevoli. Irritante fu sentire la crema dei cialtroni inglesi o argentini parlare male del nostro paese dall’alto della loro spocchia e della loro ignoranza. «Gli italiani ne stanno approfittando per fare la siesta» disse un povero idiota sedicente medico anglosassone. «Ha colpito l’Italia perché lì la sanità fa schifo» tuonò un coglione infettivologo argentino, laureato forse in araldica. Medici e infermieri invece, erano gli eroi. 24 ore al giorno a lavorare, a rischiare, non avevano tempo per queste sciocchezze, non avevano tempo di rispondere a ebeti che affermavano che il virus fosse poco più di un raffreddore, che c’era sempre stato e si stava esagerando. No, loro con una mascherina e un paio di guanti curavano la gente che usciva sana e vittoriosa da quel male. Producevano insomma i fatti, non le chiacchiere. Rocco Schiavone era un poliziotto, lui in casa non poteva rinchiudersi. E ringraziò il cielo perché era impossibile dividere 24 ore al giorno una ottantina di metri quadrati con Gabriele e Cecilia. Siccome il decreto ministeriale aveva dato il permesso di uscire solo per incombenze come spesa, recarsi in farmacia e portare a pisciare il cane, Lupa fu lasciata a Gabriele che con la scusa dei bisogni canini si andava a prendere una boccata d’aria 18 volte al giorno. Fu un periodo bello per i cani, all’inizio, poi divenne un incubo. Ogni tre secondi si ritrovavano il guinzaglio addosso per uscire e se i primi tempi le bestiole presero quella novità come un bellissimo regalo, con l’andare dei giorni cominciarono a spaventarsi. Non potevano permettersi un riposino o rimanere a poltrire sul divano. Ogni mezz’ora bisognava uscire, anche se pipì non ne avevano più e cacca neanche a pensarci. Qualche padrone aggiunse il Lasix alla ciotola dell’acqua, molti cani cominciarono ad avere problemi renali, altri dimagrirono in maniera esagerata, i più fortunati riuscirono a scappare. Verso il sesto giorno invalse l’uso di cantare a squarciagola da finestre e balconi. Soprattutto l’inno di Mameli, cosa che costringeva i carabinieri in pattuglia di controllo a fermarsi sull’attenti e salutare un’immaginaria bandiera. I bar erano chiusi, così le librerie, cosa che lasciò indifferente il 90 per cento della popolazione. Le profumerie invece erano aperte e gli unici corrieri che potevano viaggiare in lungo e in largo portando nelle case gli oggetti più disparati erano quelli delle multinazionali dell’e-commerce.
Insomma, i giorni passavano lenti in quel grande carcere in cui s’era trasformata l’Italia. Le città vuote, l’aria pulita, il nervosismo che cresceva fra le pareti domestiche, le difficoltà di chi aveva negozi o piccole attività che vedeva anni di sacrifici bruciarsi in poco tempo, la disperazione dei ladri d’appartamento. Molti decisero di approfittare di quel fermo biologico per studiare una lingua on line, imparare uno strumento, scrivere un libro, dedicarsi alla meditazione, progetti di possibile attuazione solo se non si avevano bambini in casa, e soprattutto cucinare. Lo sfogo principale degli italiani avveniva lì, davanti ai fornelli. Crostate, paste al forno, arrosti, salse, pizze di scarola, fu un incubo di trigliceridi. Tutti mangiavano come se non ci fosse un domani. Barattoli di Nutella duravano 24 ore, chili di pasta sparivano in un weekend, milioni di uova, montagne di plastica, cassonetti che si riempivano alla velocità della luce mettendo in crisi anche quelle città, come Roma, che avevano un ottimo servizio di smaltimento rifiuti. Qualcuno scoprì anche i libri, quei curiosi parallelepipedi in bella vista che mai mano familiare aveva sfiorato. Chi non ne aveva cominciò a leggere vecchi elenchi del telefono ritrovati in cantina. «Pensa un po’? De Santis Giuseppe nel ’95 ha cambiato numero». «E chi è?». «Cazzo ne so?». Film e serie salvarono le serate. Fossero thriller, horror, cartoni animati, documentari, gli italiani divennero presto preparatissimi su stili contenuti e forme del nuovo cinema coreano, disquisivano sulle scelte poetiche di registi iraniani mai sentiti prima, si azzuffavano, on line, sulle priorità narrative di cineasti del Burkina Faso. Quella vita forzata nei pochi metri quadrati di un appartamento, carcere familiare da scontare senza aver commesso alcun delitto, quel regime coatto fra persone abituate a vedersi al massimo per un paio d’ore al giorno, quella mancanza di riservatezza, di solitudine, di spazio, di silenzio stava mettendo a dura prova i nervi delle genti italiche, dall’Alpi ai Nebrodi, dal Busento al Po. E la cosa non poteva durare. La bomba sociale era innescata, il conto alla rovescia era partito, si trattava solo di aspettare.
