CHRISTIAN RAIMO Con l’alternanza scuola-lavoro l’istruzione s’inchina al modello McDonald’s

[Internazionale, 16 novembre 2016]

Il 18 ottobre il ministero dell’istruzione (Miur) ha presentato il progetto Campioni per l’alternanza. Si tratta di un protocollo d’intesa con sedici aziende per l’alternanza scuola-lavoro nel triennio delle superiori, ed è il modello con cui il ministero ha deciso di lavorare da qui in avanti.

Di alternanza scuola-lavoro parlavamo – e criticamente – già lo scorso febbraio, spiegando cos’era questa nuova disposizione della legge 107 (la cosiddetta Buona scuola): gli studenti dei licei devono fare obbligatoriamente almeno duecento ore di attività aggiuntiva nel corso del triennio, gli studenti dei tecnici e dei professionali devono fare almeno quattrocento ore.

Nel 2015, primo anno di sperimentazione, per molti dirigenti scolastici è stato complicato trovare le aziende disposte ad accogliere – e formare – centinaia di migliaia di studenti. Eppure, il numero fornito dal ministero sugli studenti partecipanti del 2015/2016 è 652.641, e la previsione è di portarlo a 1,1 milioni e 1,5 milioni rispettivamente nel 2016/17 e 2017/18.

Per questo l’accordo Campioni per l’alternanza è stato accolto dal ministero con entusiasmo: le prime sedici aziende coinvolte – Accenture, Bosch, Consiglio nazionale forense, Coop, Dallara, Eni, Fondo ambiente italiano, Fca, General electric, Hpe, Ibm, Intesa Sanpaolo, Loccioni, McDonald’s, Poste italiane e Zara – si sono impegnate a prendersi in carico 27mila studenti all’anno: moltissimi. Accanto a piccole realtà come Loccioni o Dallara, ci sono multinazionali come Fca, Hewlett Packard o McDonald’s. Quest’ultima, per esempio, ha dichiarato di poter seguire e formare diecimila studenti all’anno.

Il progetto è un misto di retorica del made in Italy e di un concetto astratto di innovazione didattica

Alla presentazione (qui si può vedere l’intero video) la ministra Stefania Giannini ha ribadito quale sia l’ispirazione del progetto – il modello tedesco – e quale sia l’obiettivo: “Una sfida economica, sociale e culturale”.

Secondo la ministra il progetto permetterà di “aggredire quello che è il nemico più temibile dell’Europa di oggi, e della nostra società, cioè la disoccupazione giovanile”, ovvero quei “due milioni di giovani che in Italia non studiano e non lavorano e non hanno speranza”. Ma il punto centrale è quello che Giannini definisce la sfida culturale: “Si tratta di superare il novecento, senza perderne la forza, ritornare a una tradizione tutta italiana, tutta europea, che significa collegamento – a partire dalle botteghe rinascimentali – tra la parte teorica, il pensiero critico e la sua possibile applicazione. Quello che i greci chiamavano techne e i latini chiamavano ars, che è diventato un po’ il punto qualificante del prodotto italiano, quando si parla soprattutto di manifattura”.

Nelle parole della ministra sembra esserci un po’ di confusione riguardo a quale sia il cuore del progetto – un misto di retorica del made in Italy e un concetto un po’ astratto come quello di un’innovazione didattica che però non cita mai chiari riferimenti pedagogici. E anche la citazione delle botteghe rinascimentali rispetto ai tirocini degli studenti presso McDonald’s o la Coop sembrano comunque stridenti. Alle domande più specifiche che Internazionale ha posto al ministero, le risposte non sono state molto più esaurienti.

Carta bianca alle aziende
“I Campioni per l’alternanza sono stati selezionati principalmente in base a tre criteri”, ha spiegato il ministero. “Esperienze di alternanza di qualità: hanno offerto percorsi di alternanza variegati (coinvolgono 14 settori di attività) che prevedono sia una parte informativa e di formazione che di svolgimento pratico. Ciascuno studente potrà sviluppare competenze trasversali: lavoro in gruppo, risoluzione di problemi complessi, comunicazione, per fare alcuni esempi. Al contempo ogni studente avrà la possibilità di mettersi alla prova e valutare attitudini e preferenze che potranno tornare utili nell’indirizzare i prossimi passi del proprio percorso di crescita personale e professionale”.

Il secondo criterio è il forte impegno verso l’alternanza e gli studenti: “Tutte queste organizzazioni – grandi e medie aziende nazionali e internazionali ma anche organizzazioni non profit e ordini professionali – si sono impegnate a ospitare un numero di studenti significativo”, continua il ministero.

Infine, il terzo criterio è la novità: “Tutte queste organizzazioni si sono impegnate a definire percorsi di alternanza innovativi nel rispetto dei princìpi previsti dalla legge Buona scuola”.

I percorsi di alternanza delle organizzazioni entrate a far parte del programma sono stati definiti attraverso il confronto tra il ministero e i responsabili dei programmi di formazione e delle risorse umane delle organizzazioni coinvolte, spiega ancora il Miur, e sono “finalizzati a sviluppare competenze trasversali e conoscenze del settore di riferimento”.

