Un genio assoluto

[La solitudine del satiro, 20 aprile 2012]

Una collega intrattiene una conversazione con me su Facebook. Parliamo di un’altra collega. Lei ne parla male in realtà, ma io non la difendo. A un certo punto si raccomanda di non riferire all’interessata le battute precedenti su di lei, tra cui una dove dice: «sta rovinando la sezione tal dei tali insieme a quell’altro coso». Poi modera: «non è male, solo è un po’ moscia». Io trascrivo tutta la conversazione nel mio diario, chi ne ha uno in genere lo fa con tanto di nomi e cognomi. Un giorno questo diario diventa pubblico e la collega di cui si parla male lo legge. Facebook ha infranto il sottile diaframma tra verba volant e scripta manent.

A me è successo di entrare in una conversazione a quattro che in realtà era cominciata senza di me. Una ex collega, andando indietro a leggere, mi definiva «un genio assoluto». Poi: «mi mandava sms in latino» (mai avuto il suo telefono) «intraducibili» (forse non erano in latino). Poi: «una vera piaga d’Egitto per i ragazzi che una volta hanno attaccato un lenzuolo (era un foglio di quaderno, ho la prova) con la scritta: Dio ci salvi dal prof» (in realtà: Salvate le nostre anime dal prof, è stato per due volte la mia immagine del profilo). E infine: «ferocissimo ma ironico». Non sono sicuro che fossero tutti complimenti. Però non ha scritto che sono moscio.

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