CLAUDIO ASCIUTI L’istruzione nel terzo millennio, ovvero come ho imparato a non preoccuparmi e a marinare la scuola

Introbo ad inferos

Lo smantellamento della scuola pubblica, iniziato in era berlingueriana e accelerato dalla Controriforma Moratti, avanza di giorno in giorno fra lamenti, contumelie e improperi; becchini dell’istruzione pubblica e corifei di quella privata, operatori d’ogni tipo e credo, fede e partito assistono al naufragio: alcuni accelerandolo, altri simulando di fermarlo.
Le Controriforme nascono d’altronde non dalla necessità del rinnovamento, ma da quella della reazione: in questo caso con l’aggravio di uno dei fenomeni tipici della società odierna, ovvero la contraddittorietà continua, perniciosa; basti dare un’occhiata ai fenomeni didattici più eclatanti per accorgersi che suddetti altro non sono se non spaccati o emanazioni di quella congiunzione schizoide che é la vita reale.
Il cambiamento da esame di maturità in esame di stato, l’ autonomia scolastica, la riforma dei cicli, il riformismo e-o revisionismo per ciò che si riferisce ai contenuti “paramarxisti” o “evoluzionisti”, la distribuzione di buoni-scuola a livello regionale, la parificazione di fatto fra istituti pubblici e privati, non sono solo contraddizioni fra theoresis e praxis, ma contraddizioni insite nella stessa concezione educativa. Non tanto perché i modelli neo-liberisti della gestione scolastica, che destra e sinistra adeguatamente auspicano (e che considerano l’istruzione una merce fra le tante, e nemmeno la più pregiata, e la scuola un’azienda da cui trarre non il massimo profitto, ma il massimo risparmio), siano peggio dei modelli precedenti (e lo sono) ma perché comunque suddetti modelli vivono la contraddizione di esser partiti da una scuola di classe (quella della riforma Gentile) per ritornare al punto di partenza, con alcune modifiche dettate non già dall’assunto pedagogico, ma da quello politico. Inteso nel senso aristotelico, però: di gestione della cosa pubblica, nella forma progressista e in quella conservatrice. Cosa che pubblica non è più, a cominciare dalla modificazione da “Ministero della Pubblica Istruzione”, in “Ministero dell’Istruzione”.
In altri termini, la scuola è la forma schizotimica che la società, nella sua matrice schizogenetica, produce: un sistema in cui ogni messaggio è contraddittorio al precedente e al susseguente, e spesso anche a sé stesso, indipendente dalla levatura (solitamente modesta) dei riformatori, dal loro credo politico, dal loro (minimo) carisma. Utilizzando le categorie di David Cooper, se la schizofrenia è un sistema di crisi microsociale in cui le azioni di qualcuno sono invalidate da altri, fino a quando questo qualcuno viene diagnosticato prima malato di mente, poi in modo arbitrario, schizofrenico, la scuola subisce un processo simile: la sua diagnosi è la sua malattia, la società che ha generato la sua frattura è la stessa che diagnostica il suo malessere e che cerca di ripararlo, senza comprendere che prima dovrebbe curare sé stessa.
Ma per fortuna c’è la fantascienza. Panacea di ogni nostro male, e oggetto del desiderio delle nostre “macchine desideranti”, la fantascienza non può mancare all’appuntamento; preveggendo futuri paradossali nei confronti dell’istituzione scolastica, che noi puntualmente analizzeremo a pari delle odierne nefandezze. Un esame, anche minimo, delle pagine che la fantascienza ha dedicato ai problemi della pedagogia meriterebbe un ponderoso volume: per cui ci limitiamo a giocare con alcuni casi, e con il loro corrispettivo (non fantascientifico).
Così, ai fautori della scuola delle “tre I” di berlusconiana osservanza, ai revisionisti clerico-fascisti e ai loro avversari marxisti-leninisti, ai creazionisti antidarwiniani, ai postulanti della privatizzazione, all’inventore del “numero verde” per denunciare gli infiltrati comunisti fra i banchi, ai fondatori della scuola padana e ai teorici di quelle mussulmane, a quelli che sostengono l’inutilità della cultura classica o a scelta della cultura moderna, questo viaggio nelle scuole di oggi e domani é dedicato. Con la speranza che il Caos presto ci liberi della loro ingombrante presenza.

La scuola come parabola politica del reale, ovvero la scarsa importanza della cultura

