La condizione precaria nella scuola, le sue manifestazioni e alcuni possibili rimedi

Bell’argomento. Me l’avessero proposto quando ero scolaro, anziché insegnante precario, avrei pensato ai muri della scuola, alle strutture fatiscenti, ai laboratori dove pioveva dentro – ci piove ancora. Poi avrei pensato a quei supplenti che si autodefinivano precari. Che assimilavi alla precarietà generale.

E oggi sono anch’io precario. A tutti gli effetti anche se nelle graduatorie permanenti, quelle che hanno fatto – dicono – per tenere a bada i precari, non ci sono. Non c’ero neppure tra gli ammessi all’orale nella mia classe di concorso. Eppure ogni mattina me ne vado in una scuola dove insegno, il pomeriggio ne frequento una dove mi accomodo in un banco e ascolto delle lezioni e la sera ho ancora la testa che mi ronza dell’una e dell’altra, e di tutte le voci che ho sentito, di quelle che ho raccolto volontariamente e di quelle che mi sono cadute addosso.

La condizione precaria, prima di inoltrarsi in una complicata trafila di considerazioni sul prima e sul dopo, su certe dimensioni del mondo del lavoro, su certe categorie dello spirito, è prima di tutto una mentalità, un modo di essere, qualcosa di tangibile che si misura dall’osservazione dei suoi tanti epifenomeni: un po’ come la condizione intellettuale, condizione da null’altro motivata, in quello specifico caso, se non dalla volontà e dal tempo a disposizione.

Non sono stato sempre precario nella scuola. Lo sono stato anche nell’editoria. Lo sono meno nella vita privata: nel senso che frequento sempre la stessa gente, che leggo i libri che mi sono comprato due mesi fa senza mai sbagliare un colpo, che ho cambiato solo due appartamenti nel giro di dieci anni. La mia precarietà all’interno dell’editoria l’ho vissuta come una fluttuazione tra aspettative e risultati, una continua mortificazione degli sforzi per pervenire ad un avanzamento. L’importante è aver capito quali sono le regole del gioco.

Nel desolato panorama della precarizzazione, della fine del lavoro dipendente, del contratto di assunzione a tempo indeterminato, il precario della scuola è un privilegiato. Cioè: ha alcuni privilegi. Mi occupo – non potrebbe essere altrimenti – soprattutto di precarizzazione intellettuale, quel processo per cui da venti anni, in una certa misura da sempre, ci si disfa di una certa quota di diplomati e laureati in materie umanistiche, mettendoli uno contro l’altro per avere più soddisfazione e per tenerli in caldo per quando servono. Credevate di diventare gli scribi del Duemila? E chi siete? Guardatevi intorno, entrate nella redazione di un giornale. Spulciate tra i nomi, fate confronti, ricostruite l’albero genealogico e vi sarete accorti – spero – che anche per lavorare in piedi oggi è necessaria una qualche forma di mandato. Chi ti manda? Ah, bene, mettiti lì ma solo cinque minuti perché arriva Marco Bobbio. Poi borsetta panino casa lavoro metro. Ah non hai neppure il motorino?

Ho lavorato tre anni con quello e tre con questo. Non sono in nessuna graduatoria di indicizzatori di nomi, di correttori di bozze, di revisori a buon mercato. Non ho maturato nessun congruo numero di giorni per poter essere immesso in ruolo, né per seguire un corso abilitante. Il curriculum vitae non lo legge nessuno e le referenze me le sono giocate portando i contratti di quel furfante dall’avvocato. Le referenze per rimanere un fantasma non possono costare dieci milioni.

La colpa è della gente che non legge i libri. Gli editori vanno in bolletta e per far quadrare i conti devono andare a chiedere prestiti a destra e sinistra. Le contropartite sono in carne umana e contorno ed ecco spiegato perché le redazioni proliferano di carciofi che ti scrutano.

Il precario della scuola è una formichina che fa un pezzetto di strada con tante formichine e poi un altro pezzetto di strada con altre formichine. In ogni pezzetto di strada porta un sassolino. Quando ha collezionato un certo numero di sassolini diventa un precario giovane, poi un precario doc, poi un precario storico, poi rimane un precario storico ma di un periodo più antico di un altro precario storico e così via. Ciascuna di queste qualifiche è solo decorativa ma guai a metterla in discussione. Ultimamente c’è stata una sanatoria che ha riabilitato tutti gli astuti che – più astuti certamente di me e di pochi altri, bastava dirlo e lo facevamo tutti – si sono iscritti alle graduatorie facendo un salto che le formiche non potrebbero fare. Lo fanno le quaglie. La reazione dei precari interpellati: quelli che hanno una posizione più avanzata dicono: tanto io sono più avanti – variante populista: e tu, poverino? -, quelli che starebbero come te si indignano, battono i piedi e vanno a telefonare. Casualmente senti che dicono all’amico: oh ce l’abbiamo fatta! Quelli che stanno più indietro neppure ti sentono. A questo punto, con questa morte civile, non so neppure io cosa ci venga fuori a uno che sta più indietro di me.

