RICCARDO BOCCI Bonn-Roma, il biocarburante ci seppellirà

[«il manifesto», 5 giugno 2008, terraterra]

Biodiversità e agrocarburanti, una relazione difficile a prima vista. Monocolture sterminate di canna da zucchero, palma da olio, mais e soia sono, infatti, quanto di meno diverso si possa immaginare e hanno, inoltre, un forte impatto sulla biodiversità naturale per i disboscamenti e le distruzioni di habitat necessari per far spazio a queste coltivazioni. Almeno così si potrebbe pensare in base al buon senso. Di parere opposto il Brasile, che, alla recente Conferenza dei paesi firmatari della Convenzione sulla Diversità Biologica (Cdb), ha difeso a spada tratta la sua scelta energetica: produzione a larga scala di «biofuel», come sono chiamati, a partire dalle piantagioni di canna.
La scorsa settimana a Bonn si è chiusa una negoziazione che ha anticipato quanto si sta discutendo in questi giorni a Roma presso la Fao. L’impatto dell’agrocarburante sulla biodiversità agricola e naturale ha occupato gran parte delle discussioni in seno alla Cbd, mostrando come interessi nazionali, strategie commerciali, politiche agricole ed energetiche e futuri sfruttamenti industriali hanno la priorità nell’agenda dei Paesi in rapporto a conservazione e uso sostenibile della biodiversità.
In particolare, a Bonn si trattava di decidere se dare credito alle preoccupazioni sugli impatti negativi delle coltivazioni industriali a fini energetici espresse da una serie di paesi (gruppo africano in testa), organizzazioni non governative e indigene, e da alcune istituzioni scientifiche, o se appoggiare il punto di vista dei paesi produttori (con il Brasile paese leader del settore) che afferma la loro sostenibilità ambientale e sociale. Il problema non è di poco conto, data l’espansione incredibile che il «biofuel» sta avendo in molti paesi del sud, aggravando la crisi alimentare e innescando la competizione food/fuel (cibo/carburante) nei terreni agricoli.
L’intervento del Brasile non ha deluso le attese, mettendo in luce come il paese stia puntando sul settore, strategico anche nelle esportazioni. Il delegato è entrato nel vivo affermando che in Brasile la produzione di canna da zucchero è assolutamente sostenibile e anzi è vitale per sconfiggere la povertà rurale, dato l’ampio uso di manodopera cui fa ricorso. Inoltre, «non ci sono relazioni tra l’aumento dei prezzi agricoli e l’agrocarburante. Quest’ultimo è dovuto solo ai sussidi perversi agli agricoltori che danno i paesi del nord». I rischi di deforestazione diventano così solo fantasie: in Brasile la canna da zucchero è coltivata in aree degradate senza nessuna conversione di superfici forestali per questo scopo, con particolare riferimento all’Amazzonia. E per il futuro il Brasile si prepara ad esportare questa tecnologia in altri paesi del sud con situazioni agroecologiche simili.
Insomma, il problema non esiste, a sentire il governo del Brasile. I rischi di scomparsa della biodiversità agricola, degli agricoltori che la coltivano, dei sistemi agricoli diversificati da loro mantenuti e delle aree forestali, mangiati dalla monocoltura industriale, tutto è marginale. E mentre il rappresentante del gruppo africano chiede l’applicazione del principio di precauzione prima di appoggiare nuove iniziative nel settore degli agrocarburanti, invocando una moratoria ad hoc, il Brasile risponde che tale principio non si può e non si deve applicare all’agricoltura. Una battaglia sud-sud in cui i paesi industrializzati «mediano» proponendo certificazioni ambientali dei «biofuel» valutate su tutto il loro ciclo di vita.
Di tutto altro tenore, ovviamente, le dichiarazioni di organizzazioni indigene e non governative, che chiedono la moratoria su tutti gli agricarburanti industriali, ivi comprese le nuove generazione di piante geneticamente modificate, l’eliminazione dei sussidi per l’agricoltura industriale, e ribadiscono la centralità di agricoltori e comunità locali nella conservazione dell’agrobiodiversità. Ma si ha come l’impressione che resteranno solo dichiarazioni di principio.

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