E il fattaccio arrivò.
«Dotto’, fra cess servt fgt affare».
«D’Inti’, se non ti levi la mascherina non capisco un cazzo».
D’Intino eseguì. «Dotto’, ha successo nu brutto affare».
«Dimmi».
«A via… mo’ non mi ricordo, insomma… ci sta un decimo livello, come lo chiama lei».
Schiavone alzò gli occhi al cielo. Tolse i piedi dalla scrivania, gettò la «Settimana Enigmistica» e spense la sigaretta. «Chi c’è oggi di turno?». «Io».
«E questo lo vedo. Poi?».
«Ci sta Antonio e pure Casella».
Si avvicinò all’attaccapanni per prendere il loden. D’Intino fece due passi indietro. «Che è?».
«Dotto’, avemo a sta’ a nu metro e mezzo. Disposizioni!».
«Hai ragione, D’Inti’. Facciamo che io e te stiamo a quattro metri?».
«Come comanda… dotto’, ’sto Covid-19 dove sta nella classifica?».
«Ha superato il decimo livello, D’Inti’».
Passarono in corridoio. «Che poi io penso una cosa».
«Tu?» chiese scettico il vicequestore.
«Shine. Ma se questo è il Covid-19, ci starà pure lu 20, lu 21, lu 22?».
Schiavone non seppe rispondere.

Antonio e Schiavone salirono in auto. «’Ste cazzo de mascherine» bofonchiò il vicequestore. Antonio sorrise, ma Rocco non se ne accorse. «Così fumi di meno».
«Dici?».
«E per forza. Allora il fatto è questo. A via Brocherel stamattina è stato trovato morto nella vasca da bagno Manlio Sperduti».
«Vai avanti».
«Di mestiere parrucchiere. Con lui vivono la moglie, Lorenza, e due figli, Cristina e Giuseppe, anni 8 e 10, il fratello della moglie, Pietro, e i genitori della moglie».
Rocco strappò un pezzo di mascherina in corrispondenza della bocca e ci infilò una sigaretta. «A che ora è successo il fatto?» chiese accendendosi la Camel.
«La moglie l’ha trovato alle nove e mezza… ci ha chiamato subito».
«La Gambino?».
«Ma stai fumando con la mascherina?» disse Antonio.
«Ripeto: la Gambino?».
«Era a casa. È stata allertata. Fumagalli è già sul posto».
«E te pareva».
Incrociarono una pattuglia dei carabinieri. «Che poi ’sta cosa dell’autocertificazione mica l’ho capita» disse Antonio. «Tu scrivi che stai andando al supermercato, e se poi invece vai a trovare una persona e in macchina ti porti le buste della spesa piene?».
Rocco non rispose. Guardava il cielo grigio e la neve che era ancora sulle cime dei monti. «Non lo so, so solo che sogno i Promessi sposi» disse.
«La peste a Milano?».
«No, l’addio ai monti».

L’agente Casella era davanti all’ingresso dell’appartamento. Indossava una curiosa mascherina rosa. Salutò con un gesto il vicequestore. «Dotto’, sto fuori perché dentro non si entra. C’è già Fumagalli».
Rocco lo superò. Antonio preferì attendere sul pianerottolo. Due vicini di casa fecero capolino, l’avvenimento poteva farsi interessante, un bel diversivo per trascorrere il pomeriggio e la serata, ma un ordine perentorio di Scipioni li fece rientrare nel guscio come la testa di una tartaruga. La casa era di 90 metri quadrati. In fondo al corridoio la stanza dei bambini, accanto quella matrimoniale, nel saloncino con l’angolo cottura si apriva un piccolo balcone che fungeva anche da sgabuzzino. La stanza da letto accanto all’ingresso era aperta. Due anziani, seduti sul materasso con indosso la mascherina, si tenevano le mani e pareva tremassero. La moglie e i figli erano in salone seduti sul divano a due posti. Pallidi, sconcertati, dalle mascherine spuntavano gli occhi enormi, sconvolti. Sulla poltrona invece stava un ragazzo di una trentina di anni. Anche lui con la mascherina, guardava il pavimento e non alzò lo sguardo. «Salve» disse Rocco. «Schiavone, vicequestore…».
