I muri bianchi non fanno pensare ovvero “La scuola raccontata al mio cane” di Paola Mastrocola

Non ho trovato questo libro interessante, né particolarmente stimolante. All’inizio mi sembrava abbastanza divertente, niente di più. Mi rendo conto che potrebbe essere anche un pamphlet antimoratti, e questo è sicuramente un pregio, ma dubito che susciti nel pubblico una sia pur minimale pulsione critica nei confronti della riforma. E questo perché l’intento principale è quello di strizzare gli occhi al lettore, cucinargli con diverso condimento quattro ben studiati luoghi comuni sulla scuola di oggi, vendere copie e copie.

All’inizio c’è una discreta pars destruens in cui si ironizza sui simboli e sul linguaggio della “nuova scuola”: il pof, i progetti, le figure strumentali, per esempio, ma anche il recupero, i debiti, gli obiettivi. Difficile, per addetti ai lavori annoiati da tanta inutile propaganda, non condividere almeno la penna felice con cui i rituali degli anni novanta sono rappresentati e duramente ridicolizzati. E condannati, senza pietà, il lassismo imperante, l’appiattimento culturale, i pedagogismi. Ancora più difficile, per il grande pubblico, non cogliere il disfattismo che trapela, anzi tracima dalle mura scolastiche.

Oltre a questa abile, ma di fatto piuttosto scontata, critica dell’esistente, nel libro c’è molto poco. Intanto, sia detto per inciso, le invasioni barbariche non saranno arginate, le nuove generazioni non si salveranno. “Credo che noi insegnanti ci salveremo […] Ognuno di noi ha il suo bel pollaio, un suo piccolo universo privato e segreto dove coltivare alberi o far volare galline, ad esempio abbiamo i libri, la letteratura… Noi ce l’abbiamo ancora, nessuno ce la può togliere. E dunque sì, sono sicura che ci salveremo” si consola l’autrice. Per gli altri non ci sono alternative, non c’è speranza. Anzi, una piccola possibilità di redenzione si postula nelle ultime pagine: la clausura: “Ogni allievo ha a sua disposizione una deliziosa tana-cameretta, con i muri tutti bianchi e un’enorme finestra per guardare fuori. Null’altro, se non una bella scrivania con la lampada, una piccola libreria, una poltrona comoda…” Inutilmente utopico: i muri bianchi non fanno pensare e una grande finestra, in queste condizioni, non può che suggerire il suicidio. Non solo, il comptentus mundi, l’elogio della solitudine, è più volgarmente una forma di comptentus scholae, di disprezzo verso una scuola, dove ? tra molte bestialità ? è penetrata l’idea che l’insegnante debba mettersi un po’ in discussione, fare cose come esplicitare gli obiettivi del suo insegnamento (almeno a se stesso), giustificare i propri voti, instaurare un dialogo con i propri allievi. Per esempio accorgersi che esistono, che sono più sensibili alle vibrazioni dei telefonini che ai richiami della tradizione avita, ma non sono degli imbuti.

Del resto il comptentus scholae è un modo abbastanza elegante per lavarsene le mani. La responsabilità in primo luogo è della società e naturalmente della famiglia. In parte anche degli insegnanti dei cicli precedenti: l’insegnante di scuola superiore non ha più margini per intervenire, e neppure ne ha voglia (“io non posso passare il mio tempo a convincere una classe che deve studiare. Questo deve essere dato a monte, deve essere un fatto acquisito”), anzi, se possibile deve trovarsi la classe già fatta: “Io devo andare davanti a una classe che è già motivata allo studio, che ha scelto di studiare; allora posso cominciare il mio lavoro, se no no”.

