«Professione docente», novembre 2025
Come sono stati imposti ai docenti i principi della «didattica per competenze», destinata a umiliare i saperi disciplinari e i contenuti di cultura, per favorire un processo di condizionamento delle intelligenze, per orientarle verso un contesto di valori sempre più in linea con principi di tipo consumistico e anti culturale
Il diritto alla “libertà d’insegnamento” (Art. 33 della Costituzione) è stato l’unico argine efficace ad impedire il completo smantellamento della scuola pubblica, pur fortemente compromessa nella sua efficacia formativa dalla logica economicistica che negli ultimi trenta anni ne ha snaturato gli obiettivi. In particolare, ha consentito agli insegnanti, sia pure sempre più ostacolati da attività extracurricolari superflue, di mantenere saldo il principio che la scuola è un luogo di cultura, un deposito di quel sapere che è bene venga trasmesso alle generazioni successive, e senza il quale non è possibile immaginare una reale emancipazione intellettuale; a beneficio dell’intera comunità e del carattere democratico e pluralista delle istituzioni. Un principio di tale rilevanza non può facilmente essere smantellato o contraddetto, e finora nessuno, negli ambienti anche più radicali tra i riformatori, ha provato ad attaccarlo direttamente. La strategia più diffusa è stata quella di aggirarlo o di ridimensionarne la valenza. Tale tentativo era già all’opera nel Libro verde della pubblica Istruzione, prefato dell’allora ministro Luigi Berlinguer. Nel quale si affermava come tale principio, ormai consolidato grazie alla robustezza democratica delle istituzioni, non era più a rischio, in quanto era inconcepibile che nella Repubblica italiana si potessero discriminare gli insegnanti in per motivi di carattere politico, religioso o di altro tipo. Strano ragionamento, che ribalta il senso di quel diritto: che non è quello di difendere secondo criteri corporativi la possibilità per il docente di fare quello che vuole, ma intende tutelare proprio i discenti e le loro famiglie, garantendo loro che il sapere che la scuola è chiamata a trasmettere non corrisponde a un contenuto di regime, ma è specchio di quel pluralismo delle opinioni che attraversa il tessuto sociale. C’è stato in seguito il tentativo di intendere la libertà d’insegnamento quale diritto collettivo, come teorizzato agli inizi degli anni Duemila dall’allora Dirigente scolastico Malinverno: la libertà in merito alla linea didattica dell’Istituto sarebbe spettata al Collegio dei docenti, e a quella linea i singoli insegnanti avrebbero dovuto attenersi rigorosamente. Guarda caso, suggerimento accompagnato dall’indicazione per i Dirigenti scolastici di esercitare la giusta pressione sul Collegio stesso, affinché passassero le metodologie più “innovative”. Si comprende allora l’affermazione contenuta nel Libro verde: se la didattica si riconosce in un’unica metodologia uniforme, l’appartenenza politico-culturale del singolo docente non ha in effetti più alcuna rilevanza. Durante il lockdown un gruppo di intraprendenti Dirigenti Scolastici, tra le personalità che anche allora godevano di maggiore credito presso il Ministero, in un documento simpaticamente intitolato La scuola non è dei sindacati, è degli studenti, inserivano questa perla in merito all’interpretazione costituzionale che, a parere di chi scrive, avrebbe dovuto preoccupare le autorità istituzionali, tenuto conto del ruolo di responsabilità esercitato da tali estensori: «[…] chiediamo a chi urla ai quattro venti invocando la libertà di insegnamento, di informarsi bene. Il docente non è libero di insegnare oppure no. E nemmeno di scegliere cosa insegnare. Il docente si allinea al PTOF della sua scuola, si attiene alle Indicazioni Nazionali, organizza il suo lavoro in raccordo con i documenti della scuola in cui esercita il suo ruolo, e alle disposizioni che il Ministero emana […]». In tutti i casi che abbiamo citato, è identica la logica costrittiva: imporre ai docenti i principi della “didattica per competenze”, destinata a umiliare i saperi disciplinari e i contenuti di cultura, per favorire un processo di condizionamento delle intelligenze, per orientarle verso un contesto di valori sempre più in linea con principi di tipo consumistico e anti culturale. Che la finalità della scuola fosse ormai quella di creare non più cittadini consapevoli bensì consumatori era del resto una tesi proposta, già nel lontano 1998, dal compianto Lucio Russo.
Recentemente, però, il ministro Valditara ha proposto un’interpretazione della “libertà d’insegnamento” di tenore opposto, ma altrettanto preoccupante: «La libertà di insegnamento riguarda come insegnare, non cosa insegnare; se dare o meno centralità alla storia dell’Occidente, se insegnare o meno il latino è una decisione che spetta al ministero, come ovunque nel mondo.» [“Tecnica della Scuola”, 29/09/2025] Apparentemente, un capovolgimento. Che però ci interessa commentare, in quanto consente di rimarcare quanto già abbiamo sottolineato nel numero di novembre di “Professione Docente”: quanto la difesa del sapere disciplinare in contrapposizione alla logica tecnocratica delle competenze sia in netta antitesi con il modo in cui l’attuale ministero afferma di voler privilegiare i contenuti curriculari. Da una parte un’idea progressista ed emancipativa della cultura; dall’altra un modello di sapere fortemente in contrasto con lo sviluppo di un’adeguata capacità critica. La politica dell’attuale ministero è in realtà in perfetta continuità con la logica economicistica più radicale già espressa dai passati ministeri (il percorso 4 + 2 è il vero manifesto in questo senso dell’attuale esecutivo, e di quanto agisca in piena coerenza con chi lo ha preceduto); nello stesso tempo, tale continuità vorrebbe essere occultata da una maggiore enfasi sui contenuti. Il ministro peraltro fa due riferimenti tra loro incommensurabili, uno di tipo curricolare – il latino -, l’altro evidentemente ideologico, nella speranza forse che questo secondo aspetto non appaia nella sua chiara parzialità. Al di là della polemica specifica, che non possiamo in questa sede approfondire (pur se lo meriterebbe), ciò che interessa sottolineare è il senso profondamente anti culturale che in questo caso viene attribuito al sapere disciplinare, da rifiutare in toto da parte di chi, come noi, crede che debba rappresentare il cuore della vita scolastica. Quel sapere, infatti, deve valorizzare l’aspetto interpretativo della conoscenza, portare in evidenza i diversi contributi storiografici, mostrare come non può esistere – in ambito storico ma non solo – un’unica interpretazione. Questa può essere imposta solo da logiche di potere estranee alla vera essenza della cultura. Insomma, ancora una volta ci troviamo di fronte a una difesa strumentale della “libertà d’insegnamento” che, nonostante il proposito di rispettarla, intende limitarla laddove essa è più efficace, più autonoma e libera, ed è in grado proprio per questo di sollecitare in senso critico le menti degli studenti. È bene che i docenti siano consapevoli della posta in gioco e sappiano tenere fermo l’impegno a favore di una scuola in cui sia garantita piena libertà di interpretare il reale.