«Lorenza Sperduti» disse la donna, «loro sono Cristina e Giuseppe» e cominciò a piangere.
«Ciao» disse la bambina, «papà è morto in acqua!» fece divertita.
«Lei chi è?» chiese al giovanotto, che non rispose.
Lo fece la donna per lui. «Lui è Pietro, mio fratello…».
«E i due signori di là?».
«Nonno e nonna» rispose la bambina. «Sono vecchi vecchi e sono molto spaventati. Se arriva il virus muoiono subito».
Ascoltare la bimba Cristina ricordò a Rocco tutti i motivi della sua avversione per gli esseri umani al di sotto dei 21 anni. «Lei fa il poliziotto?» gli chiese. Rocco lasciò il salone senza risponderle. Il bagno, a metà del corridoio, aveva la porta accostata. Schiavone la spinse. Fumagalli era in piedi davanti alla vasca da bagno. Dentro c’era il corpo di Manlio Sperduti. Una paperella gialla e un Batman di gomma galleggiavano accanto all’addome sporgente. Gli occhi erano spalancati, terrorizzati. I capelli lunghi nuotavano come alghe. Una mano attaccata al tubo dell’acqua, l’altra afflosciata accanto al corpo. Un filo elettrico nero si perdeva fra la schiuma nel grigiore dell’acqua stantia. A terra, vicino al tappetino, un cacciavite a stella col manico rosso.
«Ti dispiacerebbe stare a un metro e mezzo?» disse Fumagalli.
«Non ci sono un metro e mezzo qui dentro. Accontentati. Allora, com’è morto?».
«Non ci vuole un genio» rispose Fumagalli, che si era alzato la mascherina sulla fronte. Afferrò il filo nero e lo tirò su, come se stesse pescando. All’altro capo c’era attaccato il fon. «Fulminato» disse indicando la presa di corrente vicino allo specchio. «Arresto cardiaco, blocco respiratorio e, guarda la pelle? Lo vedi, è colorata… sono ustioni su tutto il corpo».
«E il salvavita?».
«Mah… non è entrato in funzione. Conta che in questa casa c’è un carico di parecchi chilowatt».
Schiavone scosse il capo. «Lo porti via?».
«Sì, ora viene la mortuaria, ma c’è poco da studiare».
«Faccio repertare dalla Gambino il fon, ma che vuoi trovare? Questo è un omicidio familiare».
«Quanta gente abita qui dentro?» chiese Fumagalli.
«Sono in sette, mi pare».
«E io che mi lamento di stare da solo in 70 metri quadrati!».
«Non sei sempre da solo» fece Rocco, «la Gambino a casa tua non viene mai?».
«No carino, vado io nella sua. 180 metri sul portico romano!» e gli fece l’occhiolino.
«Sei un uomo squallido e profittatore… stammi bene».
Mentre Fumagalli infilava un paio di guanti di plastica, Rocco tornò in corridoio. «Antonio!» chiamò. Quello si affacciò sull’uscio. «Inutile dire che nessuno può uscire. E non devono usare il bagno».
«E come fanno, dotto’» si intromise Casella, «ne hanno solo uno».
«Si procurassero un bugnolo. Antonio, io e te torniamo in questura. Chiama Deruta e Italo, falli venire al lavoro. Si mettano a cercare dettagli su questo Manlio Sperduti». Scendendo le scale incrociarono la Gambino che appena li vide si paralizzò. Alzò il braccio.
«Fermi!» ordinò. Rocco e Antonio si congelarono sul primo gradino. «Che è?».
«Siete privi di mascherina e di guanti».
«Vabbè, è che…».
«È che niente! Ora voi con calma finite di scendere, poi uscite dal portone e solo allora passerò io. Magari siete infetti».
«Miche’, può essere». Rocco e Antonio ripresero a scendere i gradini mentre Michela indietreggiava di tre passi. «Bene» disse il sostituto, «adesso uscite!». Rocco e Antonio rimasero sull’uscio del portone a osservare Michela prendere dalla sua borsa un nebulizzatore e spruzzare un liquido nell’aria. «Che fai?» le chiese Rocco.
«Sterilizzo l’aria…».
«Amuchina?».
Michela scoppiò in una risata che gonfiava e sgonfiava la mascherina a dodici filtri che portava sul viso.
«L’amuchina è solo un lontano parente di questa cosuccia qui. L’ho creata io in laboratorio. Le resiste solo l’uranio impoverito! Amunì, buon lavoro!».