Jerry Pournelle e Charles Sheffield non sembrano esattamente, dal punto di vista politico, i compagni con cui andremmo in giro a rifondare la cultura. La loro non altissima fama di scrittori nulla ha a che vedere con la loro visione conservatrice, se non reazionaria, della vita, ma comunque ci spiega parecchie cose. Istruzione superiore (Higher Education, 1994) è un romanzo breve che mette a confronto due sistemi educativi: il primo, pubblico, demotivato e inefficiente; il secondo, privato e corporativo e molto efficiente sotto il profilo professionale. Un disegno che attraversa molta produzione letteraria e cinematografica yankee, e che va riletto nell’ottica specifica di un sistema, quello USA, in cui la realtà delle scuole pubbliche è sempre di serie B, mentre le private sono quelle che funzionano. Esattamente l’opposto di noi, insomma. Gli alunni con cui ho avuto il piacere di lavorare, e che venivano dagli States grazie ai meccanismi di scambio internazionale, erano sconcertati dal fatto che una scuola pubblica fosse così produttiva; “ma voi studiate sul serio”, era la loro espressione tipica. (Non rallegriamoci troppo; non sarà ancora così per molto).
Negli USA la faccenda è diversa. Pournelle e Sheffield tracciano semplicemente la proiezione futura dell’attuale situazione in cui versa la scuola americana: stipendi bassi, nessuna prospettiva di carriera, routine, massima burocrazia, sistemi di sorveglianza orwelliana. Un’immagine a cui sopratutto una certa filmografia yankee ci ha abituato. Gli studenti vanno a scuola per occupare il tempo e ottenere le sovvenzioni statali; non studiano, non imparano nulla, anzi, abituati all’aiuto di un “lettore” meccanico che legge i testi al loro posto, soli non sanno leggere se non a fatica. Inoltre la scuola é improntata ad una visione del “politicamente corretto” che ha rinunciato ad ogni limite di decenza.
Da questa scuola futura, il giovane Rick Luban, di sedici anni, viene espulso per aver architettato uno scherzo ad un nuovo insegnante, che si é ritorto invece contro una deputata in visita. Uno dei suoi insegnanti lo indirizza versa la Vanguard Mining, una compagnia mineraria spaziale che praticamente “compra” la sua tutela e lo manda in un periodo di addestramento sull’asteroide MC-2. La Vanguard Mining, con l’istruzione professionale, l’esperienza sul campo, l’abitudine al coraggio e alla decisione trasforma il giovane nullafacente in un futuro e produttivo minatore spaziale. Scopriremo alla fine che la Vanguard oltreché ad essere una compagnia mineraria, é l’avanguardia di una lotta contro la scuola pubblica e le sue disfunzioni. Agghiacciante, davvero.
Il tono del racconto che se ci riporta, da un lato, a tutto un filone efficientista della pedagogia statunitense, dall’altro mantiene un antipatico sapore reazionario con questo mito della “nuova frontiera”; basti leggere l’introduzione che i due autori hanno posto in esergo al racconto per comprendere quale sia la loro posizione in proposito:
Negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti hanno mosso una guerra implacabile a qualsiasi simbolo della religione occidentale, quella ebraico-cristiana. Questi simboli sono esclusi dagli edifici pubblici, e nelle scuole é vietato accennare in qualsiasi modo alle origini religiose dei “valori”. Quel che peggio, la maggior parte delle scuole insegna o cerca di insegnare che le varie culture e i vari sistemi di valori sono praticamente equivalenti. Questo fa s che non solo si tollerino, ma addirittura si rispettino pratiche che fino a pochi anni fa erano proibite dalla legge La base morale di tutta la legge viene messa in discussione e spesso definita carente. A quanto pare, siamo destinati a produrre una nazione di filosofi morali che arriveranno razionalmente a scegliersi un comportamento civile… e a produrre simili filosofi in scuole che non sanno neppure insegnare ai bambini a leggere.
Questo sproloquio non esce dalla bocca di un qualche integralista pre-conciliare o di un militante di base della Lega Nord, non é un’esternazione filo-americana da undici settembre, il proclama della guerra santa di Bush e neppure l’ultimo libro di Oriana Fallaci sulla superiorità dell’Occidente. Benché modo e tono starebbero bene in bocca a ognuno di costoro, (e a molti esponenti dell’opposizione, che continuano “a sentirsi americani”), il testo è il prodotto di due scrittori di fantascienza odierni. Il disegno – o il progetto – riguarda la distruzione o l’autodistruzione della scuola pubblica, azienda non produttiva e quindi di peso, che deve esser dismessa (a ciò servono le riforme) e dato in pasto alle privatizzazioni. La scuola del 2042 non funziona, ma se perde la sua dimensione di scuola per diventare istruzione professionale, allora forma lavoratori e quindi uomini, in un’equazione davvero discutibile, ma non troppo lontana dai vaneggiamenti di alcuni politici nostrani che non conoscono la pedagogia o la psicologia, ma solo i conti in banca; e il fatto che il testo sia stato scritto nel 1994, non sarebbe certo incoraggiante se non sapessimo che, come ha dimostrato Martin Carnoy in La scuola come imperialismo culturale, edito la bellezza di vent’anni prima, il proliferare di scuole professionali negli States è da annoverarsi non al desiderio di migliorare la situazione dei futuri cittadini, quanto di preparare, in terre americane e in terre neocoloniali, un esercito di lavoratori un gradino qualificati al di sopra delle maestranze da schiavitù pura e semplice; ragion per cui, esaurito il colonialismo e il neocolonialismo, sfruttate fino al midollo le risorse terrestri, distrutti e poi abbandonati gli ecosistemi del Terzo Mondo, è logico pensare che la scuola professionale volga alla colonizzazione extramondo.
Qualcuno dirà che in Italia non è così. Può darsi. La riforma Gentile, che spaccava gerarchicamente la scuola, venne accompagnata dalla riforma Bottai che da un lato ne modifcò alcuni punti, dall’altro aumentò il dislivello di classe. Un settore per i quadri (i licei, con possibilità di accesso all’università), uno per il basso ceto impiegatizio e le scuole (i tecnici e le magistrali), e uno per la plebaglia, la scuola professionale (allora “avviamento professionale”), il vero serbatoio degli esclusi: punti della riforma data per morta e spacciata con l’accesso libero alle università e la seguente liberalizzazione dei piani di studio, che torna ora, grazie ai buoni uffici dei governanti, in un disegno che trasportando le competenze delle scuole professionali alla regione, oltreché ad abbassare ulteriormente il già basso livello di preparazione permetterebbe la dequalificazione dei tecnici, e la ripresa dei licei.

