Lasciamoli lavorare (13)

Una riforma epocale no. Ma urge cambiare le regole sulla governance della scuola (il testo unico è vecchio di 25 anni. E allora la Costituzione?). Urge «un’opera imponente di semplificazione che porterà a una maggiore chiarezza del quadro normativo». Riassumendo: «Vogliamo dare maggiore efficienza al sistema» (dice il ministro in un’intervista al Messaggero). Esauriti i contentini (ambiti, chiamata diretta, che non costavano niente), smaltiti torroni, panettoni, capitoni, pane e nutella, tartufi dolci e salati (il pandoro no, è senz’anima) il governo del cambiamento è al lavoro per mettere le mani su quello che rimane della scuola pubblica.

Per prima cosa, sia chiaro, è stato il PD: «Nel comma 181 della legge denominata Buona Scuola era stato disposto, in ragione delle deleghe rilasciate al Governo dal suddetto comma 180, proprio la delega per il riordino delle disposizioni normative in materia di sistema nazionale di istruzione e formazione attraverso anche la redazione di un testo unico delle disposizioni in materia di istruzione già contenute nel testo unico di cui al decreto legislativo 16 aprile 1994, n. 297, nonché nelle altre fonti normative».

Al centro dell’attacco c’è, come sempre, il vecchio (nel senso di invecchiato) consiglio di istituto. I discorsi che circolano sono fumosi. In mezzo al fumo si possono però intravedere alcuni obiettivi: ridefinire il ruolo del dirigente all’interno del consiglio, forse limitare il numero dei genitori, introdurre (con tappetino) un esperto del mondo del lavoro. Niente di nuovo. I tentativi di riformare gli organi collegiali in senso aziendalistico-dirigistico sono ventennali, accomunano centrodestra e centrosinistra. Il disegno di legge Aprea e il disegno di legge Aprea riveduto e corretto dal PD non sono andati in porto. Le picconate sono arrivate dall’esterno. Nella forma del trasferimento delle decisioni altrove e della soppressione della collegialità. Ora, i tempi sono maturi per la trasformazione del consiglio di istituto in un bivacco di manipoli.

E infine. altri lampi nella nebbia: la regionalizzazione (l’iter del disegno di legge è iniziato, ma senza troppa fanfara), i disincentivi al trasferimento degli insegnanti (intanto, il vincolo triennale per i docenti che hanno ottenuto il trasferimento o passaggio in una scuola tra quelle inserite nelle preferenze è già nella bozza di ccni approvata dal ministero e dai confederaloni), nuovi modelli di graduatorie per le supplenze, forse una compensazione ai dirigenti che hanno perso, con l’abolizione della chiamata diretta, la possibilità di costruirsi il proprio organico.

Un dubbio: tutte queste cose dove stanno scritte nel contratto? Esiste ancora un contratto? E lasciamoli lavorare è ancora valido?

 

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