Salto nel buio (con un contributo di LIVIA TESTA)

I

Spero che non dovrò annotare quanto segue in una rubrichetta dal titolo ipse dixerat ovvero le ultime parole famose. Il giorno è il 13 marzo corrente anno. La trasmissione è Otto e mezzo. Il personaggio che parla è Fioroni, ministro della pubblica istruzione. Incalzato dalla solita solfa degli esuberanti insegnanti malpagati – malpagati perché esuberanti, risponde con un discorso imparaticcio ma efficace: il problema è che nella scuola si risparmiano risorse fin dal 1990, la scuola è il comparto che da vent’anni
succhia di meno. Tagliare gli insegnanti non è la soluzione perché è vero che in Italia sono tanti, sì, ma sono tanti perché permettono l’integrazione del disabile e la sopravvivenza delle scuole di montagna.

Il copione si è ripetuto due ore dopo nel rinomato salotto di Bruno Vespa. Quello che piace tanto al Fausto Bertinotti presidenziale. E che non schifano neppure i Pecorario Scanio e i Diliberto. Oltre a tutti i vari esponenti della destra, compresi alti dignitari e mezze seghe.

Si parla, più che altro, di pugni ricevuti e colpi di forbice inferti. Un collega ha un occhio nero e la mamma del bimbo a cui è stata mozzata la lingua – perché temperava una matita – piange a dirotto quando Vespa lancia un servizio dal quale apprendiamo del successo che riscuote una raccolta di firme pro maestra. Incauta benché ariana, mentre il bambino è di origine vucumprà. Insomma è tutto molto pietoso, come immagino debba essere di solito Porta a porta.

Poi ci sono anche Valentina Aprea, sulla quale tolgo l’audio, e Giorgio Rembado, presidente di una non molto rappresentativa associazione di presidi – ma in Italia basta fare un’associazione per rappresentare qualcosa – che dice il problema come al solito è il reclutamento. E Aprea annuisce e dice Sì infatti quando eravamo al governo. Ma de che. Muta.

Fioroni ripete lo stesso discorso, puntualizzando alcuni dati tipo quante maestre ci sono alle isole Tremiti per alunno, quanti ettari di bosco ci sono in Italia con su disseminate relative scuole, con quanti alunni ciascuna. Dice anche una bugia, grossa: i tagli li abbiamo fatti, ma solo intervenendo su quelle furbizie che i presidi – si rivolge al preside picchiato di Bari – conoscono bene. Ridacchia. E Vespa che gli ringhia: asciugare asciugare insomma lei non vuole rinunciare neppure a un insegnante. Mi fa parlare non mi fa parlare. Caciara.

Apro una parentesi. Sono precario da dieci anni. Ho cominciato a fare il precario con la spensieratezza di quello che vede procedere la fila: supplenze concorsi graduatorie punteggi, tutto in ordine. E invece sono stati dieci anni di angoscia. Se la fila è quella di macchine la metafora è uno stradone dove si procede lentamente ma si procede. Poi le corsie diminuiscono e a un certo punto c’è un semaforo. Dopo il semaforo continua la fila. Scatta il verde e non si muove nessuno. Scatta il rosso. Scatta il verde. A un certo punto il viale diventa un campo minato. E qualcuno comincia a sparare.

C’è un detto. Dice: guardati dagli amici che ddai nemici ti guardi io. Beato lui. Un opinionista molto noto, uno di sinistra che scrive su un giornale di sinistra, ha detto mesi fa a Otto e mezzo, parlando del progetto di prosciugamento degli organici che Padoa Schioppa per poco non metteva a segno: Tranquilli i 170 000 posti che intendiamo tagliare sono quelli dei futuri pensionamenti. E quindi non verrà licenziato nemmeno un insegnante. Mi fermo qui: il salto nel buio è quello che facciamo alla fine del tunnel.

II

Non ci vuole molto a fare due più due. Leggo una lettera anonima sul Venerdì di Repubblica: “la classe politica ha confezionato, nel giro di pochi anni, ben due riforme di tutto il sistema scolastico”. Riforme che sono state benedettamente inoltrate all’inceneritore ma che potevano risolvere il problema del precariato “a monte”, cioè eliminandolo. Ecco, più penso a Fioroni e più mi rendo conto che è un falso problema. Che dietro di lui c’è una linea schierata di gente che vuole farci il culo.

Forse Fioroni non è un argine, ma fa comodo pensarlo. Fa comodo pensare che si accontenta di tagliare qualche mazzetto di migliaia di posti e con lui a viale Trastevere abbiamo se non altro una chance di essere assunti. Che se viene il governo delle grandi intese possiamo andare tutti a casa con il fischio. Con beneficio di inventario.

Dice il lettore del Venerdì: “Poi è entrato in campo il mondo dei mass media, con una campagna che ha cercato, in tutti i modi, a mio modo di vedere, di cancellare il mito dei ‘buoni maestri’. Siccome l’obiettivo, neanche tanto nascosto, è l’eliminazione massiccia degli insegnanti (il corsivo è mio), bisognava prima infangarne la figura sociale per evitare incomprensioni con il popolo. Infatti, questa campagna ha dato i suoi frutti: i genitori hanno cominciato a denunciare insegnanti fannulloni, pedofili, taglialingua, ma anche che danno compiti, che ritirano i cellulari, che scrivono ammonizioni sul diario”.

Lui dice “lasciateci lavorare in pace” che intanto io non mi arrendo. Poi, quando sono andato in pensione, tra non molto, “accanitevi”. Scrive al giornale del nemico da cui, non a caso, non riceve alcuna risposta, nemmeno due righe della redazione per dire povero scemo. Meglio così. Lo stesso giornale, pochi giorni prima, dà una notizia in cronaca: un insegnante su 5 è precario. Due più due sì, le frazioni sono già altra cosa.