«Anche a te» fece Rocco. Una volta fuori nella città deserta scosse la testa. «Roba da matti…» mormorò.
«Be’, una cosa è sicura» aggiunse mentre si dirigevano verso l’auto. «Se non esce nessuno non esce neppure un assassino».
«Giusto» disse Antonio, «a meno che uno l’assassino non ce l’abbia in casa».
Rocco sorrise e montò in macchina.

Gabriele la mattina doveva collegarsi con la scuola per le lezioni. Sul monitor si avvicendavano i visi dei professori che facevano didattica da casa, su una lavagnetta bianca scrivevano formule, verbi latini, versi greci. Aveva preso otto in letteratura all’ultima interrogazione, la prof non si era accorta che dietro il monitor del computer c’erano Rocco e Cecilia che gli suggerivano le risposte. Dal punto di vista scolastico tutto bene. Il resto della giornata era un incubo allo stato puro. Non ne poteva più. Non si vestiva prima delle tre del pomeriggio, aveva scoperto che bastava infilarsi un maglione e i professori dall’altra parte del video erano convinti che fosse completamente abbigliato. Rocco lo aveva costretto a una dieta povera di zuccheri: «Diventi ipercinetico se te magni tutte quelle merendine, e la casa è di 80 metri quadrati!». Cuffie alle orecchie, ascoltava i suoi dischi a tutto volume. Suonava ogni tanto la chitarra e passava una quantità di ore imbarazzanti in bagno. Due occhiaie color nero di seppia si erano già scavate intorno alle orbite, Rocco pensava fosse il caso di una visita oculistica se avesse continuato con quel ritmo masturbatorio. L’unica boccata d’ossigeno era Lupa che ormai viveva col guinzaglio agganciato. Gabriele girava col cane per la città spettrale senza incontrare anima viva, ma almeno usciva. Si era spinto fino all’arco di Costantino, al criptoportico, alla funivia, chiusa, per Pila. Cecilia gli aveva consigliato di approfondire la lingua inglese, ma Gabriele lo faceva solo giocando on line a World of Warcraft con dei ragazzi gallesi fino alle tre del mattino. Per Gabriele quella clausura era un incubo, non se ne vedeva la fine, la notte sognava gli zombie, i campi di sterminio, clown assassini. Invidiava i poliziotti e i carabinieri che andavano in giro a lavorare, e quelli che abitavano in montagna, isolati, che potevano uscire quando e come volevano e farsi passeggiate nei boschi. Lui, relegato in città, si sentiva mancare l’aria. Per fortuna Rocco gli diede da leggere Il conte di Montecristo e Papillon e Gabriele scoprì la sua passione per la letteratura.

Il giorno dopo in questura Rocco riunì la squadra. «Le novità sono le seguenti» fece Antonio che leggeva degli appunti davanti a Italo, Casella, D’Intino, Deruta e Rocco. «Il salvavita, qualcuno lo ha disinnescato smontando il quadro elettrico».
Tutti mormorarono e annuirono, tranne Rocco che fumava e guardava il soffitto. «La Gambino ci informa che i capelli della vittima erano asciutti sulla parte superiore del cranio, secchi, dice lei, e azzarda che il poverino ci stava passando il fon prima dell’incidente».
«Ottimo. Altro?».
«Niente debiti. Sul cellulare solo chiamate ad amici e colleghi, al momento non si evince presenza di amanti o altre amenità».
«Giocava?».
«Solo sul computer, a Bubble Saga».
«Si drogava?».
«Fumagalli non ha riscontrato presenza di oppiacei o acidi nel sangue. Neanche di alcol».
«Bene!» fece Rocco alzandosi. «Cominciamo a sentire i familiari. Prima la moglie».

Lorenza e i figli furono i primi ad essere scortati da lui. La donna, seduta davanti alla scrivania, aveva il viso sconvolto. «Come andavano le cose con Manlio?».
«Bene, dottore» rispose mentre Cristina saltava sul divano di pelle del vicequestore. «Cristina, calmati!».
«Un due tre, quattro cinque e sei! Un saltino e sono sulla gamba di costei!» cantava a squarciagola.
«Cristina!».
«Mamma?» urlò il maschietto. «Ho fame!».
«Un momento, Giuseppe» e la donna, paziente, prese dalla borsa una merendina al cioccolato, la scartò e la diede al suo pargoletto.
«Un due tre… quattro cinque e sei!».
«Può dire alla bambina di non saltare a piedi uniti su una proprietà dello Stato?».
«Finiscila, Cristina!».
