La nostra [stanca] civiltà

Il ministro ci ricorda (almeno una volta a settimana) che nella scuola dovranno (fino ad ora carenti) essere insegnati i valori della «nostra» civiltà a chi ne fa parte e anche (forse soprattutto) a chi non ne fa parte, perché possano, l’uno e l’altro, diventare migliori, o diventare come noi. Fin qui tutto bene, cioè tutto male, il principio che io come insegnante devo imporre alcunché non solo va contro la libertà di insegnamento ma contro la stessa logica della programmazione didattica, quand’anche si trattasse di insegnare alle e agli studenti l’importanza della libertà contro la schiavitù.

Per trasmettere i valori della «nostra» civiltà il ministro ha speso un esercito di commissioni e sottocommissioni che hanno redatto un sofisticato elenco di argomenti (le indicazioni nazionali) alle quali il docente dovrebbe attenersi, al netto della succitata libertà di insegnamento, oltre che a un larvato rispetto della logica, e tenendo conto della pigrizia con cui anno dopo anno si copiaincollano le programmazioni, anche nell’era di Gemini. Ossequiando, nei limiti delle proprie capacità, i valori della «nostra» civiltà, a partire dalla «nostra» storia, che per inciso inizia dai Sumeri e dai Babilonesi. Per dire che è sempre un buon piano cambiare tutto per non cambiare nulla. E meglio ancora, non cambiare nulla per non cambiare nulla.

Tranne qualche omissione qua e là, piccoli tagli indlori con contorno di mezze ritrattazioni e una cosa che funziona sempre, lo specchietto per le allodole, il nefasto Furedi contro cui scagliare le frecce e le freccette al grido straziante di all’armi son fascisti. Il punto è un altro. Di cosa consistono, se hanno una consistenza, questi valori che ci distinguono dagli altri, dall’altro? Nelle dichiarazioni ufficiali si legge qualche pallido riferimento a ciò che non è un valore accettabile, il velo della studente araba che non ci permette di vedere la sua faccia, le posizioni estremiste dei terroristi che non hanno diritto di entrare nel dibattito perché il pluralismo, questo sì un valore connotante all’ombra delle aspirazioni maggioritarie della maggioranza, ha dei limiti. Ragionevole: se si tiene conto che i terroristi sono tra noi, dappertutto, motivo per cui i dirigenti hanno ricevuto in passato indicazioni molto puntuali su cosa non deve passare in un collegio docenti.

D’accordo, l’Occidente e l’altro. Le radici cristiane rispuntano ovunque. Lepanto ce lo ha insegnato e Soros ce lo ricorda nel presente. Anche se è poco, oltre che abusato. Provo a spigolare altri temi, evitando di desumerli da «Il mondo al contrario» di Vannacci o da una nota canzone di Brunori. La cucina mediterranea no perché sul mare «nostro» si affacciano anche gli altri, mentre noi italioti indulgiamo a cibi dal sapore squisitamente nordamericano, contiguo all’Occidente ma non in senso valoriale. Taccio sulle Forze armate perché so che la repressione è una cosa seria. E comunque le Forze armate hanno le loro feste comandate. E se vediamo spesso dei militari dentro la scuola probabilmente il motivo è che ci vogliono proteggere. Il ricordo delle foibe, sì, ma senza inquadrarlo nel contesto storico, l’antifascismo no perché crea imbarazzo, il paesaggio sì ma solo in cartolina, l’arte sì ma solo dentro l’ambiente steam, intesa come plusvalore da estrarre e così sia.