FABIO GEDA In famiglia

[Da «Nel mare ci sono i coccodrilli. Storia vera di Enaiatollah Akbari»]

La famiglia abitava fuori Torino, in una casa isolata, oltre le colline. Sceso dalla macchina — Danila era venuta a prenderci alla fermata di un autobus — sono stato circondato da tre cani, che tra tutti gli animali è forse il mio preferito, e ho pensato: Qui mi sa che andiamo d’accordo.

Marco era il padre, e di lui, anche se è un padre, posso pronunciare il nome, non come del mio, che ho chiamato solo padre. Danila era la madre, e anche di lei, e dei figli, Matteo e Francesco, mi sento di dire i nomi. Non sono nomi che mi fanno stare male, anzi.

Appena entrato in casa mi hanno dato delle pantofole grosse, a forma di coniglio, con le orecchie e il naso e tutto — forse lo hanno fatto per scherzare — e dopo esserci lavati le mani abbiamo cenato a tavola, con forchette e coltelli e bicchieri e tovaglioli eccetera, e io avevo così paura di fare brutta figura che ripetevo ogni loro singolo gesto, senza perderne nemmeno uno. Ricordo che c’era anche una nonna a cena, quella sera. Stava rigida, con il polso appoggiato sul tavolo, e allora io facevo lo stesso, irrigidivo la schiena e poggiavo il polso sul tavolo, e visto che lei si puliva la bocca dopo ogni boccone, pure io mi pulivo la bocca dopo ogni boccone. Ricordo che Danila aveva preparato un antipasto, un primo, un secondo. Ricordo di avere pensato: Mamma mia quanto mangiano, questi.

Dopo cena mi hanno fatto vedere una camera; c’era un letto, nella camera, uno soltanto, ed era tutto mio. Danila è salita e mi ha portato il pigiama, ha detto: Ecco. Ma io non sapevo cos’era un pigiama. Io ero abituato a dormire con i vestiti che avevo addosso. Mi sono tolto le calze e le ho messe sotto il letto. Quando Danila mi ha dato quei vestiti, che erano un pigiama, ho messo sotto il letto anche quelli. Marco mi ha portato un asciugamano e un accappatoio. Matteo voleva farmi ascoltare della musica, voleva che sentissi i suoi dischi preferiti. Francesco si era vestito da indiano — indiano americano — e mi chiamava per mostrarmi i suoi giocattoli. Tutti cercavano di dire delle cose. Ma io non ne capivo nessuna.

La mattina, quando mi sono svegliato, in casa c’era solo Francesco, che era più piccolo di me. Ho saputo poi che era preoccupato per la mia presenza, si chiedeva: Ma questo cosa combinerà? Io, invece, la mattina, ho avuto paura a uscire dalla stanza, e sono sceso (era in mansarda, la stanza) solo quando Francesco mi ha chiamato dal fondo delle scale e ha detto che, se volevo, c’era la colazione pronta. Ed era vero. In cucina, sul tavolo, c’erano biscotti e budino e spremuta di arancia. Spettacolare. Spettacolare quel giorno. Spettacolari i giorni successivi. Sarei restato lì per sempre. Perché quando sei accolto da qualcuno che ti tratta bene — ma con naturalezza, senza essere invadente — capita che ti viene voglia di farti accogliere ancora di più. O no?

L’unico problema era la lingua, ma quando ho capito che a Danila e Marco faceva piacere sentirmi raccontare la mia storia, ecco che ho cominciato a parlare e a parlare e a parlare, in inglese e in afghano, con la bocca e con le mani, con gli occhi e con gli oggetti. Capiscono o non capiscono? mi chiedevo. Pazienza, era la risposta. lo parlavo.

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