«Non mi piace» fece Giuseppe restituendo la merendina alla madre. Aveva la bocca e le mani già impiastricciate di cioccolato.
«La vuoi all’albicocca?».
«… sulla gamba di costei! Un due e tre…» continuava a cantare la bimba.
«L’albicocca non mi piace!».
«Bambina, giù dal divano» urlò Rocco. Cristina scoppiò a piangere e si ritirò fra le braccia della madre.
«L’albicocca non mi piaceeeee!» protestò a squarciagola il ragazzino. «Voglio latte e chocos».
«Ma qui siamo in questura, amore, latte e chocos non ci sono. Vero, dottor Schiavone?».
«Direi di no».
«Sentito cos’ha detto il signore?».
«Brutto!» urlò Cristina a Rocco, poi corse allo schedario.
«Voglio i chocos» insisté il maschietto.
«Signora, per favore, mi risponda. C’erano problemi nella vita di suo marito?».
«Che cos’è?» urlò Cristina.
«Uno schedario, bimba. Non lo toccare» fece Rocco. Invece la ragazzina cominciò ad aprire i cassetti. «Dentro un vaso di porcellana c’era rinchiusa una bella cinesina che danzava la danza americana, che danzava coll’ombrellin!».
«No, dottore, niente di anormale. Voglio dire, prima di tutto questo, il negozio andava benone, c’erano clienti e…».
«Dentro un vaaaso di porcellaaaana!».
«Lascia stare i cassetti, Cristina!».
«C’era rinchiusa una bella cinesina! Ma dov’è? Qui non c’è?».
«Non c’è perché sono dei cassetti!» le gridò Rocco.
«Allora voglio i wafer» insisté il maschietto.
«Non ce li ho!» disse disperata la madre.
«Uuhhh!» la bimba si precipitò alla macchina per il caffè che Rocco ormai teneva sempre accesa per evitare di andare al distributore. «Che è questa?».
«Aveva nemici? Guai economici?».
«No, dottore. Manlio mi diceva tutto. Le cose andavano benone, a parte mio fratello. L’ha visto in casa, no?».
«Sì».
«Che cos’è?» urlò ancora la bambina.
«Cristina, per favore, sta’ un po’ calma» poi la donna guardò il vicequestore. «È un incubo, un incubo…».
Rocco non capì se si riferisse alla figlia o alla prematura scomparsa del consorte.
«Che cos’è?» chiese Cristina per la terza volta battendo il piede per terra.
«Il cazzo che ti si frega» avrebbe voluto risponder Rocco, invece prese un respiro e disse: «È la macchi-
na per fare il caffè. Non la toccare!».
«Uhhh. Un, due, tre: la Peppina la fa il caffè, fa il caffè con la cioccolata, la Peppina l’è malata».
La bimba danzava in mezzo alla stanza. Giuseppe invece aveva preso a masticare un biscotto che la madre, distrattamente, gli aveva allungato.
«Ma voi a casa il salvavita non l’avete?».
«Certo che l’abbiamo, dottore. Mio Dio, come faccio… come faccio…».
«Ma malata no, non è, sol per prendere il caffè!».
«Le cose fra voi due?» le chiese Rocco.
«Tra me e mio marito? Normali, come tutti».
«E la mamma, che lo sa, il caffè non glielo dà. No no no, non glielo dà! Guardaaaa» urlò ancora la bambina e si scagliò sulle ciotole di Lupa. «C’è un cagnolino qui?».
«No, bambina, un maiale» rispose Rocco, «un maiale che si mangia i bambini scassacazzi come te!». Avrebbe dovuto provare pietà per quella creatura che aveva appena perso il padre, ma il cervello obnubilato dalle frequenze della sua vocina, dalla faccia antipatica, dal fratello che ingurgitava biscotti, aveva reagito in difesa e non poté fermare quella frase. Ormai l’aveva detta. Si scusò con la madre, ma la frittata era fatta.

Il secondo a passare fu Pietro, il fratello della moglie. Neanche trent’anni, aveva dei numeri tatuati sul collo, doveva essere la sua data di nascita. «Lei che lavoro fa?» gli chiese il vicequestore.
Pietro alzò le spalle. «Niente…».
«Che lavoro ha fatto?».
«Ho lavorato un po’ come tornitore, a vent’anni. Poi qualche mese all’autofficina, ma… non lo so… non faceva per me». Aveva una voce secca e cavernosa, sbatteva le labbra e sembrava portasse in bocca una noce con tutto il guscio.
«Capisco. Da quanto vive con la famiglia di sua sorella?».