L’idea forte del libro, mi pare, è che dobbiamo tornare a insegnare la letteratura nei suoi valori profondi, e cioè a colpi di vita e opere. La letteratura deve tornare a essere una raccolta di exempla, di modelli morali, di aneddoti (“…ti racconto come viveva Guy de Maupassant, e quanto gli piaceva vogare col costumino a righe che gli metteva in evidenza i muscoli, e quant’era legato a Flaubert, e il fatto che si dicesse in giro che poteva essere suo figlio… Son cose importanti sai? Se Maupassant scrive come scrive, è anche perché gli piaceva vogare, e perché voleva assomigliare al suo maestro”) in ordine rigorosamente cronologico “per benino, un autore dopo l’altro”. Si rispolvera il più abusato malcostume del commento, del “poeta ci comunica che”: i molteplici significati di un’opera (non di un testo, che già sarebbe il segno di una vivisezione, l’espressione di un “sapere a pezzi”) sono “passati” dall’insegnante, interprete della tradizione, come si passa il segreto di una crema pasticciera: “..quella crema vivrà dopo di noi. Ecco perché è così bello il verbo passare”.

L’attitudine a offrire agli studenti sintesi preconfezionate, risparmiando loro qualsiasi attività intellettuale che non sia la ricezione passiva, anzi scoraggiando decisamente eventuali velleità di partecipazione, bollate come “interventismo” (“Ad esempio, quando noi a scuola facciamo brainstorming, o apriamo dibattiti interni alla classe, cioè in vario modo chiediamo ai ragazzi di intervenire dicendo quello che pensano o quale opinione hanno rispetto al tal argomento […] noi stiamo dando valore all’estemporaneità e alla liceità gratuita di tutto quel che passa loro per la testa”), diventa lampante dove, presentando schifata le nuove prove per l’esame di stato, l’autrice postula, e questo mi sembra più che un articolo di fede, la restaurazione del tema tradizionale, tipologia che meglio si presta all’esercizio delle attitudini compilative (anche se l’autrice, in modo surrettizio, le qualifica come logico-consequenziali) che sole si richiedono ai propri alunni e alla verifica del grado di ricezione dei contenuti (“l’alunno doveva dimostrare, scrivendo il suo tema, non solo che sapeva scrivere, ma che sapeva qualcosa”), mentre la capacità di argomentare, di costruire un discorso critico, viene liquidata come generico “saggismo”.

Uno degli aspetti più ridicoli del libro è quello che riguarda la valutazione. Irritata dal verbo, effettivamente ridondante, che si devono motivare gli studenti, ma anche i voti, nonché disturbata da quelle che definisce “obbrobriose griglie valutative” (inutili in quanto “i voti parlano da sé, anzi, sono esattamente le parole che l’insegnante ha a disposizione per dire il suo giudizio di un allievo”), l’insegnante rivendica il diritto di ammannire ai propri studenti, che naturalmente si dividono in intelligenti e cretini (questi ultimi votati a una brillante carriera di benzinai), i bravo (7) e i bravissimo (9) (“Un tema può essere corretto e ben organizzato, e può non dirmi nulla. Un altro tema, ugualmente corretto e ben organizzato, può invece toccarmi il cuore. Io voglio dare 7 al primo e 9 al secondo, e voglio poter non obbedire, in ciò, a nessuna griglia, e non ‘motivare’ per niente il voto, se non col fatto che, restituendo i temi, al primo studente dirò bravo, e al secondo bravissmo!”). In fondo non si impara a insegnare (c’è anche lo spazio per una battuta mordace contro le SSIS e i sissini sbigottiti e tristi per i due anni di inutili pedagogismi cui sono stati sottoposti): un buon insegnante deve possedere una buona conoscenza della materia, ci mancherebbe, ma, quanto ai metodi, deve essere un po’ nature: “Penso che l’insegnamento dovrebbe essere una faccenda molto inconsapevole: bisognerebbe non accorgersi di stare insegnando”.
alerino palma

post scriptum

Alcuni si sono sentiti offesi per aver letto nelle prime tre righe di questa recensione, dopo le quali presumo si sono fermati, che questo libro meraviglioso, nel quale da perfetti qualunquisti si sono perfettamente specchiati, avrebbe un sottofondo antigovernativo, peraltro del tutto insufficiente per farne, almeno quello, un pamphlet contro la riforma della scuola e la sua logica e, dato anche il numero di copie vendute, rendere un servizio alla comunità. Tra gli altri, una prof di mezza età ha scritto: Se cerchi di attribuire forzatamente a un autore un significato politico che non gli è proprio, per motivi tuoi di faziosità, quella non è una buona recensione. Sottolineo, perché anche questo è stato frainteso, un beneficio alla comunità e non alla sinistra, da cui non credo si potrebbe immaginare un’inversione di tendenza. D’altra parte, non posso far a meno di notare, come ha scritto anche Antonio Vigilante in una sua lettura che pubblico in questa sezione, che l’autrice svolge, senza mai approfondirli, alcuni topoi della sinistra come ad esempio la critica dell’asservimento della scuola al mercato (in cui, personalmente, si muove con molta disinvoltura), e quindi la trasformazione della scuola tradizionale in scuola-azienda, e via discorrendo.
Una gradita lettera di Anna di Gennaro Melchiori, esperta di burnout scolastico

