MARCO GUASTAVIGNA Digitare prima dell’uso. Innovazione digitale a scuola: un problema piuttosto che una soluzione

[Giornale Cobas, agosto 2019]

L’amore del Superiore Ministero per l’immaginario “digitale” è davvero forte: tra 17 e 31 di luglio – sì: il mese in cui attività didattiche e collegiali sono sospese – gli interessati hanno potuto chiedere di partecipare alla selezione di un massimo di 120 docenti, destinati alle “équipe formative territoriali”, secondo quote regionali.

A valutarli sarà un’apposita commissione di tre membri, designati tra “dirigenti amministrativi e funzionari del Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca ovvero da professori o ricercatori universitari, dirigenti tecnici, dirigenti scolastici, docenti in posizione di comando”, in base a:

– titoli culturali e scientifici, fino a un massimo di 25 punti;
– esperienze professionali (35 punti);
– colloquio tecnico-motivazionale (40 punti).

Il colloquio riguarderà “un numero di docenti pari al doppio dei posti disponibili in ciascuna regione” selezionati in base ai primi due criteri. Le graduatorie saranno regionali e i vincitori avranno diritto all’esonero dal servizio per i prossimi due anni scolastici, sostituiti da supplenti annuali.

Ai prescelti vanno riconosciute intraprendenza e disponibilità, poiché – come minimo – avranno sostenuto le eventuali spese di viaggio e soggiorno e in futuro saranno loro rimborsate solo quelle certificate. In tutti i casi, oltre a diffondere le “azioni legate al Piano nazionale per la scuola digitale” e a promuovere “formazione del personale docente”, essi avranno un obiettivo davvero straordinario, ovvero il “potenziamento delle competenze degli studenti sulle metodologie didattiche innovative”, accelerazione del rovesciamento dei ruoli, estremizzazione di uno dei must degli ultimi anni: la centralità dell’allievo nei processi formativi. Le attività “saranno coordinate e monitorate dalla Direzione generale competente”, “in collaborazione con i rispettivi Uffici scolastici regionali”. L’iniziativa, infatti, è connessa al Piano nazionale per la scuola digitale e le équipe formative potranno dedicarsi a:

a) sostegno e accompagnamento all’interno alle istituzioni scolastiche del territorio per lo sviluppo e la diffusione di soluzioni per la creazione di ambienti digitali con metodologie innovative e sostenibili;
b) promozione e supporto alla sperimentazione di nuovi modelli organizzativi, finalizzati a realizzare l’innovazione metodologico-didattica, e allo sviluppo di progetti di didattica digitale, cittadinanza digitale, economia digitale, educazione ai media;
c) promozione, supporto e accompagnamento per la progettazione e realizzazione di percorsi formativi laboratoriali per docenti sull’innovazione didattica e digitale nelle istituzioni scolastiche del territorio, anche al fine di favorire l’animazione e la partecipazione delle comunità scolastiche, attraverso l’organizzazione di workshop e/o laboratori formativi;
d) documentazione delle sperimentazioni in atto nelle istituzioni scolastiche, nel campo delle metodologie didattiche innovative, monitoraggio e valutazione delle azioni formative adottate.

Mentre scriviamo non è ancora noto il numero delle domande inoltrate sulla piattaforma POLIS Istanze OnLine, esempio di modernità mediatica e efficienza auto-riconosciuta. L’episodio è però l’ultimo di una catena che stimola (oltre a facile sarcasmo) riflessioni importanti.

Esiti deludenti

Fin dal Programma di sviluppo delle tecnologie didattiche (1997 -2000), passando per l’iniziativa di formazione FOR TIC e arrivando al citato PNSD, le campagne di diffusione del Ministero sono state connotate – oltre che da prosa barocca e sempre più evidenti difficoltà espositive – da pregiudizi ricorrenti, a cui sono seguiti i medesimi problemi e gli stessi, deludenti, esiti.

In tutti i documenti e i provvedimenti, il rapporto tra docenti e strumenti (sempre presentati come “nuovi”) ha tre presupposti fondanti:

  • l’uso della tecnologia prevede conoscenze proprie e neutre, da acquisire in fasi successive, da un livello basico ad altri, più ampi, prevedibili e programmabili da una formazione centralizzata;
  • gli effetti dell’innovazione tecnologica sono ridotti, a causa di infrastrutture e investimenti limitati, ma soprattutto della mentalità arretrata di troppi insegnanti italiani;
  • gli insegnanti devono costruire un rapporto evoluto con il “digitale”, ambiente privilegiato e vincolante per l’innovazione di metodi e didattica, pena la propria obsolescenza.

