I computer non mangiano i bambini

Ho fatto gli esami di stato “conclusivi” nella sezione “speciale” che si trova dentro il carcere di Rebibbia. Mi ha colpito – a tal punto che ho chiesto l’autorizzazione a riciclarla per gli usi che potessero derivarne, e questo è uno – la dichiarazione di un detenuto a proposito del suo rifiuto di imparare l’inglese: l’inglese è la lingua della globalizzazione. Se fossi stato libero sarei andato a Seattle a manifestare. Giusto. Ma forse, senza sapere l’inglese, avresti avuto non poche difficoltà a capire e farti capire.

Ma parliamo pure di Internet e di multimedialità. Internet è la “rete delle reti”, una rete che mette in relazione più reti. E permette a questo articolo di circolare come risposta ad un analogo articolo che – con espressione quanto mai balorda ma aderente – è “arrivato sul mio pc” sabato scorso. Sia chiaro: i computer non mangiano i bambini. Come non li mangiava tanta cattiva televisione che genitori certo in buona fede negavano ai figli per sviluppare il loro senso critico. Non ho gli elementi per giudicare se l’operazione sia stata corretta – l’impressione è negativa e comunque mi permetto di non condividere un tale atteggiamento in nome di un concetto più ampio di libertà – ma so che la televisione, dove non si può scindere il contenuto dal contenitore, non è internet. L’incoraggiamento dell’analfabetismo informatico come forma di opposizione all’imperversare della “new economy” – “L’unica eccezione è costituita da quelle scuole in cui essa rappresenta ovvio e imprescindibile strumento di lavoro (Autocad per i disegnatori o per gli ingegneri ecc.)” -, è un anticonformismo fine a se stesso, degno di rispetto nella misura in cui si fonda su un’analisi coerente e approfondita dell’oggetto in questione ma poco rilevante sul piano pratico perché anacronistico e castrante: non è vero, paradossalmente, che gli hacker sono esperti di informatica quanto la loro controparte o forse vogliamo solo e semplicemente ignorare le nuove tecnologie relegandole a puro fatto tecnico?

