COSIMO SCARINZI Dodici tesi sul finanziamento pubblico alla scuola privata

1
L’attuale scontro politico fra fautori del finanziamento pubblico alla scuola privata e difensori della scuola della repubblica ha, come sovente accade, il carattere di una battaglia ideologica che rischia di eludere o, peggio, di nascondere volutamente i termini reali della questione di cui si tratta. Nella realtà, i difensori della scuola privata, che si vorrebbero avversari del monopolio statale della formazione e fautori della libertà di educazione, sono decisi assertori di una forma particolare e subdola di statalismo mentre i “difensori della scuola pubblica” sono, sin troppo spesso, i difensori di una scuola aziendalizzata nei fatti e, comunque, burocratica e gerarchica e, quindi, tutto tranne che pubblica nel senso proprio del termine.

2
Il partito degli amici della “libertà di scelta” per le famiglie, costituito, in primo luogo, dall’apparato ecclesiastico e dal padronato, è mosso soprattutto dalla esigenza di avere risorse economiche per salvare scuole che rischiano, sempre più spesso, di chiudere per mancanza di clienti. In altri termini, costoro non chiedono affatto di ridurre il ruolo della macchina statale per quel che riguarda la formazione ma vogliono semplicemente, spostare quote di spesa pubblica per garantire interessi di parte. Sono, da questo punto di vista, perfettamente omogenei alla tradizionale politica delle imprese il cui “liberismo” non ha mai impedito la richiesta di protezione e finanziamento statale, anzi.

3
Dal punto di vista politico/culturale, il partito in questione vuole semplicemente costruire un modello di scuola che espelle dal proprio interno l’idea stesso di diritto del cittadino all’istruzione, ogni diritto viene legato al pagamento del servizio e perde, di conseguenza, ogni preteso carattere universale e generale per ridursi ad un rapporto fra singola scuola/impresa (poco conta se pubblica o privata) e suoi “clienti”, clienti selezionati dalla scuola sulla base di criteri di appartenenza sociale e culturale e dotati di un potere economico di pressione sul corpo docente e sull’impresa/scuola stessa.

4
Vi è, in questa proposta, un regresso epocale sia rispetto alla tradizionale idea di scuola come diritto generale, per quanto non realizzata nei fatti, che alla distinzione fra diritti del singolo e diritti della famiglia. Il bambino prima ed il ragazzo poi vengono, nella loro ipotesi, riconsegnati appieno ad un’autorità familiare che il carattere della scuola pubblica aveva, in parte, indebolito e le famiglie stesse vengono invitate ad orientare la propria scelta secondo logiche di appartenenza sociale e culturale che non possono che rafforzare le attuali gerarchie sociali.

5
Il partito dei difensori della “scuola della repubblica” appare, in questo contesto, straordinariamente radicale nonostante i limiti che lo caratterizzano, limiti che sono, nel migliore dei casi, un segno dei tempi e, nel peggiore, il portato della egemonia del punto di vista statale e padronale sul movimento dei lavoratori. La “difesa della scuola pubblica” contro l’attacco clericale e padronale rischia, se non si pone in una prospettiva politica e sindacale chiara, di essere subalterna agli interessi che pretende di combattere.

6
Se definiamo, come riteniamo sia corretto, come pubblica una scuola aperta effettivamente a tutti, che operi contro le discriminazioni di classe, che permetta concrete modalità di autogoverno dei soggetti che vi si trovano ad operare, che permetta libertà di insegnamento, di ricerca, di sperimentazione, la scuola attuale è tutto tranne che pubblica e rischia di esserlo sempre di meno per diverse ragioni.

7
In primo luogo, l’attuale struttura della formazione non fa che riprodurre le divisioni di classe che caratterizzano la società. Manca qualsiasi politica del diritto allo studio: gratuità dei trasporti, dei libri di testo, mense, risorse aggiuntive adeguate per gli studenti con maggiori difficoltà sociali e culturali, presalario ecc. L’autonomia, intesa come aziendalizzazione della scuola, che l’attuale governo ha approvato non potrà che rafforzare la gerarchia interna fra gli istituti, esaltare la concorrenza per accaparrarsi fasce di utenza “pregiata”, fare delle scuole riservate ai gruppi sociali più deboli dei contenitori a metà fra il parco giochi ed il riformatorio.