La scuola come spettacolo. Il buon insegnante fa diventare piacevole anche la lezione di matematica

E’ dell’11 settembre 2004 un’esternazione di Umberto Galimberti, apparsa su Repubblica. A proposito dell’importanza di cominciare a insegnare filosofia dalle elementari, idea magnifica di per sé, assolutamente improponibile nella realtà. Ma Galimberti, mediocre prefatore dell’altrui pensiero, presenzialista a tutto tondo e uomo per tutte le stagioni che da ogni libro o rivista non manca di provocare, forse per dare uno spazio ad uno status di maestro di pensiero che nessuno gli riconosce, non è nuovo a queste sparate. Diciamo che dopo aver lavorato (per poco tempo) in prima linea, cioè nelle scuole, il Galimberti, indignato dalla “regressione” che stava subendo a contatto con i turbolenti ma infantili allievi, decise di passare all’Università. Da allora non cessa di inveire contro la scuola e gli insegnanti. Lo rammento, felice come un topo nel formaggio, al convegno della Federazione Italiana Psicologi, con tutto il suo codazzo di studenti, tirapiedi e ammiratori adoranti: ben lontano, appunto, dalla prima linea in cui i bersagli dei suoi strali vivono quotidianamente situazioni di degrado, di violenza e di inanità. Lo rammento ancora impegnato in altra succosa esternazione, comparsa sulle pagine de L’Espresso del 16 ottobre 2003, a seguito dell’ inchiesta IARD pubblicata nel numero precedente, sul problema del burn-out. Il bispensiero (nel senso orwelliano) di Galimberti raccoglieva allora una serie di banalità e di in-volontarie facezie (Un ragazzino viene lasciato dalla morosa, patisce blocco emotivo e pensiero fisso, disisistima di sé e cosa vuole che faccia, che apra il libro di fisica?) in un crescendo che non si sapeva se definire più grottesco o surreale, il cui fine ultimo era la proposta di un “test sulla personalità” al docente. L’idea di fondo era che capacità comunicative e di comprensione e carisma fossero i punti nodali del lavoro scolastico (la preparazione, invece, certo, conta anche quella. Ma per come la valutano adesso, voto di tesi ed esame di abilitazione, tanto vale lasciar perdere) e che gli eventuali docenti scarsamente provvisti di suddette qualità, previo giudizio di altri colleghi (riconosciuti bravi), dovessero esser licenziati. Il fascismo, come tutti sappiamo, rese obbligatorio il giuramento degli insegnanti e i pochi che si rifiutarono persero il posto; il non meno morigerato Galimberti si limita a rendere obbligatoria la capacità di “bucare il video”, e di licenziare i meno telegenici, tanto la cultura non importa. Qualcosa di meno del fascismo, ma più vicino alle prove di telegenia a cui i candidati per Forza Italia si sottomettono di buon grado e che determinano la loro assunzione.
In una nazione più civile della nostra una salva di risate avrebbe accolto queste tesi, ma noi non lo siamo e le parole del “filosofo” pare abbiano sempre riscontri. D’altra parte siamo la nazione dove la politica non è più l’arte di occuparsi della polis, ma piuttosto quella di sostituire alla cura l’abbandono, e di sostituire alle ideologie l’immagine. Se dal presidente del consiglio in giù si avanza a colpi di mass media, è ovvio che i maestri di pensiero non si facciano intenerire e che anzi debbano, da bravi buoi, mettersi di fronte al carro, più realisti del re; e che naturalmente qualcuno si accodi, con l’ennesima inchiesta sulla scuola, da cui si evinceva che gli studenti desiderano maggiormente dai loro insegnanti non la cultura, ma il carisma televisivo. Comunicazione, ascolto, leaderismo, e così via, l’allineamento alle parole di Galimberti avrebbe fatto pensare ad un corto circuito mediatico, ad un’azione concertata, se non avessimo saputo che la direzione che la nostra società prende è quella del vuoto di idee, a cui l’immagine si sostituisce.
Ma a dispetto del suo desiderio di stupire, Galimberti non ha inventato nulla. Ci aveva già pensato Llyod Biggle jr., autore misconosciuto quanto brillante, in La professoressa marziana (And madly teach, 1966) un racconto profeticamente attuale.
In una società che è essenzialmente spettacolo – significante ma senza significato, immagine senza contenuto, fenomeno senza cosa-in-sè, forma senza essenza – anche la scuola diventa spettacolo: è la Scuola Nuova, l’ insegnamento via etere. Compiti e interrogazioni e ogni tipo di valutazione sono stati eliminati, ma viene fatta una valutazione, il Trendex, che registra in pratica l’audience di ogni corso. Mildred Boltz, insegnante di inglese per venticinque anni su Marte, per motivi di salute si trasferisce sulla Terra e si trova dinnanzi anziché una classe uno studio televisivo, cinque ore di lavoro settimanali e quaranta di preparazione all’insegnamento via tivu. Naturalmente, il suo Trendex è scarsissimo; e così assiste alle registrazione delle lezioni dei suoi colleghi. In questo senso, il punto culminante del racconto dato dalla descrizione della signorina McMillan, l’insegnante di inglese:
La signorina McMillan era una bionda attraente, che vista di profilo mostrava una serie di curve sensazionali. La bionda sorrise, scrollò la testa, e fece il gesto di ritirarsi. – Bé, visto che siamo tra amici.. – disse poi. La camicetta sparì, subito seguita dalla gonna, e l’insegnante rimase davanti allo schermo in un provocante due pezzi. La telecamera sottolineò l’oro e il rosso della sua figura mentre la signorina McMillan veniva avanti con un passo di danza. Mentre passava, sempre con passo danzante, accanto alla cattedra, premette il tasto che inquadrava la lavagna. – Ora, carissimi, tempo di metterci al lavoro – disse. – Eccovi la prima frase. – Lesse a voce alta mentre scriveva alla lavagna: – L’uomo… percorreva… la strada… Percorreva, indica l’azione dell’uomo, la strada il complemento oggetto. Che definizione buffa, vero? Mi seguite?
Il Trendex rileva la (televisiva) frequentazione dei corsi, e alla signorina McMillan non resta che portare avanti un mezzo spogliarello per ogni lezione (ma, come fa notare uno dei tecnici tv, appena gli allievi capiranno che non vuole lasciar cadere il reggiseno, sarà il suo Trendex a cadere); ma anche gli altri insegnanti non sono da meno: uno mima la commedia che deve spiegare e tiene in equilibrio il gesso sul naso, l’altra schizza caricature, il terzo s’impegna in giochi di prestigio. Alla signorina Bolz, che fa lezione “tradizionalmente” e parla di Shakespeare, non resta che riunire i suoi pochissimi allievi in una classe e cominciare una crociata contro la Scuola Nuova. A molti di noi la signorina Bolz ricorderà il benemerito maestro Alberto Manzi, che alfabetizzò dagli schermi della televisione pubblica, con la trasmissione Non è mai troppo tardi, un gran numero di persone che per buoni motivi e seri (lavoro, guerra, etc., nulla che fare con la poca voglia di studiare che il paternalismo odierno chiama “dispersione scolastica”) non erano andati a scuola, ma a Galimberti ai galimbertiani forse più che la signorina Bolz e il maestro Manzi interessa la scuola come spettacolo.
Perché ognuno di noi conosce chi gli ha narrato di come un leggendario insegnante delle superiori, solitamente più furbo degli altri, abbia reso piacevole e interessante la partita doppia e semplice, i carmi di Orazio e la consecutio temporum, le disequazioni di primo o secondo grado, l’aoristo attivo e passivo, i galli di Manzoni e la guerra dei cent’anni o la dialettica hegeliana. In realtà, la memoria riaggiusta, rimaneggia e inganna e per ogni infelice adolescente che uno di noi è stato, c’è un adulto che racconta una storia non vera che la sua memoria ricostruisce. Certo, un tempo la scuola era più dura che ora, ma comunque un ente educativo; mentre ora si appresta a divenire un mondo totalmente sganciato dalla realtà, dove la trasmissione del sapere legata al gradimento da parte dell’allievo (che oramai comanda) e dei suoi genitori (che imperversano) nei confronti di un insegnante che deve cercare di accattivarsi le simpatie degli allievi, é ciò che i galimbertiani vogliono. Le balzane idee sulla necessità di concordare i voti con gli interrogandi, i panegirici sulla “comprensione” dei “problemi degli alunni”, gli inutili blateramenti sulla “trasparenza”, l’eliminazione dei “sette” in condotta, il concetto di “contenimento” e non della “punizione” del bullismo, il complesso meccanismo che rende di fatto impossibile la sospensione, l’orientamento pubblicitario alle medie e così via, non sono altro che mezzi per aumentare l’equivalente nostrano del Trendex, e le fantasie mediatiche di Galimberti sulle commissioni giudicatrici, ma anche il banco di prova per prepararsi al momento della massiccia e totale privatizzazione delle scuole in cui sarà il mercato a finanziare l’istruzione, cosicchè la già alta percentuale dei promossi diverrà plebiscitaria. Allora tutte le materie, con altrettante signorine McMillan, diventeranno piacevoli (dal momento che non si farà più un accidente a scuola) ma tutti noi avremo imparato a tenere in equilibrio il gessetto sul naso. In attesa, cominciamo pure ad addestrarci… i galimbertiani di turno lascino perdere, lo sanno già fare.

