RENATA PULEO Lo Stato dell’INVALSI contro Maracchia

[La scuola delle tre i, 10 ottobre 2019]

La Corte di Appello del Tribunale di Roma-Sezione del Lavoro, ha pubblicato il 9 settembre scorso la sentenza n. 2408 avente per oggetto l’appello proposto da Flavio Maracchia avverso la sentenza emessa dal Giudice di prima istanza, nel 2015.

Come ricorderanno i lettori di questo blog, nel 2013 ponemmo all’attenzione la sanzione disciplinare che il Maestro Flavio ricevette dalla Dirigente Scolastica per non aver somministrato nel maggio dello stesso anno le prove INVALSI. Da allora Piero Castello seguì da queste pagine passo-passo la vicenda, e il nostro gruppo allargò la riflessione a tutto il sistema nazionale di valutazione e al ruolo nefasto dell’istituto INVALSI. Proprio nel 2013 quest’ultimo ricevette in regalo dal MIUR il decreto n. 80 (28 marzo) avente per oggetto il Regolamento sul sistema di valutazione che sanciva la regolarità della somministrazione censuaria dei test, avviava tutto l’insieme dei dispositivi vigenti che accompagnano la standardizzazione, dai rapporti di autovalutazione, alla certificazione delle competenze, per arrivare allo specifico decreto delegato 62/2017. Lo stesso anno, nel settembre 2013, la Flc–CGIL prendeva posizione contro il Regolamento 80 con il deposito presso il TAR Lazio del ricorso per violazione della libertà di insegnamento protetta costituzionalmente, per vizio formale (fu approvato in regime di ordinaria amministrazione essendo caduto il Governo Monti), per eccesso di potere avendo disposto la costituzione dei Nuclei di Valutazione Esterna, completamente affidata all’INVALSI senza che fosse bandito un concorso pubblico. L’anno successivo, nel novembre 2014, con dimostrazione di una certa pervicacia e convinzione, veniva depositata un’altra nota, i “motivi aggiunti” al ricorso in capo, per reiterazione dei comportamenti ritenuti illegittimi. Il sindacato ha nel tempo abbandonato le sorti del ricorso, ma questa è un’altra storia. Quel che va detto è che il 2013 era un anno pieno di eventi in cui ben poteva inserirsi la protesta di Flavio e la richiesta di annullamento al Giudice dell’improvvido avvertimento della Dirigente “per violazione degli obblighi di servizio”.

La sentenza di primo grado del 2015 rifiutava il rigetto dell’appellante considerando legittimo il gravame disciplinare inflitto a Flavio. La motivazione principale consisteva nel ribadire che la somministrazione delle prove costituiva un onere dovuto come attività funzionale. Non solo, si riteneva la sanzione disciplinare così debole negli effetti pratici (inflitta per mancanze non gravi agli obblighi di servizio), soggetta per norma a decadenza naturale, da sembrare eccessivo l’adire al giudice e non alla conciliazione fra le parti.

Ma per Flavio si trattava, e si tratta, di qualcosa che va al di là del rapporto personale di lavoro in quanto tocca proprio quei problemi di legittimità del DPR 80 su cui si era accesa anche l’attenzione del sindacato. Così ragionò anche il nostro gruppo che, appoggiando l’azione legale, ne sottolineava il valore simbolico (nella speranza – frustrata! – che le OOSS di categoria se ne facessero in qualche maniera carico).

Con il nuovo appello discusso il 4 giugno scorso viene ancora respinto il ricorso con condanna a rifondere le spese legali al MIUR (3.307 euro più 15% di spese forfettarie). Nel testo della nuova sentenza (lettura integrale in calce) non emergono elementi di novità, il dispositivo di rigetto accoglie tutte le motivazioni del precedente, considerando infondate le eccezioni addotte dall’appellante in primo e in secondo grado.