8
In secondo luogo, la scuola pubblica è gestita attraverso una miscela di dispotismo burocratico e logiche privatistiche che ci pone di fronte al peggio del pubblico e del privato. Una burocrazia pletorica ed inefficiente governa le sorti di più di un milione di lavoratori e di oltre dieci milioni di studenti rendendo difficile, faticoso, sovente impossibile ogni tentativo di effettiva innovazione dal basso. I collegi docenti, le assemblee studentesche, le riunioni del personale tecnico, amministrativo ed ausiliario non hanno alcun potere effettivo e si riducono ad un dispendio di tempo e di energia mentre cresce il potere dei capi di istituto, recentemente promossi a dirigenti e tutti presi da corsi di formazione a questo nuovo incarico gestiti direttamente dalla Confindustria. Come un medico che pretende di guarire la malattia che egli stesso ha diffuso, il governo introduce logiche privatistiche nel governo della scuola con l’effetto di sottometterla ulteriormente agli interessi economici dominanti.

9
Il disgusto, la non sopportazione, il desiderio di cambiamento rispetto alla tradizionale gestione burocratica della scuo-la aprono le porte alla privatizzazione di fatto di una scuola che resta formalmente pubblica. L’aumento del potere dei presidi che viene presentato come l’attribuzione di un maggior potere alle istituzioni scolastiche è, nei fatti, un rafforzamento della gerarchia e del dispotismo della burocrazia, tanto più forte quanto più “decentrato”. Gli stessi presidi manager saranno sottoposti più che in passato alla pressione del mercato in cambio di un maggior potere di gestione e di controllo sul personale, oltre che un reddito più alto, ma la scuola avrà meno autonomia sul piano della organizzazione dello studio e, cioè, di quello che dovrebbe essere il principale compito della scuola stessa.

10
Dal punto di vista propriamente culturale, la scuola azienda si presenta come la trasformazione del sogno di un sapere liberato dalla gerarchia e dal nozionismo nell’incubo di una formazione-intrattenimento ridotta alla trasmissione di pochi saperi sempre più impoveriti, di abilità e di competenze parziali staccati da una visione generale del sapere e della società. Le masse dei nuovi proletarizzati che il sistema delle imprese chiede alla scuola dovranno essere flessibili, adattabili, innovative ma non dotate di un punto di vista forte e definito sulle que-stioni che affronteranno dal punto di vista individuale e collettivo.

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Questo modello di scuola spiega anche la politica scolastica del governo e dei sindacati suoi amici: alla libertà di impresa per la scuola corrisponde la riduzione dei diritti sindacali per i lavoratori del settore, alla richiesta di “modernità” il degrado del servizio, alla valorizzazione del mercato come modello di riferimento, il taglio delle risorse per l’edilizia, per il personale, per le strutture. L’obiettivo dei nostri avversari è quello di tagliare la spesa pubblica per la istruzione, così come avviene per la sanità, per i trasporti ecc. e, nello stesso tempo, di mettere i lavoratori e gli utenti dei settori coinvolti da questo processo in lotta fra di loro per ottenere il meglio, o il meno peggio, possibile nella fruizione dei servizi.

12
Se quanto si è sinora detto è, per grandi linee, esatto ne consegue che un movimento reale in difesa della scuola pubblica deve toccare tutte i piani dello scontro rivendicando con forza:
– investimenti per la scuola pubblica;
– libertà di insegnamento;
-retribuzioni dignitose, una organizzazione del lavoro non volta a deprimere la ricerca e l’innovazione;
– diritti sindacali per il personale della scuola;
– spazi effettivi di autogoverno per gli studenti;
– una politica attiva contro l’esclusione dallo studio degli strati sociali a basso reddito o che, comunque, vivono situazioni di particolare difficoltà;
– un effettivo decentramento dell’organizzazione della scuola che valorizzi i lavoratori e gli studenti e non i capi di istituto ed i loro cani da guardia.

(25 agosto 2000)

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