Il dramma dei precari blue

Il primo stupido sono io. Pretendevo di farmi l’iscrizione elettronica, alla posta. Ho scaricato i moduli on line, ho ricevuto il telegramma, ho immesso i codici. Poi qualcosa, da qualche parte, è andato storto. La stampante inceppata sul blu (“deve essere blu” gracchiava la signora allo sportello. Mi sembra di sentirla: “Se l’originale è blu, deve essere blu”), la chiave incastrata nella toppa, i cd sputacchiati uno dopo l’altro dal masterizzatore, i codici che non corrispondevano, neppure dopo, quando, finalmente ispirata, la stampante mi ha partorito tre paginette di un blu pallido pallido. Ma gli uffici intanto erano chiusi. Un segno, chiaramente.

 

Questa storia della firma digitale mi ha portato via una settimana. La domanda l’ho consegnata a mano il giorno prima che scadessero i termini. Rimuginando sulla stridente contraddizione tra la cornice psichedelica dei moduli che uno firma sulla poltroncina di casa sua e la realtà deprimente del contenuto.

 

Avevo perso già da tempo la primitiva baldanza. Non sono mai stato in prima linea nel difendere i miei privilegi. Sono tra quelli, non è mai stato un mistero, che avrebbero accolto con sollievo, non dico con soddisfazione, una legge che accontentasse gli appetiti di ciascuno. Premessa per una più alta unità. Idea stantia, certo e ancora di più le parole. Intanto mi compiacevo, tra le tante cose, della caduta silenziosa di un muro. Ci guardano ancora con diffidenza, non verranno a pranzare con noi, ma se non altro i sissini non sono più la controparte, i non-colleghi da sbattere in una quarta fascia che da due giorni sarebbe peraltro tecnicamente impossibile ripristinare.

 

Ora si va formando un popolo vario e strano di beneficiari di nuovi bonus, gran premi della montagna, corsi per corrispondenza, gente che ha scontato forse anni di confino su isole piccole o piccolissime (o l’inferno della galera, senza passare dal via), e, in ultimo, la tombola del servizio non specifico, punti a palate riesumati da tutte le altre graduatorie, anche smesse, e perché no un venti annetti di ruolo in un altro ordine di scuola. Come dire, il pallottoliere è ricco. E già nascono le prime giustificazioni: “Con tutti i soldi che ho speso per quei corsi”. E ti credo: io ne ho spesi molti di meno per frequentare un unico corso biennale che ora mi si rivela un grande bidone. “Un anno su certe stradacce, con il ghiaccio tutto l’inverno…”. E al povero Alex, che si fa tutti i giorni la Calabria coast to coast, quanti ne dovrebbero dare? “E l’esperienza, dove la metti?”. Già. Per non contare l’orribile, ma sempreverde, tu quoque: “Anche a voi [avevano] dato 30 punti”.

 

E tutti possono vantarsi di non aver previsto, tanto meno di aver chiesto, questi piccoli accomodamenti della precedente ma quanto iniqua tabella di valutazione. Nessuno ha voluto questa legge, in fondo. Molti, quasi tutti, non esitano a dichiarare sotto la specie “M” scuole posizionate a molto meno dei canonici 600 metri sul livello del mare. Ho quasi voglia di dichiarare, testuali parole, che per arrivare al liceo Kennedy, in cima a via Dandolo, bisogna scalare i 143 gradini di viale Glorioso. E che, quando non sono andato a scuola in macchina (ma chi potrebbe dimostrarlo?) sono appositamente smontato dal 75 per poter sostenere questa corroborante ascesa. Perché, secondo le nuove regole, mi pare di capire, non si butta via niente.

 

Difficile rimanere impassibili di fronte a tutto questo. Eppure è quello che mi succede. Un altro anno il regalo dei 18 punti a tutti – e la nota che chiariva: a tutti tranne che agli specializzati – mi faceva bestemmiare più volte durante la giornata tutti i sani principi, di fraternità e di concordia, a cui penso di essere stato educato. Ma c’era una contrapposizione, c’erano ancora le ideologie.

 

Non so cosa mi trattiene dall’affacciarmi e urlare qualche grossa sciocchezza di fronte alla sequenza di orrori che continua a scorrere davanti ai nostri occhi increduli. Scendo di corsa verso viale Trastevere: cucio due cartelli e imbocco. Scrivo: smettete di prendere per il culo i precari. Anche se, in effetti, sono i primi che si prendono per il culo tra loro, giornalmente. La guerra tra poveri ha una sostanza di inesausto sadomasochismo, temperato solo da un pizzico di bon ton.

 

La verità è che mi sento indifferente, cammino in un prato ovattato che ha il colore dell’acqua mischiata a quel liquido bluastro con cui si lavano i vetri. La verità è che non credo più a quello che succede. Come la cronaca nera, come le immagini di guerra, le circolari ministeriali creano una sorta di assuefazione, generano un’impressione di sazietà, di noia, un dispiacere di lavorare nella scuola che monta che cresce che riempie la testa come un rumore sordo. Come se fossimo tutti drogati.

 

Il sistema si è perfezionato. Ha abbandonato il divide et impera tradizionale, a due entrate, massimo tre, per adottare una versione post-moderna, tra gioco dell’oca e videodrome di Cronenberg, dove i punti proliferano, si moltiplicano le trappole, le faq, le note, i moduli, gli allegati si riproducono spontaneamente, dove nessuno è più in grado neppure di scrivere i propri dati anagrafici senza aver prima chiesto il consiglio di un amico, dove il miur diventa un castello kafkiano che ha la forma di una strega grande come una montagna sotto la quale si agitano senza pace livide ombre bluastre.

 

(lettera inviata, e [volentieri] pubblicata da “Meridiano Scuola”, il 18 giugno 2004)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...