Gatta

Cazzo, Paolo, sei il più gatto del novecento, forse anche dell’ottocento. Chissà se c’erano i gatti, nell’ottocento. Mi sa che non c’erano.
Paolo Nori, Diavoli

La mia gatta Paolo aveva cominciato l’anno con un comportamento che era quasi impossibile, da sopportare. La gatta Paolo nel ’99 aveva un atteggiamento che sopportarlo senza rappresaglie era quasi al di sopra delle mie forze, mi ricordavo. Te hai presente, gli dicevo alla voce, la regale indifferenza felina? Hai presente l’altera indipendenza caratteristica da secoli e secoli di tutti i gatti dell’orbe terracqueo, le chiedevo alla voce. La mia gatta Paolo, niente. Niente, le dicevo alla voce. Come mi stendevo sul letto mi veniva vicino, cominciava a mordermi le mani, non come quando era piccola, con dei morsi piccoli che facevano anche piacere, forte. Mi apriva anche delle ferite, dovevo dormire coi guanti. E quando mi alzavo, la mia gatta Paolo, credi che smetteva, le chiedevo alla voce. Non smetteva. Se ero seduto al computer mi ficcava le unghie nelle gambe fino a che non gridavo. Quando giravo per casa mi veniva dietro a miagolare fino a quando non la facevo giocare, la prendevo in considerazione come coabitante del mio appartamento almeno per dieci minuti, un quarto d’ora. Allora poi si tranquillizzava. Tu pensa, le dicevo alla voce, che anche quando mi sedevo a gambe incrociate a fare gli esercizi di concentrazione, che ero seduto per terra a gambe incastrate, le mani poggiate sulle ginocchia, e fissavo il quadrante dell’orologio, che si vedeva che ero impegnato, la gatta Paolo mi si avvicinava, cominciava a mordermi le mani appoggiate sulle ginocchia. Io facevo finta di niente, resistevo al dolore, lei di solito smetteva dopo cinque minuti.
Paolo Nori, Spinoza

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