ALESSANDRO CITRO L’aoristo di lambano. Lettera a una professoressa (della SSIS)

Aprile è il mese più crudele, generando
Lillà dalla terra morta, mischiando
Memoria e desiderio, eccitando
Spente radici con pioggia di primavera
T. S. Eliot, La terra desolata

Cara professoressa,

mi scuso fin da subito, sia per aver pensato a lei come la destinataria delle mie geremiadi, sia  per il tono confidenziale che adotterò per questa mia riflessione/confessione.
Per ciò che concerne il tono, non è dettato certo da una mancanza di stima e (se mi permette) di affetto ma, al contrario, anzi, da un bisogno decisamente insopprimibile di chiarezza e onestà sull’esperienza ssis che ormai volge al termine. La scelta di lei come referente invece, è motivata dalla sicurezza che il mio bisogno, questo lo so per certo, lei lo comprenderà fino in fondo.
Alla fine di questo percorso, durato due lunghi anni, mi accorgo di aver vissuto su un imperdonabile equivoco e di essermi cibato di certezze costruite sull’argilla. Faccio riferimento alla netta convinzione della mia coscienza, che la Scuola Superiore di Specializzazione fosse una avanguardia didattica dell’università, il portato accademico di proposte innovative sia pedagogiche sia formative da spendere nel mondo scolastico, mentre, mestamente, a conti fatti, si è rivelata come l’ennesima pastoia burocratico-istituzionale a pagamento partorita dal mondo dell’istruzione.
Certo, visto la sua recente data di nascita, nessuno pretendeva che si rivelasse come una esperienza sapienziale, una esaltante officina didattica e progettuale, panacèa di ogni stortura del mondo scolastico ma, mi creda, non per piaggerìa ma per oggettiva realtà dei fatti, alla fine di tutto l’iter formativo, l’unico settore che ha dato segno di vitalità e ha funzionato benino, è stata l’area 4 cioè, proprio l’area non di competenza dell’università ma della scuola, di quel mondo tanto disprezzato proprio dai baroni dell’università.
Per di più, credo che per noi corsisti si sia persa un’occasione forse unica di confronto dialettico e di scambio di riflessioni ed opinioni che andassero un po’ al di là della pura fruizione didattica, non avendo noi interagito in maniera propositiva, propulsiva ma  avendo vivacchiato invece passivamente.
Se ciò è avvenuto, forse è stato perché la nostra condizione si è profilata in maniera bipolare, un po’ anfibia tra il ruolo di discenti e il ruolo di potenziali docenti, cosa che ha indotto molti di noi a creare un clima minimalista, deresponsabilizzato, implosivo, che chiaramente ha tradìto un’asfissia di fondo, una anoressia anche temperamentale, sintomi che, a mio modo di vedere, non possono essere giustificati in nessuna maniera in chi, seguendo la propria vocazione personale, è chiamato a intervenire quotidianamente sui vari aspetti della vita e del mondo, in chi quotidianamente mette in discussione le certezze acquisite e se questo compito non è di genetica pertinenza dell’insegnante di italiano, mi dica lei allora chi è il titolare di questo ufficio.

Il punto è proprio questo.

Quanti di noi hanno scelto la ssis per naturale sbocco ad una passione innata e quanti altri invece, l’hanno vissuta prosaicamente come mera opportunità lavorativa?
Ma vado ancora oltre.

Quanti di noi del linguistico-letterario ssis, nel momento in cui hanno scelto la facoltà universitaria, hanno agito sotto una motivazione naturale, una predisposizione esistenziale, oppure sono giunti alla loro scelta per esclusione delle altre facoltà?

Non pongo questi interrogativi per assurgere a titolare unico della professione docente ma è chiaro che ho il dente avvelenato con una buona parte, la più consistente, di noi corsisti per quello che è successo durante questi due anni e se adesso mi lascio andare a delle considerazioni amare un po’ è per via della stanchezza che ultimamente avverto e parimenti per spronare i miei colleghi ad assumere un atteggiamento più duro, più risoluto e critico, più consono e adeguato alla professione che eserciteranno in futuro.