L’impressione, anche da queste vaghe risposte, è che il ministero abbia dato carta bianca alle singole aziende per gestire come vogliono il progetto dell’alternanza, e senza un evidente criterio educativo nel caso di alcuni accordi.

Il punto che Zara ha a cuore è la trasmissione della cultura aziendale della multinazionale

Abbiamo chiesto a Zara di specificare quali sono i criteri del loro progetto e ci hanno risposto che “il programma si articola in attività di formazione e acquisizione di competenze nelle aree della gestione commerciale e della logistica, nell’utilizzo di tecnologie di supporto come per esempio la Radio-frequency identification (Rfid), nell’ecommerce, nel servizio al cliente, visual merchandising e layout di negozio”.

Ma accanto alla formazione tecnica, come già ricordato, il punto che Zara ha a cuore è la trasmissione della cultura aziendale della multinazionale: “Zara intende condividere con gli studenti la propria filosofia e i propri valori di riferimento, passione, impegno costante e attitudine al lavoro, quali importanti asset del percorso educativo. Zara basa la propria politica formativa e di crescita professionale sull’idea che l’apprendimento, oltre che una base teorica, debba fornire una solida esperienza sul campo che generi ‘saper fare’”.

“L’età media dei dipendenti”, continua l’azienda, “anche in posizioni apicali, è under 40 e questo fa sì che ci sia un’estrema facilità di scambio e reciprocità. Quindi un processo di learning by doing. Di certo non mancherà un’introduzione alla società e soprattutto all’attenzione che il gruppo Inditex mette sui temi della responsabilità sociale e della sostenibilità”.

Negli ultimi anni Zara ha puntato molto sulla credibilità del marchio, e dal loro ufficio stampa mi viene fatto rilevare che sul profilo aziendale di corporate social responsibility ci sono diversi documenti che mostrano la forte attenzione alle ditte fornitrici.

Inchieste indipendenti
Tuttavia, anche recentemente, le denunce di sfruttamento degli operai all’interno dell’azienda sono continuate. Solo l’anno scorso un’inchiesta indipendente ha messo sotto accusa Inditex, la multinazionale dell’abbigliamento che controlla Zara, addossandole la responsabilità di non fare sufficienti controlli nelle fabbriche produttrici in Brasile. Un noto attivista pachistano, Ehsan Ullah Khan, da anni sostiene che nonostante gli impegni dichiarati, Zara usa in gran parte lavoro minorile, impiegando ragazzini del sudest asiatico. E anche in Italia soprattutto i sindacati di base denunciano la mancanza di tutela di alcuni diritti fondamentali – l’indennità di malattia, la maternità – da parte dell’azienda.

Ma al di là dei dubbi sull’etica aziendale di Zara, è comunque interessante domandarsi in cosa consista in concreto il progetto dell’azienda approvato e promosso dal Miur. I 600 studenti presi in carico da Zara per centinaia di ore che cosa faranno in concreto? Saranno nel negozio ad accogliere i clienti? Aiuteranno in magazzino? Osserveranno? Faranno i commessi? Potranno stare alla cassa? Saranno, come di fatto è stato nel 2015 per molte aziende che hanno svolto l’alternanza scuola-lavoro, una non piccola massa di manodopera gratuita?

È difficile ottenere risposte chiarificatrici. In molti documenti ufficiali e nelle dichiarazioni delle varie aziende l’aziendalese si sposa allo scolastichese: la parola chiave del connubio è competenze. Spesso competenze trasversali. La didattica per competenze potrebbe essere una cosa seria, ma se fatta declinare dagli uffici marketing delle grandi aziende può trasformarsi in una caverna di Alì Babà concettuale, un plastismo a definire tutto e niente e a piegare il progetto didattico ad altri scopi.

Il comunicato di McDonald’s per esempio dice: “Il progetto si pone l’obiettivo di sviluppare le soft skill degli studenti italiani, ovvero quelle competenze di carattere relazionale e di comunicazione interpersonale fondamentali per approcciare al meglio il mondo del lavoro a prescindere dal ruolo ricoperto”.

Quando abbiamo chiesto all’azienda di spiegare queste soft skill e che valore educativo si ricava dal loro sviluppo, McDonald’s ci ha risposto:

Ci sarà una parte teorica che sarà dedicata a spiegare come funziona il ristorante, le norme di sicurezza, le principali norme legate alla ristorazione. Dopodiché ci sarà una parte pratica al ristorante dove i ragazzi non verranno impiegati nelle cucine; l’idea è proprio di basare il progetto sulle soft skill, sulla parte di competenze trasversali che possono essere utili indipendentemente da quello che farà il ragazzo nel futuro. Fondamentalmente verranno utilizzati al di qua delle casse, si occuperanno di assistere i clienti in diverse fasi della loro permanenza nel ristorante”. Per esempio li aiuteranno a fare l’ordine elettronico attraverso una sorta di grande iPad collocato nel negozio, oppure “affiancheranno le hostess che si occupano di gestire le feste di compleanno, e questa potrebbe essere una parte molto adatta per chi fa l’istituto psicopedagogico: far giocare i bambini e assistere i genitori nella loro permanenza nel ristorante. Abbiamo immaginato anche un supporto multilingue, per cui siccome abbiamo in alcune zone grande afflusso di turisti, potrebbe essere utile per chi fa il liceo linguistico.

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