Dicono che ci assumono tutti entro la legislatura, a colpi di 50 000 l’anno. Mai visto. Oggi si vota la missione in Afghanistan e il termine legislatura potrebbe risultare leggermente frivolo. Allora dirò che in graduatoria ero messo benino. Che per i primi cinque anni di carriera ho versato lacrime e sangue ma manco tanto comunque è acqua passata. Che da cinque anni ho cominciato a salire, a fare i piccoli passi. Che nel settembre del 2003 osservavo quelle ultime quattro cattedre di Olevano dove pensavo mi sarebbe toccato andare. E invece sono rimasto quattro anni a Zagarolo. Un ventre di vacca. E da settembre sono dentro Roma, anche se non ancora dentro il raccordo.

Torniamo per un momento al semaforo. Non drammatizziamo. La strada è imbottigliata e gli automobilisti sono nervosi. A un certo punto era scattato il verde e la strada era vuota e invece sono arrivati certi vigili e hanno messo delle transenne. E hanno detto: tornate indietro. Il lettore del Venerdì di Repubblica dice: sono scesi in campo i mass media. Ecco, questo è il punto. Il bullismo è un fatto come la noia, sono veri anche gli insegnanti indegni, molti dei quali peraltro giovani precari stranamente già usurati. La tv dice o è colpa della famiglia, che va tutti i sabati al centro commerciale e lascia i figli al baby parking, oppure è colpa della scuola, dove si fa tutto meno che scuola e dove alcuni insegnanti si calano i pantaloni. Naturalmente i giovani passano molto tempo davanti alla play station, internet e quant’altro. E la società non offre valori convincenti. Ma fosse invece colpa dei mass media. E dei giornalisti in particolare.

Episode 1 (Livia Testa)

…Dei giornalisti e degli opinionisti che

PRIMA:
1. tacciano di bullismo ogni moccioso che si scazzotta fuori dal cortile, facendo così in modo di a) scatenare i genitori, che al primo occhio nero del figlio montano canizze mai viste in presidenza chiedendo la pelle dei compagnetti; b) pubblicizzare alla grande il bullismo presso i bambini più a rischio e quelli più stupidini facendolo diventare veramente trendy;

  1. diffondono l’iconografia dell’insegnante straccione e fallito, finito per grazia di Dio in cattedra, dopo essere stato scartato persino dal camion dell’immondizia, ottenendo così che, in questa società spettacolarizzata e schiava di Mammona, i sempre più numerosi genitori riccastri o “normodotati”, ma ignoranti si sentano in diritto di non rispettare, quando non addirittura di oltraggiare, i docenti perché… poveri (micidiale, di questi tempi, l’equazione povertà = pisciatoio).
  2. approfittando di fatti determinati da colleghi – poveretti – fuori di testa, giocano con noi insegnanti a caccia-all’-errore e trasformano ogni nostra semplice cantonata in un atto degno dell’Antenora, innescando nelle famiglie la segreta certezza di aver affidato a Jack the Ripper i propri pargoli (molti dei quali, già a dieci anni, superano il quintalozzo, soffocati da un affetto materno isterico e pernicioso volto a sfogare la propria insoddisfazione coniugale).
  3. Forniscono ai nostri ragazzi – già parecchio creativi – nuove formidabili idee “tutte da collezionare”, come ad esempio filmare stupri e violenze (e quindi, per filmarli, prima di tutto ad essi dare corso).
  4. varie ed eventuali, che ci stanno sempre bene, come nei verbaletti del C.d.C.

E POI

fanno le prefiche – si “gettano il tribolo” – perché I CELLULARI DEI PICCIRIDDI ACCEEESI RESTARONO. L’educazione, la scuola, la famiglia, le assunzioni A SCHIFìO ANDARONO. TUTTE A SCHIFìììO, ‘MARA ME!!

O NO?

Un abbraccio,
Livia

P.S. Vi ricordo (sadicamente, è chiaro) che in Italia abbiamo un ministro della P.I. che per far spegnere i cellulari ai ragazzini percepisce, appunto, uno stipendio da Ministro. O, a volerla guardare da un’altra prospettiva, che in Italia, per far spegnere ai ragazzini i cellulari, serve addirittura che si muova il ministro. È possibile almeno una terza variante interpretativa della pregnante questione giuridica: in Italia, per fare finta di essere noi ad educare le generazioni future, ci riduciamo a togliere il giocherello ai ragazzini.

Episode 2

Dovremmo leggere qualcosa sulla scuola negli Usa per capire cosa sta succedendo e cosa sta per succedere. Per fortuna abbiamo meno familiarità con le armi. Questo brano di letteratura per esempio è tratto da Stupid White Men di Michael Moore: «Certo, ci sono un sacco di insegnanti che fanno schifo e che farebbero meglio a dedicarsi alle chiamate telefoniche di telemarketing per la Amway. Ma nella stragrande maggioranza sono educatori votati al loro compito che hanno scelto una professione che frutta loro di meno di quanto non tirino su alcuni dei loro studenti spacciando Ecstasy, e di fronte a questo spirito di sacrificio noi vogliamo punirli. Non so voi, ma io voglio che le persone che hanno la piena attenzione di mio figlio per un maggior numero di ore delle mie siano trattate con grande e partecipe cura. Sono i miei bambini quelli che stanno “preparando” ad affrontare il mondo, e allora perché cavolo dovrei sentirmi in animo di romper loro le scatole?»
(18 marzo 2007)

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