«Da sette anni».
«E in sette anni non è riuscito a trovare un lavoro?».
Il ragazzo si innervosì. «Cos’è? Mi sta facendo un processo?».
«No, voglio capire perché uno a trent’anni sta a casa della sorella».
Pietro si guardò le mani. «Perché casa dei miei genitori l’abbiamo venduta».
«Ah, altrimenti starebbe con loro?».
«Con chi? Con quei due vecchi rincoglioniti? Ma per carità!».
Rocco si grattò la barba. «Sì, ma sempre con quei vecchi rincoglioniti sta vivendo, no? In più su un divano letto».
«Già» il ragazzo sorrise. Aveva i denti scoperti e le gengive arrossate. «Però non alle loro spalle, non possono ricattarmi».
«Meglio alle spalle di suo cognato, no?».
Il ragazzo si lasciò andare sulla poltrona bofonchiando qualcosa, Rocco lesse con chiarezza che lo aveva appena mandato a fare in culo.
«Poteva provare a lavorare con Manlio, no? Al negozio?».
«Mi ci vede a tagliare i capelli?» chiese Pietro con un sorrisino ironico.
«E in che cosa dovrei vederla?».
Alzò le spalle e non rispose. Il vicequestore avanzò un poco col busto verso il ragazzo e lo guardò negli occhi. «Quanta ne tiri al giorno?».
«Eh?».
«Coca. Quanta ne tiri al giorno?».
«Io? Io non tiro la coca!».
«Ah no?».
«No!».
Rocco sorrise. «Sei nei guai?».
Pietro si alzò dalla poltrona. «E con chi? Perché? Lei si sta proiettando un film tutto suo».
«No, io osservo. E guardo. Ti tremano le mani, hai le gengive distrutte, salivazione azzerata. Vuoi farmi sentire l’alito o ti arrendi e mi dici la verità?».
Pietro abbassò la testa. «Ogni tanto, alle feste, con qualche amico…».
«Per ridurti così altro che ogni tanto. Te la curi la xerostomia?».
Si passò la mano nei capelli. «No, ma adesso smetto. Infatti sto approfittando di questa chiusura, mi faccio la rota».
Rocco annuì e si accese una sigaretta. «Dove li prendi i soldi?».
Pietro non sapeva che dire.
«A casa? Chi te li dà? Tua sorella? Tuo cognato?».
«Un po’ e un po’…» poi improvvisamente scoppiò a piangere. «Per favore, mi lasci andare a casa… non… non ce la faccio più… io non ho fatto niente!».

La terza a passare fu la madre di Lorenza, la signora Maria. 72 anni, gli occhi lontani e umidi, aveva i capelli azzurri e teneva le mani in grembo.
«Da quanto tempo lei e suo marito vivete a casa di suo genero?».
«Eh… da sette anni…».
«In questi sette anni le cose come sono andate?».
«Eh… bene» e non aggiunse altro.
«Perché avete venduto la casa?».
«Ma, sa, eravamo vecchi…».
«Sette anni fa, signora, lei aveva 65 anni, mica era vecchia!».
«Eh, insomma…».
Rocco prese un respiro. Poi proseguì. «Allora, mi dice com’è andata? L’avete venduta e?».
«Abbiamo preso i soldi. Egisto li ha messi sul conto. E vivevamo con quelli. Fu mia figlia ad avere l’idea».
«Cosa le disse?».
«Eh… disse: papà, mamma, venite a vivere con noi!».
«E lei accettò?».
«Mio marito disse di sì…».
«Posso chiedere quanti soldi avete guadagnato dalla vendita della casa?».
«Non lo so, lo sa mio marito… io faccio solo la spesa».
Rocco annuì. «Ma non le sembrò una violenza entrare in casa di sua figlia e di suo marito, che già avevano due bimbi, quando aveva una casa sua, due belle pensioni e non era poi così vecchia?».
«Eh…». Quei piccoli «Eh» che ogni tanto tirava fuori erano come delle leggere perdite di fiato. Li accompagnava sempre con un’alzatina di spalle guardando in terra. «Eh… sì, però… vede?, mio marito diceva che risparmiavamo, tutta la famiglia avrebbe risparmiato, no?».
«Signora, è mai stata felice?» le chiese.
«Eh…» rispose quella.
«Manlio come stava?».
«Non lo vedevo quasi mai. Usciva la mattina presto, mangiava fuori, rientrava solo per cena verso le nove e io e mio marito eravamo già a letto. Solo la domenica, ma di solito andavano in gita, anche se pioveva…».
