GUIDO BARBUJANI L’uomo postumano

[«Repubblica Robinson», 26 agosto 2018]

Il futuro già tra noi ci regala chip nel cervello e modifiche nel dna. Sicuri siano le scelte migliori?

È sempre così: quando si parla di futuro ci sono ottimisti e pessimisti. C’è chi vede rosa, per esempio Ray Kurzweil che annuncia molecole intelligenti in giro per il nostro corpo alla caccia di cellule cancerose e una durata senza limiti della vita umana; e c’è invece chi subodora piani per introdurci nel cervello sensori che trasmetteranno ogni nostro pensiero a un’oligarchia nascosta e onnipotente. Può darsi, può darsi. Ma secondo me c’è un punto debole, debolissimo, in entrambi i ragionamenti: l’idea che le cose debbano andare necessariamente in quel modo lì. Sarà forse una forma di pigrizia intellettuale, ma spesso pensiamo che il futuro stia già scritto da qualche parte e a noi tocchi solo aspettare che arrivi. Invece, e pazienza se stona in una discussione sulle macchine spirituali e il postumano, a me vengono in mente i vecchi Marx e Engels, quando ci hanno spiegato che le crisi industriali e finanziarie non sono un fenomeno naturale e perciò inevitabile, ma il frutto dell’azione dell’uomo in un dato contesto storico. Allo stesso modo, direi io, se e quanto la tecnologia dominerà le nostre vite future non dipende da forze incontrollabili, ma da scelte politiche ed economiche che possiamo cercare di indirizzare. È chiaro che i computer diventeranno sempre più minuscoli, potenti e indispensabili; è chiaro che capiremo sempre meglio come prevenire le malattie e manipoleremo sempre meglio il Dna, nostro e degli altri organismi (come abbiamo peraltro sempre fatto, fin dal Neolitico , quando abbiamo cominciato a selezionare le piante). Ma che saremo disposti a farci ficcare in testa della roba che comunica direttamente ai nostri neuroni le previsioni del tempo e lo stato del traffico, io non lo darei troppo per scontato.

Mentre ci pensiamo su, la situazione si evolve rapidamente. C’è una nuova, promettentissima tecnica di manipolazione genetica, dall’ostico nome di CRISPR/Cas9. Permette di modificare con grande precisione il Dna, correggendone eventuali errori o introducendo nuova informazione genetica. Le possibili applicazioni sono tante, dalla cura del cancro alla produzione di biocarburante dalle alghe, fino allo sviluppo di varietà vegetali resistentissime. Se fossimo creature umcellulari come i batteri saremmo a posto. Invece siamo fatti di tante cellule, e la ricerca sta appunto cercando di capire come far arrivare CRISPR/Cas9 non a una, ma a tutte le cellule che ne hanno bisogno, nel frattempo evitando pasticci con altre cellule o altri geni non pertinenti. Insomma, CRISPR/Cas9 è una bella cosa, ma non è pronta per essere applicata all’uomo; e invece c’è già chi ci prova. Un nostro gene produce miostatina, una proteina che a un certo punto arresta lo sviluppo dei muscoli. Se l’evoluzione l’ha conservata in tutti i mammiferi un motivo ci sarà: magari impedisce che i muscoli crescano a danno di altre funzioni dell’organismo. Bene, un certo Josiah Zayner, con materiale comprato su internet, si è prodotto e iniettato un CRISPR/Cas9 che bloccherebbe la produzione di miostatina, sperando cosi di sviluppare bicipiti enormi. Nella conferenza stampa in cui ha annunciato la sua prodezza e messo in vendita il kit con cui l’ha realizzata, Zayner ha fatto appello alla libertà individuale che dev’essere assoluta e ad altre simili piacevolezze dell’era Trump. La notizia risale al 2017; nel frattempo Zayner si è pentito. Buon per lui: ma se il suo kit o altri analoghi entrano in circolazione prima che ne siano stati chiariti rischi e limiti, rischiamo di fare pasticci epocali con il nostro Dna. È un po’ come per la bomba atomica: le grandi potenze possono mettersi d’accordo di non usarla, ma se ci mette sopra le mani un folle? Ma poi: per chi saranno tutte queste novità?

L’ anno scorso 815 milioni di persone hanno sofferto la fame e mezzo milione sono morte di malaria. Ecco due problemi che le tecnologie disponi bili sarebbero perfettamente in grado di risolvere. Dunque non basta saper fare le cose, bisogna anche volerle fare, e decidere a beneficio di chi. E forse non hanno tutti i torti quelli che temono un passaggio dalla darwiniana sopravvivenza del più adatto alla sopravvivenza del più ricco: di chi, in un mondo sempre più inquinato e inaridito, potrà avere accesso a risorse che agli altri sono precluse. Alla fine, la domanda più importante non è se nel 2029 potremo farci inserire un computer nel cervello, come prevede Kurzweil, ma quanta disuguaglianza, e quanto grande, siamo disposti a tollerare prima che ci venga il voltastomaco.