La scuola come oggettualità solipsistica: per una scuola asettica, neutrale e apolitica. E senza libri.

Il contrario della socializzazione é il solipsismo, se vogliamo, e la scuola, fra le tante cose, sarebbe anche solipsistica. Per rimediare a ciò, si batte da anni il tasto sul lavoro collettivo, sull’interdisciplinarietà, sulle co-presenze, sul lavoro di équipe; termini di confronto che andavano benissimo negli anni Sessanta-Settanta, quando davvero ogni insegnante regnava incontrastato nelle proprie ore e sulla propria cattedra, ma divenuti obsoleti in un mondo in cui la necessità dell’istinto gregario produce il mostro del branco. Basti pensare ai modelli di “contagio sociale” in campo valutativo: al genitore che s’interroga perché il suo figlio faccia schifo, poniamo, in filosofia, e vada bene di altre materie, non gli si risponde che potrebbe studiare più filosofia e meno inglese, o che è perfettamente normale che un individuo non raggiunga la pienezza delle performance in tutti i campi. Si trovano soluzioni. Si dice che non è portato. I più meschini chiedono pietà, e spesso sono costretti a modificare la propria valutazioni dai colleghi convinti che se uno è bravo in un tot di materie, deve esserlo in tutte.
Howard Gardner, nel 1983, in Formae Mentis (Frames of Mind) lanciò per primo l’idea di un’intelligenza molteplice, riprendendo un po’ i temi della psicologia comportamentale che organizzava la performance dell’allievo in gerarchie, nonché i lavori di Thrustone e di Guilford. Nulla di piagetiano, quindi, nessun schema di lettura orizzontale per abilità che si presuppongono semplicemente comuni a ogni individuo nella stessa misura, ma la semplice ed elementare constatazione che non necessariamente matematica e italiano, inglese e latino, educazione fisica e tedesco devono produrre risultati simili. Molti anni dopo Gardner ha riproposto il tema: le abilità dell’intelligenza umana si riferiscono alle forme relative a: intelligenza spaziale, musicale, corporeo-cinestetica, interpersonale e intrapersonale, logico-matematica e linguistica, più quella naturalistica, spirituale ed esistenziale.
Ma la scuola non recepì (e non recepisce) la diversità. La scuola è asettica, neutrale e apolitica, e l’unica diversità accettata é quella dei cosidetti portatori di handicap, che dopo gli anni delle classi differenziali e quelli dell’ integrazione selvaggia o integrazione italyan style (Piero Meazzini), continua ad esser punta trainante, sebbene anche la diversità razziale cominci a prendere piede, e comunque il governo per non sbagliare tenta di spingere anche questa fetta di studenti verso il privato, tagliando a destra e manca. Così la scuola continua, piagetianamente, a considerare l’intelligenza un fatto orizzontale. E se l’intelligenza è orizzontale, cosa meglio di costruire un modello di apprendimento che sia altrettanto orizzontale, che non preveda cioè un approfondimento?
In questo senso vanno lette la caduta del libro e della fruizione uni-direzionale, nascita dell’ipertesto e lo sviluppo del computer, l’uno con fruizione omni-direzionale, l’altro con feedback immediato e “asettico”. Un modo per esser tutti eguali, sebbene nessuno lo sia.
Diversi scrittori di fantascienza, hanno messo in luce questo problema. Ray Bradbury, autore di una delle più celebri utopie negative, Fahrenheit 451 (Idem, 1953) scrive la storia del mondo futuro in cui i vigili del fuoco, anziché spengere gli incendi, li appiccano ai libri, il cui possesso é reato; in quel futuro l’insegnamento in TV e nelle ore di lezione in vivo gli studenti non fanno domande ma ascoltano e tacciono. La storia del romanzo è famosissima, e ne facciamo solo cenno: Guy Montag, uno dei “vigili del fuoco”, inizia la sua ribellione solitaria, viene scoperto, braccato, fino a quando non riesce a rifugiarsi fra i barboni che circolano instancabilmente ai perimetri delle città. Ognuno di loro è in realtà un uomo-libro, qualcuno che per preservare la cultura di un tempo ha appreso a memoria una più opere. Reato è possedere libri, non apprenderli e gettarne via il supporto materiale.
Ma come è nata la caccia al libro? Bradbury, che non è certo un pericoloso sovversivo ma caso mai incarna il vero spirito liberal dell’americano diffidente di ogni sistema sociale, imputa ciò alla necessità di rendere tutti eguali; poiché nell’eguaglianza c’è la felicità, leggere libri e porsi problemi finisce con il rendere la gente infelice. D’accordo. Ma come funziona la scuola? Una giovane amica di Montag, Clarisse McClellan, ce lo racconta:
Un’ora di lezione davanti alla TV, un’ora di pallacanestro, o di baseball, o di podismo, un’altra ora di storia riassunta o di riproduzione di quadri celebri e poi ancora sport, ma capite, non si fanno domande, o almeno quasi nessuno le fa; loro hanno già le risposte pronte, su misura, e ve le sparano contro in rapida successione, bang, bang, bang, e intanto noi stiamo sedute là per più di quattro ore di lezione con proiezioni.
Clarice ci racconta inoltre che, bollata come un’antisociale, lei vorrebbe invece socializzare e confrontarsi con i propri coetanei; ma come è possibile farlo dinnanzi alle immagini TV?
(Il fatto che esista un centro sociale che si chiama Casa Montag, e che si tratti di un centro sociale di destra, faccia pensare a questo proposito dove e come la sinistra si stia allineando: se dalla parte della cultura o altrove).
Isaac Asimov propone uno mondo straordinariamento simile a quello di Bradbury, ma lo comprime in un racconto, Quanto si divertivano (The fun they had, 1952). La protagonista, Margie, scopre attraverso il ritrovamento casuale di un libro, oggetto oramai desueto, l’esistenza delle scuole; nel frattempo il suo maestro meccanico é stato rimesso in funzione e lei deve riprendere la sua lezione individuale, ancora incredula dinnanzi all’idea che un tempo esistessero insegnanti umani, e luoghi in cui ritrovarsi. I ragazzi, allora, chissà quanto si divertivano il suo commento.
I due scritti sono, come ho detto, stranamente simili. Il libro é qualcosa che non ha più un valore in sé, sostituito dalla tecnologia moderna; ma anche la scuola ha cessato di averne come forma socializzante oltreché di agenzia educativa Inoltre l’idea sviluppata da Asimov dell’istruzione singolarizzata attraverso il maestro meccanico, se é debitrice all’idea delle celebri “macchine per insegnare” (da quella di Pressley, 1926, a quella di Skinner, del 1954) precorre gli standard dell’educazione individualizzata e dell’uso del computer.
Oramai tutti noi troviamo, nei nostri libri di testo, dischetti contenenti programmi da inserire nei computer, per far sì che i nostri studenti leggano attraverso il monitor. Chi è cresciuto avendo alle spalle la centralità del libro nel contesto scolastico farà fatica a pensare che tutti i genitori – in un mondo sempre più computerizzato – richiedano che la scuola produca non sessioni di lettura ma di audiovisivi. Il fatto che lo studente medio con gran sforzo riesca a leggere solo fumetti, e che possa giungere all’esame di stato senza aver mai letto un libro é la prassi, ma noi continuiamo ad acquistare computer. Lo stesso genitore che spende indifferente manciate di bigliettoni per comprare il cellulare al figlio e pagare la sua bolletta telefonica, geme e si lamenta all’idea di acquistare un libro. La scuola dichiara che é stata fallimentare l’esperienza della lettura, e propone ipertesti sostitutivi.
Perfino la vecchia e amata tesina stata é sostituita da un iper-testo, la cui leggibilità è molto alta, ma la cui complessità e minima. La semplificazione obbligatoria fa sì che delle celebri (quanto famigerate) fasce della tassonomia di Bloom, sole le più basse possano essere analizzate in un iper-testo, al di là delle magnificazioni dei ciberno-dipendenti, nonostante le disperate difese dei modernisti a oltranza. Mentre il libro ha un percorso di lettura unidirezionale e concatenante, causativo e logicamente strutturato, l’iper-testo ha un percorso a feed-back, con diverse aperture e la possibilità di esser colto hic et nunc in ogni apertura possibile.
Eppure la gente, per dirla in modo giovanile, ci sballa. Ci sballano gli studenti video-dipendenti, i professori di lettere che hanno sofferto sempre di complessi di inferiorità con i colleghi scientifici, i genitori che navigano in Internet per raccogliere i materiali adatti alle tesine dei figli. Un libro non lo si tocca neanche con il preservativo, potrebbe infettarci tutti. I facili slogan berlusconiani ricordano che Inglese, Internet, Imprese sono l’universale antalgico ai malesseri della scuola. La sinistra, supina, si umilmente ma con gioia. Le multinazionali venditrici di programmi e computer sentitamente ringraziano entrambi. Le case editrici rendono obbligatorio il testo scolastico, alla faccia degli articoli sulle libertà dell’insegnamento, e la legge punisce pesantemente chi viola la legge sulla riproducibilità. Uccidere un individuo può costarti meno che fotocopiare un libro o copiare un programma. Ma il libro non lo legge nessuno. Tanto vale bruciarli, come fecero i nazisti. O forse è meglio non insegnare nemmeno più le cose a memoria agli studenti, per tema che quando i libri saranno stati sostituiti da altri e più evanescenti supporti, ci sia il rischio che qualcuno abbia imparato tecniche di apprendimento. E che si impari qualcosa. Fahrenheit 451, magari.