«Non mi stupisce» fece Rocco a bassa voce.
«E il lunedì quando il negozio era chiuso, Manlio ci andava lo stesso per le pulizie».
«Quindi a Pasqua e a Natale passavate qualche giorno insieme».
«No. Lui andava dai suoi genitori in Puglia… eh… sua madre e mio marito non andavano d’accordo…».
«Ma lei, si ricorda che faccia aveva Manlio?».
«Poco…».

Per ultimo si presentò Egisto. Piccolo di statura, occhi azzurri e freddi, labbra sottili. Aveva la fronte stretta e il muso allungato che finiva con una «o», le orecchie a sventola, Rocco lo classificò immediatamente come un Macaca Sylvanus, o Bertuccia.
«Allora, signor Petrini, lei lavorava…». Rocco lesse un paio di appunti.
«Geometra!» disse con orgoglio. «Io ho progettato e costruito la casa dove abitavo, dove è nata Lorenza».
«Perché l’ha lasciata?».
«Ci sembrava giusto, e poi così io e mia moglie avremmo avuto una sicurezza economica per il futuro. Insomma, una casa in meno, meno spese, più soldi per una vecchiaia serena».
«Leggo qui che lei è stato negli alpini!».
«Sissignore. Brigata Taurinense, di stanza in Val di Susa. E mi lasci dire, commissario…».
«Vicequestore…».
«Come?».
«Sono un vicequestore, non commissario».
«Come preferisce. Mi lasci dire che questo raffreddore che lascia tutti a casa è ri-di-co-lo! Noi con la febbre a 39 si andava ai passi a svernare, altroché».
«Aveva rapporti buoni con Manlio Sperduti?».
«Bah! Buongiorno e buonasera. La vuole sapere la verità? Lui a casa sua non mi ha mai voluto. E io non ho mai voluto lui. Si figuri, d’altra parte non ci capivamo».
«Perché?».
«Manlio era un debole. Veniva da Lecce».
«E allora?» chiese Rocco con un ruggito.
«Diciamo che le abitudini laggiù sono molto diverse dalle nostre».
«Dalle nostre di chi?».
«Mie, di mia moglie, di mia figlia. Non dovevano sposarsi. Quando mi disse: papà, sono incinta, mi disperai».
«Eppure non le faceva schifo farsi mantenere a casa sua, coi soldi che Manlio guadagnava in negozio».
«Bah! Si figuri, un parrucchiere!» e divertito si mollò una manata sul ginocchio.
«Cos’ha che non va un parrucchiere?».
«Ma cos’è un mestiere, tagliare i capelli? Quando ero alpino bastava una macchinetta!».
«Se la vede sua moglie coi capelli a zero?».
«Perché no? Magari le donano pure» e scoppiò a ridere. «No, caro commissario…».
«Vicequestore» insisté Rocco.
«Sì, insomma, caro lei. Manlio si faceva mettere i piedi in testa da tutti. Dalla shampista in bottega, dai bambini… sa quante volte ho provato a dirgli: Tu li devi educare! Quando io davo un ordine, a casa, Lorenza scattava come una molla, altroché!».
«Signor Petrini. Perché non se n’è andato da quella casa?».
«Perché la mia presenza lì ormai era una missione. Spreco di cibo, di elettricità…».
«Non mi pare il caso di nominarla…».
Ma l’uomo non ascoltò. «Di telefono… di acqua. Il bagno, per esempio. Ma c’è bisogno? Una doccia di due minuti basta e avanza!».
«In questo devo darle ragione, visto com’è andata. E senta, sempre per rimanere nel familiare, com’è che a lei, che mi pare un uomo tutto d’un pezzo, è venuto un figlio tossico?».
Egisto Petrini guardò Rocco negli occhi. «Cosa?».
«Suo figlio, Pietro, che lei ha avuto in tarda età suppongo… è un cocainomane, lo sa?».
«Come si permette?».
«È la verità!».
«Mio figlio non ha ancora trovato la sua strada, ma è un genio! Lo sa che a undici anni era capace di aggiustare una radio solo con un cacciavite?».

Era tarda sera quando Rocco si fece accompagnare da Antonio a casa di Manlio Sperduti. Trovò la famiglia intorno al tavolo. Tutti seduti tranne Cristina che, sulla sedia, recitava la Vispa Teresa a squarciagola e Giuseppe che correva intorno al tavolo fingendo di cavalcare un destriero. Rocco salutò appena, poi guardò Pietro che stava per infilarsi in bocca una forchettata di fettuccine. «Pietro, ti dispiace seguirmi?».
