Ragazzi, siamo onesti, la buona scuola non è poi tutta da buttare

Per prima cosa è scritta in modo comprensibile. Ha una bella grafica (ma era meglio quando la ministra Giannini la portava in braccio, con il vestito intonato) e un linguaggio moderno, europeo, mondiale, con una terminologia accattivante. Ho preso un brano a caso

realizzare una scuola aperta, quale laboratorio permanente di ricerca, sperimentazione e innovazione didattica, di partecipazione e di educazione alla cittadinanza attiva

Scuola aperta, cittadinanza attiva. Spettacolo. Bisogna leggere spesso il testo della 107 per consolarsi delle rovine fumanti che ha prodotto.

E volete paragonare il divertimento che c’è a cercare di acchiappare un bonus rispetto ai noiosi, prevedibili scatti di anzianità. Non solo i bonus per i meritevoli, anche il cosiddetto bonus cultura, una vera caccia al tesoro.

I comitati di valutazione. L’errore è stato quello di prendere la cosa troppo sul serio. Dovremmo ispirarci a quei programmi televisivi dove litigano per finta. Qualcuno fa la parte del giudice e qualcuno fa la parte dell’imputato. Poi la volta dopo si invertono i ruoli e ti faccio un culo così. E con i quattro soldi che escono, vedi sopra, ci andiamo a mangiare tutti al quick fish all’angolo. Tanto per restare in tema.

Idem la chiamata diretta. Scordatevi il rassicurante posto fisso, gente, con la buona scuola si entra in un entusiasmante reality school. Prof, sei stato eliminato. Con la differenza che qui è tutto vero. Qualcuno obietta: e la meritocrazia? È la nostra versione spaghetti, quella che ci invidia mezza Europa, la meritocrazia di Amici e delle liste bloccate alle elezioni.

L’inclusione. O si dice inclusività? Non vi sentite orgogliosi di rappresentare contemporaneamente l’insegnante curricolare e il collega di sostegno? Voi, in un’unica persona? Io per esempio vorrei anche un grado militare, così posso vantarmi di essere uno e trino. Non ho parlato del tempo che si perde dietro al registro elettronico. La tecnologia troverà da sé le soluzioni. Se il touch non basta si passerà allo snapping fingers o allo smacking matches.

L’alternanza scuola-lavoro è stata pensata male, lo ammetto. Poteva essere un’occasione per togliersi dai piedi gli studenti per uno, due mesi. E invece aggiunge solo altra inutile burocrazia. Ma ora arrivano i tutor che mettono tutto a posto. Mille tutor. Forse i mille innamorati della scuola che hanno contribuito a scrivere il testo della legge che sono stati riconvertiti.

E non parlate di deportazioni. Si è data a tanti la possibilità di girare, vedere il mondo. Quando il collega di diritto ha saputo che sarebbe andato a Cogne ha tirato certe madonne. Ma poi, da quando sta lì, non fa altro che pubblicare selfie. Il migliore è stato quando ha fatto il pupazzo di neve a Natale.

Il potenziamento. Non tutto ha girato per il verso giusto, si dirà, c’è stata molta confusione, l’organico dell’autonomia è spesso incongruo. Ma è qui il bello del potenziamento, l’impulso continuo a sperimentare soluzioni originali per problemi inediti. E poi diciamolo, in alcune scuole ingessate l’arrivo di facce nuove, di persone con energie da spendere, ha giovato. Il collega di diritto, quello che ora è a Cogne, l’anno scorso mi ha insegnato come vedere la Champions League in streaming. Sono soddisfazioni.

Manca una cosa a questa Buona Scuola. La possibilità di pagare gli insegnanti con voucher. Uno alla fine della mattinata passa in segreteria e ritira il buono. Contento il prof che salta la snervante attesa dello stipendio. Contenta la scuola che ha un motivo in più per assumere un supplente, anche per pochi giorni. Dicono che i voucher sono stati aboliti. Si può pensare a dei buoni in natura, libri usati, generi alimentari non deperibili, oggetti fuori inventario. I ticket restaurant per i più bravi. Quelli che hanno migliorato l’istituzione, come recita l’articolo sul merito.

Una collega ha letto le prime righe di questo testo e si è arrabbiata. Dice che mi devo vergognare di essere un insegnante. Sostiene che “fare l’insegnante è una professione difficile”. Ecco, con la buona scuola è diventato facile. Non solo insegnare la propria materia ma anche quella degli altri. La parola d’ordine è formare competenze. Di che? Per esempio tirarsi fuori dai guai quando serve. O saper riconoscere un pesce d’aprile.

repubblicademocratica

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