Eccovi serviti

Eccovi serviti. Anzi, eccoci serviti. La concertazione è finita, comincia l’era delle decisioni unilaterali. Primo: via i precari.
In questo frangente drammatico, con una guerra di proporzioni imprevedibili forse sulla porta di casa, con i metalmeccanici in fermento, con il diritto di sciopero in pericolo, mi riesce difficile parlare del ridicolo orticello dei precari della scuola. Mi sembra di compiere l’errore fatale che ci ha spinti così in fondo, alla deriva corporativa, all’isolamento.
Ma non parlerò dell’idea per cui i precari si occupano solo di ciò che può influenzare la loro condizione: la riforma dei cicli perché taglia un anno di scuola, l’organico funzionale perché mangia 20 000 cattedre… 
I precari come un’idea. Neppure tanto astratta: il precario cancellato non perché finalmente riassorbito nella scuola; come se ogni giorno non si laureasse gente che aspira a diventare insegnante. Si dirà loro di andare a fare un altro lavoro? Quale?
Cancellato non perché stabilmente trasformato in un disoccupato cronico.
Perché tutti saremo diventati precari e parlare di precari in un mondo di precari è un controsenso. Un rimarcare una condizione ovvia e banale.
Tempo fa ho scritto sull’operazione propagandistica dell’immissione in ruolo di 60 000 precari. Qualcuno ha precisato che non sono affatto 60 000 ma molti di meno. Qualcun altro si è lamentato pensando che fosse una lamentela. Alcuni ne hanno approfittato per grattarsi certe ferite. Nessuno ha capito cosa ci aspettava dietro l’angolo. Dubitavo che questo governo potesse avere a cuore la situazione del precariato, non per niente parla insistentemente della soppressione dell’art. 18. Anche ieri. Non mi stupisce che le decisioni in materia di finanziaria deprimano la qualità della scuola. Non dopo aver visto l’anno scorso a questi tempi i cartelloni pubblicitari – e questo già doveva far riflettere – da cui Berlusconi prometteva le famose tre i: inglese, internet, impresa. Non ci avevo neppure pensato. Non a caso insegno italiano: la lingua che tutti a scuola dovrebbero imparare anche per difendersi da certi lestofanti.
Eccovi serviti.
Un certo numero di precari è stato assunto solo due mesi fa. La finanziaria sega le gambe a tutti gli altri: via i rami secchi, orario flessibile fino a 24 ore settimanali per i docenti in organico, supplenti solo in caso di emergenza. «Diminuisce drasticamente il balletto delle supplenze», esulta una giornalista del «Tempo». Per risolvere un problema è sufficiente eliminarlo. I supplenti danno fastidio: meglio il balletto delle disposizioni. Garantiranno almeno la socializzazione che è più importante dello studio di certe materie. E poi, sottolinea la signora Servidori: «questa norma avvicina i lavoratori della scuola ai lavoratori di tutto il resto del pubblico impiego che svolgono 36 ore settimanali di lavoro». Che bofonchiassero pure gli insegnanti, ma «la riforma della scuola non si può fare senza razionalizzare il lavoro dei docenti». In quanto ai sindacati, strillano perché hanno perso l’identità e comunque le loro prese di posizione sono strumentali.
Chi semina male raccoglie peggio. Un tempo si poteva chiamare un supplente anche per un giorno di assenza del titolare. Poi sono diventati dieci. Poi è arrivato l’organico funzionale – 20 000 cattedre in fumo secondo il coordinamento dei precari – l’autonomia, la parità, la dirigenza scolastica, il nuovo esame di Stato con la commissione mista che nella scuola privata sono tre più tre con un presidente pilotato che fa la differenza. Questo film lo abbiamo già visto. A chi è abituato a vedere rosa – e legge su Famiglia cristiana che la scuola non vale niente – sembrerà tutto normale finché non toccherà a lui. Gli altri sanno che il precariato non è stato mai molto amato.

Pensavate che i nuovi governanti si sarebbero impantanati nella burocrazia di viale Trastevere? E invece si sono giovati delle semplificazioni introdotte dalla sinistra. Ma la strategia della destra tecnocratica e confindustriale è precipitosa e volgare, senza la gradualità, senza i sottili compromessi dei Berlinguer. Chi propone una finanziaria del genere, chi scrive i libri bianchi sul mercato del lavoro probabilmente pensa che tutto è permesso. Questa è l’occasione per ricompattare un ampio fronte di lotta. Sarà sciopero generale. Oppure niente.

(“Fuoriregistro”, 5 ottobre 2001)

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