Non mi chiamo fuori dalla discussione teorica, non sono affatto incompetente, né posso essere minimamente sospettato di partigianeria a favore della multimedialità e dei suoi prodotti, come dimostra in modo esauriente la mia tesi di specializzazione. Mi preme di più trovare una collocazione realistica, anche in nome del principio per cui “Gli insegnanti dovrebbero, in quanto ceto intellettuale, saper leggere la realtà con sguardo profondo, critico e impietoso e dovrebbero allenare incessantemente il loro spirito critico”. Non credo che il “senso critico”, inteso come autonomia di giudizio, ma anche capacità di districarsi all’interno di situazioni che richiedano intelligenza e maturità, fantasia, possa essere coltivato come un fatto in sé, in un orticello recintato. All’utopia – mi viene in mente il giuoco delle perle di vetro, la venerazione di una sapienza astratta, che i maestri, i dotti affidano come un dono nelle mani dei loro discepoli, sottostando ad un rapporto preferenziale e ideale tra docente e discente che non è dato rilevare nella nostra scuola neppure con il lanternino – è sempre da preferire, come suggerisce Lewis Mumford, “la vita in questo momento, qui o in qualunque luogo, portata ai limiti delle sue possibilità ideali”. C’è un notevole scarto nell’idea che ciascuno di noi ha di queste possibilità. Come notevole è il fossato tra il valore che ciascuno di noi assegna ai linguaggi nati dalle nuove tecnologie. Valore in sé, come forma prevalente di comunicazione presente e futura. Anche la carta stampata, mi sembra, ha dovuto superare una certa ostilità. Perché colpiva anche interessi stantii, a ben vedere. Demonizzando il computer, rifiutando di confrontarci con la telematica, finiremo per consegnare il campo ai nostri avversari. Oppure abbiamo dimenticato che le cosiddette “autostrade informatiche”, neppure molto tempo fa, facevano paura a chi l’informazione vuole tenerla sotto controllo?
Non mi illudo. Ma vorrei chiarire meglio i termini del problema. Non è corretta l’equazione – anche perché è un’equazione – tra sviluppo delle capacità legate all’informatica e oscuramento intellettuale, o semplice ignoranza: “Ho sentito gli stessi ragazzi, così abili al computer, affermare che Nietzsche era un buddista, che il Fascismo si affermò in Italia grazie al terrore diffuso dalle squadracce della sinistra, li ho visti arrossire…”. Oltre al fatto che ci potremmo ragionevolmente chiedere dove fosse l’insegnante di storia e filosofia – con il suo culto dell’appartenenza ad un supposto “ceto intellettuale” – mentre i ragazzi, in laboratorio, venivano trasformati nei terminali ottusi della new economy, a me sembra che tale affermazione può essere facilmente rigirata: “Ho sentito gli stessi ragazzi, così imbranati al computer, affermare che Nietzsche era un buddista, che il Fascismo si affermò in Italia grazie al terrore diffuso dalle squadracce della sinistra, li ho visti arrossire…” perché tale è la realtà in cui opero e non mi sembra che l’introduzione massiccia di pc potrebbe cambiarla radicalmente in meglio o in peggio.
Hai ragione. I segnali sono sconfortanti. Da qualunque parte ci si giri, la new technology – già, che schifo di nome – ci si presenta come un business megagalattico, martellante di offerte sempre più demenziali (“il sito preferito dai mouse”), di promesse ingannevoli (“si troverà lavoro grazie a internet”, ma dove?) e quant’altro. Il clima è cambiato da quando ho cominciato a scrivere la tesi di specializzazione sulla diffusione di prodotti multimediali in Italia. Allora si cercava di coinvolgere un pubblico ancora tiepido propagandando i pregi insiti nei nuovi sistemi di comunicazione, primo fra tutti quello dell’interattività dei dischetti con l’enciclopedia a cartoni animati o simili boiate. Adesso la maschera è caduta. Un Giovanni Valentini – uno qualsiasi, sfogliato a caso nei giorni scorsi, tutt’altro che il più preparato nel campo – parla su “la Repubblica” dei risvolti dell’affare dei telefonini di terza generazione – che, noto en passant, tutti gli alunni possiederanno entro brevissimo tempo -, di ciò che, in sintesi, il governo intende – intendeva – ricavarne per reinvestire nella new economy. La new economy? A un lettore non particolarmente esperto non sfuggiranno alcuni nessi, soprattutto negli stessi giorni in cui si parlava di strutture sanitarie di soccorso cronicamente inefficienti: “…è meglio destinare interamente questo incasso alla riduzione del debito pubblico… oppure riservarne un dieci per cento agli investimenti tecnologici, a sostegno delle imprese legate alla new economy…? In un paese come il nostro, ‘afflitto – come ha scritto all’inizio di quest’anno il settimanale americano Business Week – da infrastrutture telefoniche arcaiche e costose’, dove le spese per la ricerca in rapporto al reddito nazionale sono la metà della media europea e un terzo degli Stati Uniti; dove nelle scuole elementari c’è un computer ogni 51 alunni contro i 31 della Francia o gli 11 della Finlandia, nessuno dovrebbe scandalizzarsi se il governo pensa di investire… Tanto più che il nostro povero Sud potrebbe ricavarne un impulso decisivo per la lotta alla disoccupazione e per lo sviluppo”.
Chiudo il cerchio. Né lo sconforto, né le prediche possono servire a qualcosa. Non credo che i tanti insegnanti che hanno sposato senza esitazione il modello pluri-multi-iper siano di per sé il problema. Gli insegnanti sono sempre stati dei frustrati “accusati di arretratezza, privi di prestigio sociale”, pronti a riciclarsi, a sentirsi moderni ad ogni nuova tendenza, fosse pure quella, tanto in voga quando io ero studente, di “riconvertirsi alla psicologia”, che era spesso un modo per dire che si andava dallo psicanalista. Del resto ci sono anche colleghi che non mettono piede in un laboratorio informatico, che non perdono occasione per irridere alla “macchina che può tutto” quando la stampante si inceppa sulla penultima pagina del documento del consiglio di classe. Quello di cui loro non si sono occupati perché “non so neppure come si accende il computer”. Quegli stessi che ti danno il tormento perché tu controlli sul sito del ministero della pubblica istruzione la loro situazione. Non credo che né io né te, né i possibili interlocutori che seguono questo giro di posta si possano riconoscere in questa tipologia, da una parte o dall’altra. Ma, questo è il punto, siamo proprio sicuri che il confine passi di qui?
Cordialmente,
(“Collegamenti Wobbly”, 24 luglio 2000)

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