PAOLO BUSONI Fino all’ultimo barile

[«Emergency», 48, marzo 2008]

Lo sviluppo che si persegue e lo sviluppo che si vuole conservare scatenano mezzo mondo in una caccia al petrolio che si risolve in danno dell’altra metà. Tutti a chiedere risorse energetiche e nessuno a interrogarsi su che cosa sia lo sviluppo.
Il petrolio è un liquido ad alta intensità di energia, relativamente stabile, facile da immagazzinare, trasportare e trasformare. Per le sue eccezionali caratteristiche il petrolio è parte fondamentale della nostra ita quotidiana e qualcuno si è spinto a definirlo “elemento base dell’attuale civiltà”.
Da quando è iniziato lo sfruttamento sistematico del petrolio per scaldarsi, muovere merci e persone e per produrre oggetti – poco più di un secolo e mezzo fa – non c’è altra risorsa che abbia attratto tanti interessi.
Líoro – che era stato con le spezie, la seta e pochi altri beni la causa di tante guerre, oltre che la base del sistema internazionale degli scambi, oggi non riesce a suscitare la stessa bramosia di questo liquido nero.

Il petrolio conteso tra guerre sul campo o nei mercati finanziari
La tecnica bellica degli ultimi anni non può prescindere dal petrolio e per il petrolio si sono fatte molte guerre. Tuttavia non tutte le guerre per il petrolio si combattono con battaglie sul campo: esiste un altro livello di scontro, la lotta senza esclusione di colpi tra attori economici, siano essi nazioni o altri portatori di interesse.
Líoscillare dei prezzi del barile negli ultimi mesi è la dimostrazione macroscopica degli scontri in corso. Ci sono guerre vere (l’occupazione dell’Iraq, terza riserva mondiale di greggio, e dell’Afganistan, il territorio che confina con l’Iran e con i nuovi produttori dell’Asia centrale), guerre non convenzionali (ad esempio le tensioni in Nigeria), guerre diplomatiche (le azioni del governo venezuelano) e cíè il sovrapporsi, o meglio il cortocircuito, di tanti interessi strategici e commerciali che si evidenziano nella formazione del prezzo della materia prima.
Proprio in quest’ultimo ambito si posino individuare molti attori diversi che si mandano messaggi l’un l’altro, anche solo per far rimarcare la propria esistenza.
Certo, il petrolio non finirà tanto presto. Il famoso studio del Club di Roma (forse il primo istituto di ricerca strategica a porsi il problema della crescita incontrollata dei consumi) di rentacinque anni fa è stato smentito – addirittura ridicolizzato – più volte, ma su un aspetto aveva ragione: il greggio costerà sempre di più.
I nuovi giacimenti, faticosamente trovati fuori dalla “usuale” – e altamente instabile – regione del Golfo Persico, sono più difficili da sfruttare e, anche solo per mantenere in attivo gli investimenti di chi li ha finanziati, il prezzo non può scendere sotto una certa cifra. D’altra parte chi ha un costo di estrazione medio-basso, come l’Arabia Saudita, si avvia verso la fisiologica diminuzione delle sue riserve e si guarda bene dall’abbassare il prezzo, incamerando un discreto differenziale.

