Se tocca a noi

In attesa di conoscere (anche no) il programma elettorale del PD sul tema della scuola (come si può perfezionare una riforma epocale?), mi sono andato a rispolverare il programma del 2013. Per tracciare un bilancio su quello che è stato attuato o non attuato. Mi è bastato leggere poche righe per sentirmi posseduto dallo spirito della più grande forza riformista del paese. Di tutti i tempi.

Per prima cosa, il documento è del febbraio 2013, praticamente alla vigilia delle elezioni, si dice voltiamo pagina rispetto alla scuola di Berlusconi e di Monti. Dite che nel governo Monti c’eravamo anche noi? Un cavillo, scusate.

Berlusconi ha inflitto tagli invece di investire. E in particolare «È stata enfatizzata la modernizzazione del sistema scolastico puntando non sulla qualificazione del personale e sull’organizzazione del lavoro, ma attraverso la diffusione di strumentazioni tecnologiche». Che non si sono nemmeno viste.

Monti ha continuato a tagliare, seguendo la dottrina Tremonti. Ha offeso gli insegnanti chiamandoli conservatori e corporativi (mentre noi abulici e squadristi, ma solo perché non hanno compreso l’epocalità della riforma epocale o sono venuti a rompere i timpani con pentole e coperchi mentre parlava la ministra che di tale riforma epocale è stata, almeno nominalmente, il deus ex machina). Inoltre Monti, contro il nostro parere, ha voluto fare un concorsone. E dopo anche noi, è naturale. Un concorsone tira l’altro.

Insomma. un disastro. Allo stato attuale, un vero e proprio allarme educativo. Il tasso di abbandono scolastico è del 18,8%. Peggio di noi solo Malta, Portogallo e Spagna. I livelli di istruzione della popolazione italiana sono troppo bassi. Molti, moltissimi non leggono nemmeno un libro all’anno. O leggono spazzatura. O leggono Fabio Volo. Oltre la metà degli studenti delle scuole superiori non si scrivono all’università. Nel senso che i loro nomi non sono scritti negli elenchi degli studenti universitari. La Fedeli, criticata in modo vile dai leoni da tastiera, dimostra di essere più avanti di tutti voi, che dite ancora vado in Ispagna, mi iscrivo all’università, ministero della pubblica istruzione.

Ma se ora tocca noi. Dio non voglia, i sondaggi ci danno favoriti, ma l’esperienza insegna che nelle ultime due settimane prima delle elezioni vengono capovolti. Ma se toccasse a noi intanto cerchiamo di attuare l’art. 3 della Costituzione. Rimuoviamo sti benedetti ostacoli e assicuriamo a tutti uno straccio di laurea. Fatto. Manca giusto la ministra e un altro cinque-dieci milioni di persone. In secondo luogo, «vogliamo riportare gradualmente l’investimento almeno al livello medio dei Paesi OCSE (6% del PIL)». Fatto. Quasi fatto. Siamo al 2 virgola qualcosa. Non so se ve l’hanno detto, ma c’è la crisi. Poi vogliamo contrastare la dispersione scolastica, la discriminazione sociale, il rinnovamento della figura del docente, non più erogatore di conoscenza, ma sollecitatore dell’apprendimento. Sollecitatore il dizionario non lo prende. Trovate un’altra parola.

Ma attenzione a questo punto: «Occorre promuovere una costituente per la scuola». Il neretto è nel testo del documento. Per la verità è un rossetto. La costituente è stata sostituita da una megaconsultazione on line, una cosa con le crocette su domande preconfezionate, truccata e per niente trasparente (i risultati non sono mai stati resi noti). Ma più che altro perché non era chiaro come doveva essere eletta la costituente per la scuola e chi doveva farne parte. Troppe complicazioni. Così, quando è stato chiaro che la megaconsultazione è stata un flop, abbiamo virato sui mille innamorati della scuola che ci avrebbero aiutato a completare il percorso della riforma con il loro entusiasmo. L’entusiasmo si tagliava a fette.

Le assunzioni di precari saranno rese possibili dai pensionamenti («occorre permettere il pensionamento di quanti, docenti e Ata, sono rimasti ‘impigliati’ nella riforma Fornero, in particolare sanando l’ingiustizia subìta dai lavoratori della scuola della cosiddetta “quota 96”»). Forse verso gli ultimi mesi della legislatura, per fare campagna elettorale.

L’organico funzionale triennale, vera genialata del programma, attuato attraverso la chiamata diretta, che non era in programma, all’inizio eravamo contrari, è uscita dal cappello di Renzi. Noi volevamo stabilizzare tutti i precari con un piano come quello di Fioroni, ma poi ci è sembrato tutto troppo facile, troppo lineare, bisognava dare i resti. I precari, oltre tutto, preferiscono una vita agra irta di insidie. Noi abbiamo dato a docenti che venivano dal cuore della Sardegna la possibilità di conoscere la provincia di Pordenone. Abbiamo dotato ogni scuola di insegnanti potenzianti di materie che non si insegnano più.

E basta con le riforme, ne sono state fatte troppe: «L’impegno dei demyocratici (sic, ho fatto copia-incolla) e dei progressisti non può esser fatto di roboanti promesse, ma di un confronto aperto, affinché l’istruzione non sia il luogo delle divisioni, ma dell’unità del Paese e gli insegnanti abbiano quel riconoscimento economico e sociale che giustamente meritano». Non sapete cos’è l’ironia?

Particolare modo di esprimersi che conferisce alle parole un significato contrario o diverso da quello letterale, con intento critico o derisorio

L’alternanza scuola-lavoro non era nel programma. Ce l’ha chiesta Confindustria. L’abbiamo inserita al posto del piano per l’edilizia scolastica.

La valutazione deve essere una cosa seria e non solo un sistema per elargire premi. Il passaggio più bello è questo, perfettamente coerente con quanto si è visto nella legislatura a proposito dell’ispirazione dei nostri provvedimenti: «Serve quindi maggior cooperazione all’interno della scuola, se vogliamo migliorare il successo scolastico degli studenti, non maggior competizione».

Continuate a non votarci. Firmato. Francesca Pierluigia Leopolda Puglisi

Per saperne di più: L’Italia giusta. Dove il futuro si prepara a scuola

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