Il ragazzo guardò la sorella, la madre e infine il padre.
«Che male ti fo?» gridava intanto Cristina. Il giovane si alzò strascinando la sedia mentre Rocco gli si avvicinava togliendosi la mascherina. «Quando gliel’hai spiegato a Manlio?».
«Cosa?» disse deglutendo.
«Come si stacca il salvavita?».
Pietro guardò prima il vicequestore, poi Antonio.
«Non… ricordo. C’era stato un guasto all’impianto, due mesi fa, io lo aggiustai e… sì… lui era accanto a me e mi chiese tutto. Perché, mi disse, se dovesse succedere e tu non ci sei, almeno so aggiustarmelo da solo».
«Grazie Pietro. Torna pure a mangiare…» gli disse Rocco. Poi si rivolse a tutti. «Buon appetito… e complimenti, è proprio una bella famiglia del cazzo la vostra!».
Egisto scattò in piedi. «Come si permette!».
«Seduto, Petrini!». L’ex alpino obbedì. «Signora, porti via i bambini».
«Come?».
«Ho detto getti in camera questi due rompicazzo che è meglio non ascoltino».
Lorenza prese per mano Giuseppe che riluttante si fece trascinare fino alla stanza. Cristina invece, spaventata, seguì docile la madre. Quando Lorenza tornò, Rocco si appoggiò allo stipite della porta del salone. «È morto Manlio, ma avessi visto una lacrima in ognuno di voi. Poco più di un coinquilino. Non siete colpevoli della caduta del fon in acqua, no. Quello l’ha fatto Manlio, da solo. Non ce la faceva più. E questa reclusione lo ha spinto a trovare il coraggio di togliersi la vita. No, voi l’avete ucciso piano piano, negli anni. Siete responsabili morali della sua morte e per voi provo un disgusto senza pari. Non posso augurarvi una vita di merda, già la condividete, ma almeno considerate questa galera forzata la giusta punizione che spetterebbe a ciascuno di voi. A mai più rivederci, famiglia Sperduti. Annamo Anto’» e insieme al poliziotto lasciò la casa di via Brocherel.

Quando la sera tornò a casa, Rocco trovò apparecchiato. Cecilia aveva cucinato una pizza di erbe, Gabriele s’era fatto la doccia e in televisione li aspettava una puntata di «The Walking Dead», serie sugli zombie che Gabriele amava più di se stesso. «Giornata dura?» gli chiese Cecilia versandogli un goccio di Barbera. Rocco li guardò, gli prese le mani e disse: «Sono felice di passarmela con voi ’sta chiusura. Buon appetito!».
«Però le mani te le devi lavare!» gli risposero in coro.

Quei giorni maledetti e surreali finirono e lasciarono agli italiani qualche eredità. Orrendi lutti, dolore e lacrime, ma anche abitudini apprezzabili per chi ebbe la fortuna di sopravvivergli. Non ci fu più la stretta di mano, sostituita da un inchino e una riverenza, gesti cari a una pièce goldoniana, nelle file si stava a un metro di distanza l’uno dall’altro rispettando gli spazi vitali, non ci si baciava più sulle guance al primo incontro ma almeno al quarto, si starnutiva con la mano davanti al viso, il valore della vita non era più legato all’età, ma tornava a essere un valore assoluto e si ricominciò ad uscire perché si voleva socializzare e parlare con gli altri, vedere spettacoli, ascoltare concerti, lontani dalla televisione e dalle stronzate on line; si riscoprì l’importanza della lettura e si imparò a convivere coi propri familiari, mogli, mariti, compagni, compagne, figli, zii, nonni suoceri e generi smussando un po’ il proprio egoismo e contando fino a 10, nel migliore dei casi. Qualche volta si dovette arrivare a settecentocinquantaquattro. In generale tutti gli italiani si trovarono d’accordo col dire che quel male qualcosa di buono lo aveva portato. Soprattutto non si videro più tuttologi, idioti e cazzari impazzare sull’etere e on line, ma si cominciò ad ascoltare le opinioni delle persone serie, preparate, colte e soprattutto disinteressate. In più Gabriele prese l’abitudine di farsi una doccia al giorno.

L’omaggio di Antonio Manzini ai lettori, un racconto inedito, un’indagine di Rocco Schiavone per sorridere un po’ e sostenere, chi lo volesse, l’ospedale Spallanzani di Roma con una donazione all’indirizzo:https://donazioni.inmi.it/

Da Sellerio