Gentile professore,

finalmente trovo nella sua recensione al libro della tanto incensata Mastrocola, la corrispondenza alla mia sensazione di trovarmi di fronte ad un’insegnante ormai fortemente demotivata, che non riesco nemmeno a definire intelligente, ma soltanto esasperatamente colta o, meglio, narcisista e saccente.

In virtù di quanto afferma Piaget «Intelligente è il comportamento che tende all’adattamento», ho sempre considerato «capace» il docente in grado di entrare in comunicazione col discente, di esercitare sullo stesso quel fascino che deriva senz’altro dall’amore per la materia insegnata, ma possibilmente in grado d’impartire lezioni senza «guardare fuori dalla finestra» mentre spiega, come invece riferisce l’autrice del «suo maestro»! Incontrare gli sguadi dei ragazzi, essere realisti e presenti hic et nunc è requisito indispensabile anche se indubbiamente a lungo andare logorante!

Evidentemente Umberto Galimberti era stato lungimirante lo scorso anno quando, dalle pagine di Espresso, a seguito della copertina «E’ scoppiato il professore», intimava: «Insegnanti senza più fascino, via da quelle cattedre!».

mi ha portato a riflettere sull’inadeguatezza della mia lettura critica. Sui molteplici aspetti su cui ho preferito sorvolare, per esempio la superficialità dell’approccio «morale» alla scuola, l’indifferenza verso allievi e professori, tutti schiacciati da un’ottica solipsista e patetica. Ma è anche vero che questo testo è stato recepito, nel bene e nel male, nelle sue massime generali a detrimento dei suoi aspetti specifici, di didattica della letteratura, che sono secondo me altrettanto importanti, e comunque altamente sintomatici.
Eros, un collega precario, ha inserito in una prova scritta di italiano (naturalmente un articolo di giornale) alcune frasi del libro tra cui qualcosa che suonava così: «io mi trovo davanti l’80% degli studenti che non è affatto motivato allo studio… come potrei mai riuscire a motivare questi ragazzi? Ma soprattutto, perché mai?». Una ragazza del III liceo scientifico ha espresso, a chiusura del suo articolo, un giudizio lungimirante: «Professoressa, cambi mestiere!».
Last but not least, Massimiliamo Manganelli, con la sua solita lucidità, mi ha scritto: «Quanto alla Mastrocola, che vedo colpita duramente sul tuo sito. Per partito preso e per non deprimermi, evito accuratamente i libri sulla  scuola. Mentre in Francia si pubblicano memorie scolastiche serie, nel  nostro amato paese la scuola entra nel mondo editoriale soltanto per essere  presa per il culo o per lamentarne le carenze, i disagi e, soprattutto, le frustrazioni degli insegnanti. E questo dimostra che il nostro non è un  paese serio e che per la scuola nutre una considerazione piuttosto scarsa (e infatti basta guardare quali ministri sono stati al governo dalla nascita della repubblica). Ora, se i miei colleghi si sentono frustrati dal rapporto con ragazzi con i quali non sanno e non vogliono comunicare, due sono le vie d’uscita: la prima professionale (prego accomodarsi fuori, basta una lettera di dimissioni e il mal di testa scompare); la seconda psicologica (ci sono gli psicoterapeuti, gli antidepressivi e, in casi estremi, è contemplabile anche il suicidio).
Vorrei che cominciassero a pubblicare libri come “I miei insegnanti raccontati al mio criceto”. E, soprattutto, basta con la formuletta “sostantivo”+raccontato/a+a qualcuno”!»

 

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