Da questa visione derivano, per esempio, le campagne per la diffusione dei PC alla fine dello scorso millennio o delle LIM in questo, oppure le mitologie prima dei learning object e poi degli ebook, per arrivare a classi e scuole 2.0: un accavallarsi di storytelling didattico di cui nessuna ricerca scientifica autentica ha mai verificato l’efficacia effettiva.

In parallelo, sono state concepite figure professionali a cui delegare la gestione: gli Operatori tecnologici nella scuola di base degli anni ’90 – frutto soprattutto degli esuberi di Educazione tecnica -, i consulenti esperti destinatari dei percorsi formativi di tipo B erogati tra 2002 e 2003, fino agli “animatori digitali”: solo gli “evangelisti” del ministro Giannini non hanno trovato consacrazione.

Darwinismo digitale

Se è sempre più difficile sostenere che hanno migliorato la didattica, è certo invece che queste azioni hanno contribuito all’acquiescenza prima e all’assuefazione poi alla competizione tra scuole e tra singoli: bandi di concorso, domande, valutazione, graduatorie, vincitori e perdenti, inclusi ed esclusi. E conseguente rinuncia all’intervento centrale perequativo, sostituito da un ruolo selettivo e premiale indiscusso e indiscutibile, congruente – per altro – con l’apprendimento visto come conquista precoce di competenze per il lavoro astratto e mercificato.

Anche l’evoluzione – si fa per dire – lessicale è significativa: da “tecnologie didattiche” a “scuola digitale”: ratio la capacità innovativa. Eccoci al concetto di “digitale innovativo”, associazione di aggettivi in sé nebulosa, ma assai efficace nel marketing concettuale di MIUR, suoi uffici periferici e sempre più scuole: come tutti i significanti-quasi-vuoti, infatti, è capace di aggregare – etichettandoli – anche approcci molto diversi.

Insomma, è ormai virale un’idea deterministica, ingenua e assai pericolosa, di innovazione (didattica): disattenta a implicazioni etiche e conseguenze economiche e sociali, considera il progresso un processo darwiniano di adattamento alle “novità” tecnologiche e comunicative, assi dell’egemonia neoliberista della nostra epoca. Ogni “distruzione creativa” di schumpeteriana memoria è così a carico dei subalterni, la cui sopravvivenza dipende dalla flessibilità conseguita nel percorso formativo.

Nel rapporto tra istruzione e “digitale”, del resto, manca ogni consapevolezza delle trasformazioni della “rete” soprattutto nell’ultimo decennio, con la diffusione di pratiche e retoriche 2.0, la logica dei contenuti prodotti dagli utenti: l’affermazione del platform capitalism, che mette a valore i dati dei prosumer.

L’asservimento a Big Data

Lo standard di comunicazione sono le piattaforme centralizzate a tendenza monopolistica; algoritmi coperti da segreto industriale costruiscono relazioni e modelli analitici e predittivi per il mercato dei consumi e la manipolazione di opinioni e comportamenti. La rete aperta, policentrica, infrastruttura indipendente e pubblica, immune da dominio imprenditoriale e controllo politico è ormai solo utopia, ma funziona da alibi per chi confonde l’asservimento di cultura e lavoro insito nell’estrazione dei Big Data con la cooperazione.

La socialità algocratica è il brodo di coltura di moltissime scuole e parecchi docenti, inconsapevolmente succubi dell’economia di reputazione e attenzione: pullulano le pagine Facebook, i permessi di soggiorno ai servizi educativi di Google o alle applicazioni didattiche di Apple, le esibizioni di certificati, attestati e diplomi professionali acquisiti presso le corporation. Robotica e coding sono proposti senza alcuna attenzione critica e preoccupazione per gli aspetti etici dell’implementazione di procedure decisionali: allenamento precoce alla convergenza mentale con il pensiero macchinico e al micro-lavoro prestazionale degli “operai del clic” studiati da Casilli.

Bisogna cambiare strada. Va affermato il primato dell’emancipazione e individuato e demistificato ogni aspetto omologante di proposte didattiche, percorsi formativi e compiti e ruoli dei docenti.

Nell’epoca del capitalismo di sorveglianza, che sfrutta e condiziona individui, gruppi e relazioni, estraendo valore da conoscenza e sfera bio-cognitiva – YouTube è stato addirittura accusato di violare i divieti USA sulla raccolta di dati dei minori di 13 anni –, dobbiamo costruire una cittadinanza profondamente critica, che riguarda gli insegnanti ancor più degli allievi.

Marco Guastavigna, già docente e ancora formatore, scrive su noiosito.it e concetticontrastivi.wordpress.com

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