Potrei giustificare qualcuno dicendo che, alcuni dei nostri docenti impreparati e disattenti, dispiegando un anacronistico terrore psicologico, alla barba delle nuove teorie pedagogiche, ci hanno trattato a pesci in faccia, come fossimo minus habentes, adottando atteggiamenti vessatori e prepotenti nei nostri confronti, e qui mi scaglio contro il -Luigi XIV del tavoliere delle Puglie -, lo storico dei centimetri delle gambe femminili, il teorico del nulla assoluto, colui che, strafregandosene della certezza delle medie aritmetiche di ogni tempo e luogo (in riferimento proprio al modulo in comune con lei) ha proditoriamente alzato i voti femminili, portandoli quasi tutti a 30 e confermato, senza nessunissima giustificazione didattica, le esangui valutazioni dei maschietti (a me ha dato 25 perché sono il fidanzato di una ragazza che a lui piace molto e quando ho chiesto spiegazioni mi ha detto che si ricorderà di me in seduta di esame finale e lì mi boccerà!!).
Per non parlare poi di -Grappa veneta-, il geografo leghista, il quale, dopo aver delegato l’organizzazione logistica dell’esame di sua competenza ai ragazzi della 43, non riuscendo a trovare l’aula per via dei fumi alcolici che lo avvolgevano, ha annullato l’esame e ha quasi preso a calci due dei ragazzi.
E che dire poi del -manifesto ambulante di Serra S. Bruno-, il divulgatore emerito del santo che, suo malgrado (il santo), sopporta la pubblicità di cotanto uomo?
Cotanto uomo, palpando, palpando (ovviamente sempre e soltanto esponenti mulìebri), ha addirittura fuso due moduli in uno (come il suo collega di dottrina, ovverosia il -Marc Bloch di Alberobello-) facendoci impazzire per il calcolo dei crediti, calcolo che, soltanto adesso dopo mesi e mesi, siamo riusciti a far quadrare.
In questo repertorio di clerici vaganti e cattivi maestri, mi sembra anche opportuno rilevare le defezioni dei vari professori dell’anno scorso (Verdi, Rossi, Bianchi), sintomatiche di una deriva incessante e senza rimedio.

Questo per quanto riguarda la realtà locale.

Se poi spostiamo lo sguardo sul contesto nazionale il mio rancore si accresce ancora di più.

Mentre gli zelanti baroni dell’università inottemperavano ad una legge dello stato che li assoggettava e costringeva a far terminare i corsi in tempo utile per l’iscrizione nelle graduatorie permanenti, (pena l’esclusione dal mondo del lavoro per chissà quanto tempo, anche se più di un mio collega ha risposto che un anno in più di attesa che male fa)  i miei coltissimi colleghi di avventura, pur messi a conoscenza del misfatto che si stava perpetrando ai loro danni, pensavano placidamente a scopiazzare un esame qua e un esame là, non avvertendo minimamente l’esigenza di muovere un dito contro coloro che decidevano del loro destino.
Demotivati forse dal fatto di vivere ai margini dell’impero, nel finibus mundi, (o, per dirla alla Eco, nel finis africe) e quindi costretti a imperitura inanità?
Troppo comodo.
Questi personaggi (con poche idee ma confuse direbbe Flaiano), che di fronte alle contraddizioni del mondo reagiscono in maniera nirvanica, buddista, sfoderando seraficamente chissà quali pratiche zen, sono gli stessi che hanno rifiutato il colloquio orale col prof. ***, gli -imboscati dello scopiazzamento-, coloro che hanno occupato sempre gli ultimi banchi, deridendo chi ogni santo giorno, persino quando è nevicato e ribaltando i canonici ritmi circadiali, prendeva posto faccia a faccia col professore di turno.
Ed è la stessa fronda, che innescando il furore del medesimo professore, facendogli mietere vittime al suo modulo, ha poi cercato di ottenere giustizia (quale?) teorizzando denunce di chissà quale tipo.