Anarchico è il pensiero: al di là della destra e della sinistra.

Se qualcuno decidesse infine di riformare (ma sul serio) la scuola, cosa dovrebbe chiedere ad essa? Quali dovrebbero essere cioè i modi e i temi da inserire, le materie, lo stile cognitivo, il sistema di apprendimento?
Lasciamo la parola alla fantascienza. Che come abbiamo visto, senza bisogno di commissioni, di riunioni sindacali, di riformisti e controriformisti, di vati più o meno pedagogici, ha prodotto qualche interessante indagine sul problema. E una serie di soluzioni di estremo interesse; lo psicologo comportamentista Burrhus Frederic Skinner, il cattolico conservatore Raphael Lafferty, l’ anarchica di sinistra Ursula Le Guinn. Quattro posizioni molto diverse, dal punto di vista politico quanto esperienziale, da quello filosofico a quello psicologico.
Burrhus Frederic Skinner, il massimo teorico del comportamentismo, pubblicò nel 1948 Walden Due (Walden Two) doveroso omaggio all’idea di David Thoreau, e del suo Walden, classico del libertarismo e della pedagogia. Walden Due é un romanzo che descrive l’esperimento demiurgico di un gruppo di scienziati esperti nella “ingegneria comportamentale”, e che noi chiameremmo ora psicologia cognitivo-comportamentale; un mondo non violento, ecologico, ottimizzante, sprovvisto di denaro e di proprietà. La scuola funziona su un sistema ignoto ai nostri pedagogisti, cioè allo sviluppo verticale dell’apprendimento e non orizzontale; non esistono classi, ma bambini che a seconda delle loro capacità frequentano corsi dove imparano non materie, ma tecniche dell’apprendimento e del pensiero. Inoltre i bambini iniziano a lavorare fin da piccoli, e quindi importanza enorme ricopre il lavoro nelle officine, nei campi e nei laboratori, in linea con l’idea che dovrebbe essere posta a mo’ di epitaffio in ogni scuola:
l’istruzione già prefissata in anticipo, rappresentata da un diploma, è un esempio di notevole spreco che non trova posto a Walden Due. Noi non attribuiamo all’istruzione un valore economico od onorifico. O essa ha un suo valore intrinseco o non ne ha alcuno.
Coerentemente con quest’impostazione, Walden Due funziona attraverso una serie di linee guide che si riflettono nella poesia, nella letteratura, nel teatro e nella musica. La pratica dell’utopia cancella il passato e inventa il nuovo. Ma l’utopia è quella tecnocratica, che le sinistre, né comuniste né anarchiche, contemplano.
La prova più interessante di Raphael Aloisius Lafferty, invece si svolge sul lontano pianeta Camiroi e s’intitola Associazione Genitori e Insegnanti (Primary Education of the Camiroi, 1970). Un gruppo di insegnanti terrestri in visita per studiare il sistema scolastico. L’informalità governa Camiroi (“qualsiasi cittadino di Camiroi competente a svolgere qualsiasi incarico sul pianeta”) e per costituire un’Associazione Genitori ed Insegnanti i terrestri devono prendere a casaccio i primi passanti. Così costituita l’Associazione, si va in giro per le scuole (quelle private; di pubbliche ne esistono solo due in tutto il pianeta, ma le scuole sono finanziate dalla decima volontaria che tutti pagano) scoprendo le paradossalità di un insegnamento dove si insegna a leggere lentamente i libri per impadronirsi totalmente di essi, a costruire oggetti, a cantare, a diffamare i compagni esercitando l’arte della retorica, a costruire oggetti che vanno dagli occhiali alle astronavi; la disciplina viene tenuta calando i bambini riottosi in un pozzo o impiccandoli (solo uno su cento, ci assicurano i camiroi; versione locale della celebre asserzione maoista “Colpirne uno per educarne cento”). Una scuola, dicono, che non é liberale (perché il liberalismo presuppone la servilità) e neppure progressista (perché il progressismo é infantile). La commissione, sempre più estrefatta, dopo il suo giro di orientamento, ci propone un’impagabile curricolo di abilità e una serie di raccomandazioni:
“rapire cinque camiroi a caso e costituirli in AGI pilota qui sulla Terra, qualche costruttivo rogo di libri, specialmente nel campo dell’istruzione, impiccare saggiamente taluni studenti che si danno ammalati”.
L’ironia feroce di Lafferty colpisce il bersaglio dell’educazione, partendo dall’idea che la scuola di Camiroi funzioni perché funziona il mondo di Camiroi (non esistono campi di giochi per bambini, giacché hanno tutto il pianeta per giocare) e l’educazione affidata ad una collettività educante. E’ insomma l’esatto opposto dell’istruzione pianificata a cui siamo abituati. Il che, per uno che si dichiara appunto cattolico e conservatore non è male; significa semplicemente che, in quei paradossi metapolici che la storia permette, Lafferty rappresenta, come Bradbury, il liberal non progressista che però vuole liberare l’individuo dall’asservimento statuale, in un orizzonte tipicamente anarchico. Un anarchico di destra, insomma.
Ursula K. Le Guin autrice del celebre Un’ambigua utopia (The Dispossed. An Ambiguos Utopia, 1974), un classico non solo della fantascienza, ma anche del pensiero anarchico. Anarres é un mondo che vive in un regime di comunismo libertario, abitato dai profughi del pianeta gemello Urras, statalista e capitalista, ed é la realizzazione del sogno anarchico di Odo (per disegnare questa defunta leader, la Le Guin si ispirò a Emma Goldman) la cui filosofia sta alla base del sistema di Anarres. Naturalmente, neppure Anarres funziona bene (ed è per questo che Shevek, il protagonista, se ne allontana) ma comunque meglio di Urras dove la polizia attacca i dimostranti sparando dagli elicotteri.
Con pochi tratti la Le Guin disegna, dai ricordi di Shevek, il sistema pedagogico di Anarres: esso è straordinariamente simile a quello descritto da Skinner e da Lafferty:
