ROBERTA GAGLIARDI La logica dei 30 punti

Fra pochi giorni sosterrò finalmente l’esame di abilitazione che rinvio da quasi due anni anche perché, ad un certo momento, ho potuto usufruire della famosa, e giustamente vituperata, sanatoria del corso riservato e ho abbandonato lezioni ed esami di una scuola che tutto mi sembrava fuorché il luogo dove si formano dei bravi insegnanti, preparati nella didattica delle discipline (non nelle discipline stesse), nell’approccio con gli studenti, nella programmazione delle attività. Sono stata sfortunata: ho avuto professori ottusi e supervisori isterici, frustrati e frustranti. Ma a questo punto si tratta di una polemica del tutto sterile. 
Se riuscirò a superare questo esame, potrò godere, nel prossimo aggiornamento delle graduatorie, presumibilmente già da quest’anno, dei meravigliosi 30 punti che, sommati agli anni di servizio (prima della ssis) e al punteggio delle altre abilitazioni nel frattempo conseguite più quelle dell’ambito disciplinare che raddoppiano o triplicano con la cascata (alla voce: altri titoli), fanno un discreto gruzzolo. Nella prospettiva, quasi certa, di trasferimento in una provincia del nord vogliono dire lavoro assicurato.
Eppure so che questi 30 punti non mi daranno la felicità. Poiché sono un regalo non posso fare altro che tenerli. Poiché sono un bel regalo cercherò di ottenere il meglio dalla mia situazione. In ogni caso non credo di aver rubato qualcosa a qualcuno. Non è questo il problema.
Il problema è che i 30 punti ci hanno fregato. Come precari in generale e come ssissini in particolare. Lasciamo da parte le motivazioni più o meno discutibili che giustificano il punteggio aggiuntivo (è talmente contraddittoria e piena di equivoci questa materia, talmente fluido e poco dimostrabile il concetto di merito). O meglio, sforziamoci di vedere quali sono le motivazioni vere, accuratamente premeditate da ministri diversi nel colore ma identici nella strategia, per cui ci vengono attribuiti i 30 punti: dividere, per prima cosa, la categoria dei precari, già divisa, già estranea a se stessa e agli altri componenti della scuola. Stornare, di conseguenza, l’attenzione dei precari da altri temi, da altre rivendicazioni.
La logica dei 30 punti crea un naturale, spontaneo, logorante risentimento in coloro che non ne godono. Molti tra costoro hanno probabilmente anche torto, sono solo i fortunati estratti nella lotteria del concorso ordinario. Oppure si sono abilitati in concorsi riservati espressi, provenienti da esperienze tutt’altro che limpide, tutt’altro che decennali. Che in due anni o poco più, quanto dura una ssis, hanno preso due o tre abilitazioni senza passare attraverso alcuno sbarramento. Sta di fatto che quando monta la marea è difficile fermarla, tutti pretendono di avere la ragione dalla loro parte, si alimenta una retorica (i diritti acquisiti, i sacrifici, le aspettative maturate) a proprio uso e consumo. Il dado è tratto. Cioè: la brocca è rotta.
Il rovescio della medaglia, in questa logica perversa, è che i ssissini sono fatti schiavi dei loro 30 punti; di fronte alle minacce che vengono da ogni parte (dai precari, dai vincitori del concorso a cattedre che “ce li hanno scippati”, dalle sentenze che pendono al Tar a fronte di migliaia di ricorsi e controricorsi, dall’atteggiamento ambiguo e fluttuante dei voltagabbana ministeriali: oggi sì, domani però) i ssissini non possono far altro che chiudersi in trincea e difendere i loro 30 punti con i denti, sparando a vista a chiunque osi contestarli, anche solo a parole. Non potrebbero non farlo, dal momento che il bonus ha aperto strade insperate di occupazione per molti neolaureati (negate a molti di noi laureati dopo il novanta) e offerto a tutti avanzamenti non disprezzabili. Poiché un’inversione di tendenza nel grafico delle nascite non sembra possibile; poiché mancano le risorse e le caselline della scuola si anneriscono questi punti sono una boccata di ossigeno.
La logica dei 30 punti è totalizzante. Crea un’identità forte intorno alla quale ruota una contrapposizione del tutto artificiale, costruita, studiata. Per difendere i 30 punti si può costituire anche un’associazione. Ci volevano i 30 punti per vedere 2000 precari riempire la piazza, gli uni contro gli altri. Sotto un ministero gongolante perché nessuno rivendica mai i veri “diritti acquisiti”, tanto meno in questo momento. I precari dicono di no, che la loro piattaforma era articolata intorno ad altre problematiche. Sì, ma nel volantino che hanno attaccato a scuola i 30 punti erano al primo posto, evidenziati. E i precari della mia scuola li conosco, non hanno mai fatto uno sciopero se non con estrema esitazione e comunque perché costretti dalla circostanza di trovarsi i bambini tra i piedi per lo sciopero del circolo didattico. I ssissini li conosco anche meglio, frequento la mailing list da forse tre anni, anche se sono intervenuta raramente, e qualche volta ho eliminato interi pacchetti di messaggi non letti. Osservo con malinconia come i 30 punti soffochino, come una coltre di schiuma antincendio, qualsiasi altro tema, discorso, proposta. Come abbiano corrotto e fuorviato anche intelligenze limpide e vivaci.
No grazie. Per 30 punti mi faccio comprare.

Roberta G.

(30 novembre 2002)

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