Soltanto tre persone, su trecentotrenta sissini dichiarati, si sono mosse per ribaltare una situazione nazionale inaccettabile, e se non ho inteso fare i nomi degli ignavi di prima, -uomini orfani del pensiero-, ora, per amor di giustizia e verità, faccio anche i nomi di chi ha agito spinto da un forte sentire: Alessandra, Stefania e il sottoscritto.

Quando chiedevo ai miei colleghi chi volesse venire a Chieti per incontrare e dialogare con colui che aveva in mano la nostra vita, il capo supremo della ssis, ho ricevuto come risposte:

dichiarazioni di morte di congiunti;

malattie rarissime e senza via di scampo sorte proprio allora e non diagnosticate dalla medicina ufficiale;

improvvisi e inopinati esami da sostenere senza possibilità di appello,

insomma, parafrasando,

“vacci tu che noi abbiamo cose più importanti da fare!”

Alla fine a guardarci negli occhi a Chieti eravamo sempre e soltanto in due.

Mi creda, non ho lo spirito del leader anzi, ho sempre avvertito in me un piacere ineffabile nell’azione che parte dal basso, ossia nel lavoro un po’ oscuro ma insostituibile, indispensabile, solidale, l’attività che nel mondo ciclistico incarna il gregario, colui che suda e non appare, si defìla, però c’è, esiste, eccome se esiste e non faccio nessuna fatica ad affermare che, alla fine di tutto, ritornerò nel tombino dal quale sono salito.
Tuttavia, come dice il poeta:

si natura negat facit indignatio versum

e di fronte all’atteggiamento conigliesco e pavido della massa silente e mummificata è stato necessario fare come si è fatto.
Ho dovuto rincorrerli fino a casa, citofonandoli e bombardandoli di telefonate, alla fine la bolletta ultima ha segnato 700.000 lire!!
Mi sono improvvisato esperto informatico, non avendo nemmeno conoscenza di come si spedisse una E-mail, eppure mi sono cimentato, ho imparato a chattare, ho dialogato con tutta Italia facendo parte del Coordinamento InterUniversitaio degli Specializzandi Ssis, il Kius.
In tre abbiamo mosso una intera struttura, abbiamo organizzato assemblee dentro e fuori l’università, abbiamo interpellato i sindacati (serpenti), siamo andati a Roma al Ministero e lo abbiamo intasato di lettere che difendevano la nostra causa imparando e maledicendo i nomi dei nostri vari aguzzini, Aprea, Pilo, Le Rose, Mancini.
Siamo andati a Chieti dal capo di tutti i capi della galassia-ssis, Bonetta (nomen non est omen), abbiamo fatto “lavorare” *** (il segretario-ssis, forse l’impresa più difficile; da quando ha messo la buca della corrispondenza ogni mattina si fa la croce per la mole dei documenti che gli faccio trovare), abbiamo messo al corrente tutti gli organi di informazione, abbiamo scomodato il mondo politico (grazie alle amicizie del padre di Stefania e anche alle amicizie di Manuela) e pur prendendoci addosso le minacce dal potente di turno, pervicacemente, ostinatamente, abbiamo continuato a fare e fare e forse adesso la meta sembra vicina.
Tutto questo non perché noi venendo da marte fossimo liberi dalle nostre responsabilità.
Tutto questo coniugato con i mille problemi che attraversano la vita di ognuno di noi e, nel mio caso personale, se lei mi consente la parentesi, con la responsabilità di due genitori ottantenni sulle spalle.
Capirà bene che, proprio in virtù di questo coinvolgimento totale, l’ultima disavventura capitata mi ha fatto perdere i lumi.
Mi riferisco all’episodio di questo personaggio-portaborse, questo avvoltoio resuscitato dall’odore dei trenta punti e delle graduatorie permanenti abbordabili grazie a noi, il galoppino che cammina al fianco del protettore messinese (tanto da farmeli appellare gli scilla ‘e cariddi) e che va dicendo in giro che è il suo assistente, che ha scelto lui la scuola dove far tirocinio e che, giustamente fatto uscire allo scoperto dalla prof.ssa +++, che mai l’aveva visto, ha dichiarato: “ho già la tesi pronta in borsa.La vuole vedere?”; “Io ho quindici pubblicazioni alla biblioteca civica”, il tutto senza nessun ritegno per noi astanti, basiti davanti a tanta spocchia.
Alla fine si è rivolto a me, chiedendomi perché lo guardassi storto (verissimo, lo guardavo proprio storto ma se gli avessi detto che lo guardavo in tralìce, sono sicuro che non avrebbe colto), e allora, soltanto con l’aiuto di Stefania e di fronte al silenzio disgustoso dei miei colleghi, abbiamo minacciato di denunciarlo, dicendogli che era fuorilegge.
Vuole sapere come è andata a finire?
Il giorno dopo, alla unica lezione sostenuta di tre ore rispetto al modulo di sedici della 43, il protettore ha ripreso Stefania, svergognandola davanti a tutti, rea, a suo dire, di aver riso durante la sua illuminante spiegazione!
Il 19 c’è l’esame e sinceramente sono combattuto sul come intervenire. Denunciare? Ma sicuramente sarà coperto da qualcuno forte alle spalle. Far finta di niente? Non è possibile.
Chiedo lumi!