Le risorse si riducono, gli acquirenti aumentano
Anche il tanto strillato arrivo di nuovi acquirenti di portata globale (non solo Cina e India), che non badano molto al prezzo perché riescono a mantenere bassi i loro costi di produzione comprimendo i salari, insieme alla necessità dell’occidente di difendere il proprio standard di vita e di ridurre nel contempo le emissioni inquinanti per quella parte di mondo che crede – o fa finta – nel Protocollo di Kyoto) contribuisce alla corsa al rialzo dei prezzi del petrolio.
“Prezzi” e non prezzo: è ormai necessario parlare di costi diversi per petroli diversi e deve essere superata la generalizzazione del prezzo al barile del Bent del Mare del Nord o del Wti” – Western Texas Intermediate – come viene data al telegiornale.
Il greggio non è tutto uguale, altrimenti non si spiegherebbe perché il prezzo non cali nonostante l’annuncio di maggiori quote di produzione da parte dell’Opec. Il petrolio “leggero”, a ridotto carico di inquinanti, che sgorga dagli alti strati del terreno in Nord Iraq è ben diverso dall'”acqua sporca” piena di zolfo dei pozzi del Mar Cinese o dal bitume faticosamente “lavato” dalle sabbie del Canada.
L’occidente industrializzato vuole petroli leggeri, facili da raffinare e con bassi residui. Per questo si è buttato nell’avventura irachena.
Per ora la Cina e l’India “bruciano” petrolio di qualsiasi qualità, essendo disposti a compromettere l’ambiente pur di non dover razionare la corrente e far marciare le fabbriche a pieno regime. Presto, però, anche i loro mercati avranno bisogno della migliore qualità.
Storicamente il mercato del petrolio è un mercato di filibustieri, dediti al semplice arricchimento: gli stati produttori di petrolio, ad esempio, indipendentemente dai sentimenti nutriti per l’occidente industrializzato, si sono sempre comportati da attori economici razionali. I commerci non sono mai cessati, nemmeno se erano indetti embarghi dall’una o dall’altra parte: la Libia, ad esempio, ha continuato a fare affari con l’Italia anche nelle fasi più difficili della relazione tra i due paesi.
Secondo l’Agenzia Onu per l’energia, da qui al 2030 si verificherà un aumento del consumo energetico mondiale del 60% e petrolio e gas saranno le fonti principali di approvvigionamento. Secondo la stessa fonte, l’aumento della domanda sarà soddisfatto per il 70% dal Medio Oriente.
I regimi della zona, tutti più o meno illegittimi, riescono a tenere tranquille !e loro popolazioni grazie all’enorme differenziale tra i costi di estrazione e i prezzi praticati e non intendono perdere l’unica possibilità di mantenersi al potere.
La sensazione però è che, dalla parte degli acquirenti, le poche regole di questo mercato stiano per saltare; negli ultimi anni abbiamo assistito a una generale compressione dei prezzi all’origine delle materie prime a favore dei costi di trasformazione e distribuzione: il prezzo del caffè non è certo diminuito nonostante al singolo contadino sia pagato sempre meno.
Chi amministra i costi intermedi, i “passaggi”, finisce per diventare il vero padrone (è la conseguenza della terziarizzazione avanzata).
I tentativi di tenere basso il prezzo del petrolio con le parole o con le armi sembra che non abbiano dato molti frutti, nemmeno quelli più propriamente finanziari come la costante svalutazione della moneta usata per le transazioni.
In queste condizioni potrebbe sorgere la tentazione di “controllare” – se non proprio boicottare – lo sviluppo di quasi la metà della popolazione mondiale, cominciando dai poveri del mondo per poi passare ai due grandi “competitor” asiatici.

La difesa del troppo contro l’aspirazione al necessario
Del resto tarpare le aspirazioni di un africano che non ha mai avuto nulla, o di un cinese o di un indiano che “non hanno ancora”, sembrerebbe più facile che convincere chi “sta bene” in occidente a ridurre le sue abitudini di spreco quotidiano.
George W. Bush, a questo proposito, fu abbastanza chiaro quando parlò della necessità di difendere il life style americano.
Anche per il prossimo presidente Usa, l’energia sarà la sfida centrale della politica estera e militare americana, dato che l’amerìcan way of life non può prescindere dal consumo smodato di risorse. Con il 4,6% della popolazione, gli Usa assorbono il 25% del petrolio del mondo, mentre la produzione interna è circa un decimo del fabbisogno.
La maggior parte del petrolio consumato alimenta il sistema dei trasporti – in prevalenza privati ¬ caratterizzati da un gigantismo dei veicoli che non trova riscontro altrove.
Nell’attesa che gli Usa si rendano forse meno dipendenti dal resto del mondo, la lotta per il controllo delle risorse energetiche disponibili è destinata a crescere insieme alla “sete” degli altri, cioè di tutto il resto del mondo che intende svilupparsi.
Il sistema di pesatura economica utilizza come indicatore di crescita proprio il consumo di energia: ufficialmente una nazione non “cresce” se non aumenta di anno in anno il suo consumo…
Si apre quindi una nuova lotta per la sopravvivenza, che qualcuno definisce darwiniana, dove prevarrà chi è capace di adattarsi meglio ai cambiamenti e non è detto che gli Usa e l’occidente siano adatti a questa competizione.
A meno di non ricorrere a quello in cui sono veramente superiori: la dotazione tecnologica e di competenze per il dominio globale e permanente.

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