I centri di apprendimento insegnavano tutte le tecniche che preparavano alla pratica di una qualsiasi arte: insegnavano canto, metrica, danza, uso della spazzola, dello scalpello, del tornio e così via. Tutto in modo pragmatico: i bambini imparavano a vedere, parlare, ascoltare, spostare, maneggiare. Non veniva fatta distinzione fra arte e artigianato: l’arte non veniva considerata come una cosa che avesse un suo posto nella vita, ma come una tecnica fondamentale della vita, come ad esempio la parola.
Il problema è che l’anarchismo della Le Guin appartiene ancora a quella generazione di mezzo che non ha risolto le contraddizioni interne al sistema. Il suo anarchismo è quello, un po’ triste e fondamentalmente bigotto, di quegli anni, in cui per fare la rivoluzione bisognava comunque soffrire a tutti i costi. Ciò spiega il suo breve accenno al sistema pedagogico e non mette in discussione i pro e i contro.
Sarebbe ovvio a questo punto considerare i tre autori come sostenitori di quello che si chiama in pedagogia “attivismo”, fautori dellle “scuole nuove”, dei “metodi non direttivi”. Gli accostamenti con i modelli più antichi di scuole attive (Cecil Reddie, nel 1899) quelli più anarchici (Gustav Wyneken, Francisco Ferrer) sono naturali, ma tenuto conto che stiamo parlando di autori statunitense, ricordiamo il “Piano Dalton” di Helen Parkhurst o la scuola di Winnetka di Walter Washburne. Tutte “fonti” a cui bene o male Lafferty, Skinner e la Le Guin si ispirano.
Se guardiamo poi ciò che essi scrivono, troviamo una straordinaria e intelligente somiglianza, al di là delle posizioni di fondo e delle differenze politiche. Tanto intelligente che non si riesce a capire come nessun pedagogista si sia mai ispirato alle loro parole, anziché costruire improbabili sistemi di programmazione e di valutazione, modelli di scuole sperimentali; sarebbe bastato leggersi uno dei tre, o magari Ivan Illich, autore del celeberrimo – e mai dimenticato – Descolarizzare la società, un testo del 1970 che seppur considerato adesso “datato” dai pedagogisti rampanti, continua ad esser centrato su alcuni punti essenziale della questione.
Illich, oramai, è “datato”. In un mondo che ha rinunciato all’idea della libertà (in cambio della sicurezza, dell’asservimento al capitale, dell’indulgenza religiosa, della fede politica) è invece il caso di riprenderlo in mano. Lidea di fondo della sua pedagogia é che la scuola, più che esser cambiata, debba essere risultato della de-scolarizzazione della società. Perché la società (qualunque tipo di società) funziona in un sistema autoreferenziale, cortocircuitante, in cui i termini dell’aspettativa sono quelli della produzione e del consumo: la scuola funziona attraverso una società che si automodella sulla scuola: la cultura diventa merce, l’apprendimento frantumazione del sapere e sua parcellizzazione, l’educazione un processo che programma il discente:
In altri termini, le scuole sono sostanzialmente simili in tutti i paesi, siano essi fascisti, democratici o socialisti, ricchi o poveri, grandi o piccoli. L’identità dei sistemi scolastici ci costringe a riconoscere la profonda identità, su scala mondiale, del mito, dei modi di produzione e dei metodi per il controllo della società, nonostante la grande varietà di mitologie nelle quali il mito si esprime.
La polemica di Illich contro le scuole pubbliche non ha nulla a che vedere, naturalmente, con quanto Pournelle e Sheffield, Berlinguer o Berlusconi o la Moratti sostengono; si tratta di diversi valori e funzioni dell’istituzione scolastiche, prese nella loro totalità. Per Illich Gentile è eguale a Makarenko, e il problema è liberare l’educazione dalla gestione del dominio (di qualunque sistema politico), e ridarlo alla gente, attraverso una meccanismo che sia centrato sulla scoperta autonoma, sull’apprendimento informale, sull’eliminazione di quel sistema di punizioni e premi (che Skinner chiamerebbe “rinforzi”, i sindacalisti e i liberisti in servizio attivo “incentivi”) atto a far funzionare l’apprendimento. Come direbbe Skinner, per uno suo intrinseco valore.
Il mio amore é nato a Thelema
Ogni tanto mi gingillo all’idea di scrivere anch’io un romanzo di fantascienza imperniato (o ambientato) sulla scuola del futuro. Un romanzo che partendo da piccole modificazioni (ad esempio una bella divisa eguale per tutti, in modo che la scuola non diventi occasione di passerelle e sfilate), e arriva a quelle medie (ad esempio prendere insegnanti e studenti e mandarli a lavorare nei campi o in una fabbrica per un po’ di giorni al mese), per giungere a quelli grandi (portarsi via dalla famiglia di origine, causa di molti mali, i ragazzi e affidarli per un po’ a insegnanti e educatori) e infine a quelli titanici: una scuola integralmente de-scolarizzata.
Una scuola de-scolarizzata anziché produrre studenti, educherà esseri umani. Non abituerà alla lotta per la sopravvivenza dell’uno-contro-il-mondo, ma alla solidarietà, magari anche alla misantropia, ma eviterà le ipocrite sfilate di oggi; non educherà al conformismo né all’anticonformismo, ma all’indipendenza di giudizio; non considererà la cultura come un valore di scambio per il profitto, ma come un patrimonio di autorealizzazione; e soprattutto, nel contesto di un villaggio globale sempre più collettivizzato, riaprirà il dibattito sull’importanza dell’individuo come unico facitore di sé stesso e dei propri destini, insegnando che l’uomo è solo, e che tale deve comunque sempre considerarsi, lontano dall’approvazione (del branco) e dalla disapprovazione (del fuori-branco). Cercherà, insomma, di rimediare ai danni che la società scolarizzata ha creato. Investirà nell’espressione dell’individuo quanto ne scuola ne investirà nella sua repressione.