Cara professoressa, questa è l’università, un mondo ambiguo, percorso da personaggi inaffidabili e sinistri e a conferma di questo, se lei mi consente, le racconto un’altra storia.

Io mi sono laureato all’Unical avendo come relatore il professore ***.
Questa scelta è avvenuta per via del destino (cinico e baro direbbe sempre Flaiano), ed io ho dovuto patirla. Avrei dovuto discutere la tesi (da lui voluta) col compianto Professore Rosario Contarino, il mio maestro, il vero maestro, così come i veri siciliani dotti sanno essere: magister ab imo!
Con lui avevo sostenuto quattro esami (le due letterature italiane e le due critiche letterarie) e la tesi era la naturale conclusione di un percorso didattico ed umano esaltante.
Purtroppo Dio ha voluto interrompere il suo passaggio terreno mentre lavoravo per la stesura della tesi finale e può immaginare quanto è stato immenso l’abisso del mio cuore in quei momenti (la professoressa Marisa è testimone di quel periodo).

Ebbene, sa come si è mossa l’Unical?

Semplicemente non si è mossa.

Io, a titolo personale, ho voluto occuparmi dei manifesti funebri, io ho telefonato al Corriere della Sera per il necrologio.
Io ho organizzato la messa funebre in sua memoria dai padri dehoniani (e dei grandi cervelli dell’università erano presenti solo in due), io ho scritto una lettera d’addio al mio maestro.
Io ho telefonato più volte al professore *** (e lo scrivo piccolo perché è un piccolo uomo) per organizzarci e andare a Catania in occasione dei funerali e lui più volte, adducendo varie scuse, l’ultima delle quali era il maltempo, ha negato la sua presenza, proprio lui che dal mio maestro era stato beneficato in più occasioni (provare a chiedere al professore Rocco ***), pur sapendo io, che il mio maestro non ne aveva alcuna stima (per lavarsi la coscienza l’università ha intitolato al suo nome l’aula che adesso è la vostra sede).

Il risultato di tutta questa giostra è stato che, per un certo periodo non ho voluto più studiare, ho passato un brutto quarto d’ora, rattristato e deluso da questa realtà e quando ho ripreso il fiato, anche per mancanza di altri professori sul luogo, sono stato costretto a chiedere al professore *** di essere lui, il relatore della mia tesi.
Ancora una volta ha dimostrato il suo valore.