Proviamo a scorrere il paragrafo delle motivazioni del Collegio Giudicante a fronte delle eccezioni sollevate dal ricorrente (in corsivo qualche annotazione di chiarimento, in neretto il punto che costituisce “il cuore” della sentenza):

  1. eccezione: la mancata affissione all’albo della scuola del codice di comportamento; rigetto: in base a una sentenza della Cassazione (2017, n.56) quando le disposizioni – in questo caso i diversi gradi di sanzione disciplinare – sono già contenute in norme di legge, dunque con carattere di ufficialità e pubblicità, l’affissione non è obbligatoria.(come gruppo abbiamo ritenuto questa prima eccezione effettivamente debole, ma lo studio legale l’ha considerata probante)

  2. eccezione: l’insegnante aveva già manifestato la sua avversità alla somministrazione fin dal 2009 come si può evincere da fonti scritte (verbali del Collegio Docenti); rigetto: la circostanza, per altro non dimostrata, risulta irrilevante. (nei verbali presentati alla prima udienza – dirigente contumace e memoria consegnata tardivamente – non si sa come, i rilievi di Flavio non compaiono!)

  3. eccezione: i docenti non sono obbligati alla somministrazione di test prodotti da un ente di ricerca estraneo all’amministrazione di competenza; rigetto: in riferimento alla legge sull’autonomia, ai decreti successivamente emanati, rinforzanti il legame fra qualità dell’offerta formativa e attività di valutazione del sistema, visti gli artt. 28 e 29 del CCNL, l’attività di insegnamento si completa con le attività funzionali al suo svolgimento; fra esse è prevista esplicitamente la valutazione degli apprendimenti, ivi compresa quella relativa alle prove INVALSI. La somministrazione delle prove è stata del resto deliberata come attività aggiuntiva dal Collegio Docenti; appare irrilevante che altri docenti incorsi nella stessa mancanza a questo dovere non siano stati censurati. (ancora una volta si confonde la valutazione del sistema con quella degli apprendimenti, ciò che fa capo agli obblighi di istituto – dunque del suo rappresentate legale, il Dirigente – e che ha effetto statistico, di indirizzo della politica scolastica a livello macro e di scelte di indirizzo collegiale a livello della singola scuola, con la valutazione formativa e finale che rientra nell’esercizio della libera docenza. Circostanza quest’ultima oggetto principale del ricorso presentato nel 2013 dal sindacato FLC, su citato. Se si adotta il punto di vista che fa saturare la valutazione degli apprendimenti dagli esiti dei test INVALSI, tutta la didattica, la stessa relazione educativa ne vengono investite retroattivamente e proattivamente: l’attività scolastica – come accade oggi – viene inghiottita dalla definizione di obiettivi funzionali al superamento delle prove, le discipline subiscono una torsione epistemologica, non tanto dalle Indicazioni Nazionali ma dalla loro interpretazione contenuta nei Quadri di Riferimento e nei Sillaba confezionati dall’INVALSI. Come ha annotato uno stretto collaboratore dell’Istituto, Jap Scheerens, l’addestramento ai test rischia di trasformare il corpo docente in un “funzionariato”, in una burocrazia che garantisce la buona applicazione dei dispositivi valutativi dell’INVALSI e il controllo totalizzante in funzione premiale. Sempre più invasivo appare oggi l’uso dei Rapporti di Autovalutazione, dei Piani di Miglioramento, della Rendicontazione Sociale restituita mediante gli esiti dei Questionari, tutta documentazione redatta dal cerchio magico del Dirigente, a fronte di una collegialità sempre più depressa.)

  4. eccezione: lacunosa la motivazione della prima sentenza relativa al richiamo al diritto di obiezione di coscienza; rigetto: non dovendosi riferire a vulnus della libertà di insegnamento, non appare costituzionalmente protetto il diritto a obiettare. (è chiaro come questo elemento delle sentenze di primo e di secondo grado denunci scarsa considerazione per l’effetto di ricaduta sull’insegnamento dell’art 33 comma 1 della Costituzione)

La nostra Magistratura, in tantissimi casi molto attenta a correggere le distorsioni della politica, gli eccessi del potere esecutivo, gli abusi o le inettitudini della burocrazia, nel caso delle sentenze su questioni scolastiche sembra soffrire di mancanza di conoscenza profonda delle manovre che, di riforma in riforma, stanno di fatto affossando la scuola pubblica. Appare con evidenza la scarsa attenzione alle delicate questioni sistemiche, all’equilibrio fra i diversi piani dell’azione educativa. Manca la capacità di lettura del legame sempre più stretto fra scelte economico-sociali di stampo neoliberista e effetti di “governamentalità” sulle popolazioni ottenuti mediante le pratiche di valutazione dei soggetti, soprattutto durante il periodo della loro formazione, nei luoghi istituzionali ad essa deputati.

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