Bene, questo romanzo si chiamerà Thelema.

Thelema (o Thelémè, per dirla alla francese; ma l’origine è il greco thèlema, nel senso di “desiderio”, e anche di “volontà”) è il nome dell’abbazia che l’eroe Gargantua> fa costruire al suo amico fra’ Giovanni Fracassatutto, uomo pio e religioso, grande spadaccino, buon bevitore, come ci fa capire Francois Rabelais, monaco se mai ce fu uno, ma chierico in tutto il resto.
Francois Rabelais è considerato universalmente uno dei più grandi scrittori di lingua francese, e la sua opera Gargantua e Rabelais, pubblicata per la prima volta nel 1542 a Lione, un capolavoro assoluto. Nella avventure eroicomiche che toccano ai due, si dipana un mondo fantastico che mescola i generi e inventa le soluzioni, anche linguistiche, più disparate; e di contro alla pedanteria dei letterati e dei teologi (che vengono definiti, di volta in volta, sorbonagri o sorboniti e continuamente irrisi) Rabelais lancia, forse per la prima volta nella storia l’idea di una pedagogia attiva e collettiva, ma sopratutto (concedetemi il bisticcio di parole) “aristocratica ” e “popolare” nello stesso tempo. Aristocratica perché sono ammessi a Thelema solo coloro i quali sono buoni, gentili, belli; popolare perché tutti vengono ammessi senza distinzione di censo o sangue, in età, ricorda Rabelais, variante per le donne dai dieci ai quindici anni, per gli uomini dai dodici ai diciotto. Uomini e donne che, se desiderano vivere assieme, sposarsi, e poi uscire dall’abbazia, lo faranno; anzi, l’educazione ricevuta farà sì che i loro matrimoni siano i più lunghi e i più amorevoli, i meglio riusciti. Pratica dell’utopia, e utopia dell’educazione (sentimentale).
Alcuni critici sostengono che similmente a Il principe di Machiavelli, anche Gargantua e Pantagruele deve essere letto come un teorema pedagogico incentrato sulla figura del futuro regnante. Può darsi. Io ricordo solo che in tempi recenti, il grande mago Alistar Crowley, To Mega Therion, La Grande Bestia, capo della Golden Dawn e dell’Ordo Templis Orientis, che non a caso aveva come motto “Fa’ ciò che vuoi, questa sia la tua legge”, fondò a Cefalù una sua abbazia di Thelema, prima di esser cacciato via dal fascismo in quanto persona sospetta. E ricordo che l’apporto alla pedagogia rabelasiana è condensato nelle frasi che introducono al capitolo cinquantasettesimo, Qual era la regola dei Telemiti nelle loro giornate.
Detto che la regola stabilita da Gargantua era “FA’ QUELLO CHE VUOI”, perché, come annota Rabelais, persone libere, bennate, ben istruite, che frequentano oneste compagnie, sentono per natura un istinto e una inclinazione che sempre li spinge ad atti virtuosi e li tieni lontani dal vizio, e che essendo ognuno libero di fare ciò che si sviluppa è una sana emulazione, ne viene fuori necessariamente la seguente idea:
Ed erano così nobilmente allevati, che non v’era nessuno tra loro e nessuna che non sapesse leggere, scrivere, cantare, suonare armoniosi strumenti, parlare cinque o sei lingue, e comporre in ciascuna di esse, sia in prosa che in versi. Mai furon visti al mondo cavalieri così prodi e galanti, così destri a piedi come a cavallo, più vivaci, più svelti, meglio atti a giocar con tutte le armi, di quelle che si trovavano là; e mai si videro dame più eleganti, meno bizzose, più dotte in lavori di mano e d’ago e in ogni altra cosa muliebre libera e onesta, di quelle che stavano là.
Ora basta. Mi metto al computer e scrivo davvero il mio romanzo, e poi lo mando al “premio Urania”, sicuro dell’immancabile vittoria finale che lo vedrà sbaragliare viaggi nel tempo, universi paralleli, gialli fantascientifici e storie cyberpunk. E dopo che ho vinto e me l’hanno pubblicato ne mando una copia al Ministero dell’Istruzione (non più pubblica). Magari a qualche volenteroso gli viene in mente che anziché la scuola per le veline, possiamo provare un progetto nuovo… Anche se prende spunto da un pedagogista vissuto seicento anni addietro.

(Carmilla, 6 febbraio 2005)

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FRANCOISE RABELAIS, Gargantua e Pantagruele, a cura di Mario Bonfantini, Einaudi, Torino, 1979.
BURRHUS FREDERIC SKINNER, Scienza e comportamento, (Science and Human Behaviour, 1952), Franco Angeli, Milano, 1976; IDEM, Walden Due (Walden Two, 1948) La Nuova Italia, Firenze, 1981.

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