Una prima volta, dicendomi che l’avevo copiata (da chi poi me lo deve ancora spiegare visto che, il soggetto della tesi, voluta dal Professore Contarino non era mai, sottolineo mai, stato trattato da alcuno prima) e in seguito facendomi perdere l’ammissione al concorso del 1999, poiché per lui alcune pagine, non più di 10, andavano corrette.
Da me pressato, per farmi finire in tempo utile per il concorso, non solo non ha ceduto (perché altrimenti qualcuno avrebbe detto “vedi come è facile laurearsi col professore ***”) ma mi ha anche detto che in seduta di laurea non avrebbe difeso la mia tesi.
Morale della favola; grazie al curriculum io mi sono laureato col massimo dei voti più la lode e senza aver bisogno di alcun mallevadore; la tesi ha vinto la borsa di studio “Città di Cosenza”per i migliori elaborati a sfondo calabrese.
E questo è quanto!

Vorrei chiuderla qui ma non ce la faccio.
Ascolti quest’altra per favore capitata poco fa alla ssis.

Ieri al circo-barnum si è svolto l’ultimo atto mercimonioso della farsa-voti e, grazie a Dio, si è concluso nella maniera più esaltante che si possa immaginare.
La cappa di avvilimento che oscura le nostre teste ha preso corpo ieri mattina presto e, a distanza di un giorno, non accenna a diradarsi.
Abbiamo assistito alla nullificazione del valore didattico, alla vaporizzazione del sacrificio scolastico, il mercato delle vacche sostanziato nel sottoscala del cubo storico-filosofico ad opera del mercante del tempio, il trasgressore della equa valutazione, colui che in piena ebbrezza mistico-estetica ha inventato “l’elastico valoriale”, “l’ascensore valutativo”, che parte dalla sentìna del debole 18 e, a seconda della prece elevata, schizza all’abbaìno del 27 corposo o addirittura al 30 conclamato.
Il rito questuante del cabaret della didattica non conosce ostacoli e la primadonna, di fronte alla postura querula della comparsa che pietiste un tozzo di abilitazione, si intenerisce e dispensa elogi e suffragi, non accorgendosi del ghigno soddisfatto della comparsa-saltimbanco.
La media-aritmetica come di soprassalto si ridesta, prende consistenza e sicura e pomposa si siederà pavoneggiando al tavolo dell’esame finale a chiedere incensamenti e targhe encomiastiche. E guai a chi non riconoscerà il valore attestato, il giusto rimerito guadagnato sul campo, guai a costoro che non licenzieranno la comparsa col massimo punteggio che, chissà in base a quale capriccio del “guru-giudice-demiurgo”, si è materializzato sul libretto-abilitativo.
Ma per fare la comparsa ci vuole del fegato, non tutti sono all’altezza del ruolo e allora il mercante seleziona i migliori, scrutando la linea del viso, l’ampiezza del sorriso, vagliando l’ammiccamento esplicito o intestino, insomma scegliendo lui e solo lui chi farà parte del suo mondo circense.

E chi comparsa non è?
Questo è il valore dei nostri esaminatori che si sentono declassati a dover svolgere le incombenze della ssis, vivendola come una -deminutio capitis-, poiché li distoglie dalla loro attività cattedratiche, dalla loro ricerca accademica, dal loro sapere altissimo.
Per loro siamo dei -voti senza volto-, tranne chi, il volto lo ha voluto mostrare in occasioni extradidattiche!!!
La ssis, per dirla con un sintagma caro al nostro De Mauro, vive in uno -stato abarico-, una landa immemore, non governata da nessuna istituzione, visto che le varie codissis, le crui, i vari miur hanno dimostrato di snobbarla in più di un’occasione e noi siamo stati ostaggio di tutto questo.

Il clima punitivo è castrante che si è creato intorno alla ssis è la dimostrazione di questa scarsa fiducia nei suoi mezzi didattici e formativi (meglio un bel concorsone con sane e proficue pastette e via a fare gli insegnanti).
L’onda demolitoria contro la sua valenza e gli interessi che produce (i trenta punti) credo purtroppo che farà danni ingenti e se non li farà, saremo costretti, paradossalmente, a ringraziare proprio chi, in nome di una politica asetticamente manageriale, ci terrà fuori dall’ingresso nella scuola pubblica, ci farà diventare vecchi senza aver speso le nostre competenze professionali, patentandoci come dropout, déracinés, deietti della scuola.