La formichina fa ogni giorno una piccola verifica della situazione, delle costanti e delle varianti. Confronta i suoi sassolini con quelli delle altre formichine. Si prende l’autobus alle 7 e 10. Interrompo la mia lettura di libri esaltanti per abboccarmi con i miei consueti compagni di viaggio. I docenti di ruolo parlano del pof, del collegio docenti e dei consigli di classe. Il loro pallino sono le figure obiettivo. Noi si parla delle graduatorie e dei punteggi. Ciascuno va in provveditorato nel suo giorno libero e si informa, poi fa un salto alla sede del sindacato – la Cgil in questo è stata molto astuta a mettere una stanzetta proprio davanti al provveditorato – e chiede conferma delle informazioni ricevute. Il giorno dopo si discute del tema: Ci sono novità? No, non ce ne sono.

Nessuna nuova buona nuova vorrei dire. Ma devo stare coperto. Finché non facciamo la rivoluzione è meglio non svelare certe trame.

Ma il problema è proprio questo: la rivoluzione. I precari dormono. E dormendo sognano precarietà. E probabilmente: scuole, scuola, altra scuola. E quando si svegliano tirano per la manica i sindacalisti: allora, lo stipendio? E le nomine? E che si fa?

Si fa uno sciopero dove si sfila per le strade di Roma. Si scrive una lettera con molte firme sotto: le firme fanno paura. Quelli del Cip – Coordinamento insegnanti precari, gente sveglia – si mettono in mutande in classe perché non è stato pagato lo stipendio. Immagino che la classe faccia una colletta per ricomprarti i pantaloni.

I precari hanno capito lucidamente che i sindacati non li rappresentano. Confusamente comprendono che nelle manifestazioni si va a sventolare le bandierine. I segretari alla fine contano le bandierine: tante bandierine rosse, tante bandierine a righe verdi e bianche, rosse e nere, gialle e scrivono: abbiamo vinto noi. I precari sono giustamente delusi da come sono andate sempre le cose. La loro disponibilità a scioperare su temi più generali non li ha ricompensati adeguatamente in parte perché portatori di istanze meno visibili e meno monetizzabili in termini politico-clientelari; in parte perché disorganizzati all’interno delle categorie esistenti. I più duri fanno di tutta l’erba un fascio: chi se ne frega del riordino dei cicli? Ah, e saremo penalizzati noi? I più avvertiti, i sinistrorsi sono scettici e amareggiati: tanto non cambierà mai nulla. Amen.

Eppure.

Eppure siamo una categoria di gente che gli strumenti per capire non solo ce l’ha ma dovrebbe insegnarli. Abbiamo passato una vita a studiare e ci facciamo imboccare dal primo stronzetto che ha letto le ordinanze a rovescio?

Eppure siamo una marea di gente e abbiamo un’unica controparte chiara e definita. E abbiamo le scuole per fare le assemblee. Passiamo la vita a sgolarci davanti ai nostri ragazzi riottosi e quando siamo tradotti davanti all’autorità parliamo sottovoce? O pensiamo che urlare sia spedire una letterina di lamentini, fare la voce grossa tempestando – uh che paura – di e-mail il sito del MPI? Con tanti auguri per quel povero precario pagato a ore dal MPI che archivia i messaggi.

Eppure siamo una marea di gente ma quanto godo al pensiero che sono stati fatti fuori dei colleghi. L’unico conto che sappiamo fare è la sottrazione? Facciamo invece un po’ di moltiplicazioni: le cattedre vacanti sono circa 100 000. Tali cattedre, finché nella scuola non entrerà la faccia di Berlusconi dentro un monitor che dice: Oggi si fa le tre L, devono essere coperte da un precario. Totale: ci sono almeno 100 000 precari in servizio su almeno 200 000 classi se non di più. Ciascuna classe ha una media di 25 alunni ecc. ecc. Se tutti ad una cert’ora fanno le corna succede un terremoto.

Eppure siamo una marea di gente e aspettiamo che qualcuno ci venga a dire: adesso puoi parlare dato che sei stato buono buonino nel tuo angolino anzi no parlo io al posto tuo perché sono tanto bravino. E il microfono è mio perché me lo sono comprato. No, non facciamo altri comitati, altri collettivi. Quelli che esistono sono già più che sufficienti. Impariamo a usarli. Impariamo a porre un problema tra gli altri problemi. Riappropriamoci di un diritto che non ci è stato negato ma a cui abbiamo volentieri rinunciato per correre dietro a certi specchietti per le allodole, ciascuno per sé, ciascuno pensando di avere svoltato.

Se vogliamo veramente rompere le ossa a qualcuno dovremo rischiare di rompercele noi per primi. Rischiare non è averle già rotte. Prendiamo esempio dai ragazzi che prendono esempio dai loro fratelli più grandi che hanno preso esempio da noi. Quando devono fare sega a scuola si danno appuntamento al baretto. Se manca Giuda si vede subito. Se c’è vuol dire che è stato conquistato alla causa.

Alerino Palma
precario del liceo scientifico Spallanzani – Tivoli
e-mail valepa7@yahoo.it

(5 dicembre 2000)

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