Tutto ciò io non lo voglio!

Se mi sono esposto è stato per i motivi opposti.

Io voglio fare l’insegnante!

Ciò, sia perché deve esserci un difetto genetico nel mio dna (come ho detto in assemblea mia madre è stata insegnante) sia perché, per farmi bene le ossa con la ssis io, al contrario di molti miei colleghi, ho lasciato un lavoro che sì mi assicurava, sudandolo, un milione al mese (era uno di quei lavori di sfruttamento intellettuale di persone laureate, che assistono didatticamente il cliente, il quale, dietro esborso di svariati milioni, viene fatto diplomare. Viva i diplomifici) ma non mi lasciava tempo per studiare e la scelta prioritaria è stata fatta a favore della ssis, -madre-matrigna-, frequentandola ogni giorno, mangiando i famosi panini della conca d’oro in quantità industriale, studiandola e criticandola nelle sue sfumature ma credendoci fino in fondo (le assicuro che faccio parte di un gruppetto di persone che in due anni avrà fatto sì e no 10-12 ore di assenza).

Adesso, stanco e deluso, sento forte un desiderio, quello della quiete interiore, quella famosa quinta abilità, teorizzata da De Mauro ed esplorata da Vygotskij e Chomsky, che lo stesso Hegel definiva: “il silenzio della conoscenza assorta solo nel pensiero”.

Rileggendo questa lettera mi rendo conto che, oltre ad essere fortemente caratterizzata da toni desultori, è anche intrisa di molto livore e rimpianto, segno questo, di un uomo non pacificato con se stesso e, di conseguenza, non posso fare altro che chiederle scusa per tanta manchevolezza e per aver offeso persone che sicuramente sono migliori del sottoscritto.
Ma c’è una richiesta che mi preme maggiormente esprimere.
È la richiesta di giustizia, tutela e peso politico per proteggere da arbitrarie decisioni finali chi, come il gruppetto di prima, ha vissuto la ssis come una seconda pelle, un breviario laico inveramento delle proprie attitudini, operando sacrifici quotidiani ed esponendo la propria faccia in ogni occasione.

Nessuno di noi ha le spalle coperte.
Non abbiamo sigle politiche, sindacati appresso e padrini di turno.
Non siamo figliocci di nessuno.

Se ci siamo mossi lo abbiamo fatto sospinti da una forza ideale, una molla e una tensione etica che, le assicuro, a volte verrebbe voglia di sopprimere e tacitare per evitare guai e disastri.

Noi siamo stati le sentinelle della ssis, le vedette di guardia di questa istituzione, vivendola unguibus et rostro, essendo mossi da ideali onesti e propositivi e in nome di questi ideali io, umilmente, la esorto a difenderli e proteggerli dalle incongruenze e dai favoritismi che vorranno perpetrare gli esaminatori di turno nel momento dell’esame finale.
Con affetto e stima
Alessandro

P.S.
Il titolo fa riferimento ad una frase del romanzo di B. Fenoglio “Il partigiano Johnny”, il quale, nei momenti di stanca della resistenza, per mantenere attivo il cervello, cercava di ricordare gli aoristi dei verbi e in particolare quello di lambano. Confesso di aver vissuto la medesima situazione, rapportata in contesti diversi, più di una volta in questi due lunghi anni alla ssis…

Per la citazione di Eliot, ha operato in me il ribaltamento simbolico che l’autore attua nei riguardi di questo mese, non aderendo ad una visione di rinascita e risveglio tipica del periodo, come ufficialmente è, ma spostando l’asse figurativo verso sfumature agrodolci, chiaroscurali, che in questo momento della mia esistenza sento di sposare in pieno.

Infine, allego qualche foglio per dimostrare la veridicità di alcune mie affermazioni.

“Quando avevamo tutte le risposte ci hanno cambiato le domande”.
E. Galeano

(23 aprile 2002)

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