ELIAS CANETTI La comparsa della cometa mi ha liberato dal lupo

Da «La lingua salvata»

Tutti parlavano della cometa assai prima che io la vedessi e sentissi dire che era arrivata la fine del mondo. Non riuscivo a immaginare cosa questo potesse significare, ma mi accorsi benissimo che la gente era cambiata, tutti cominciavano a bisbigliare e quando mi avvicinavo mi guardavano con compassione. Le ragazzine bulgare non sussurravano, loro spiattellavano tutto e da loro, nella loro rude maniera, venni a sapere che era arrivata la fine del mondo. Questa credenza generale deve aver dominato in effetti per un certo periodo la mente di tutti in città, dal momento che, senza sapere con precisione di che cosa in realtà dovessi aver paura, quell’idea si inculcò profondamente anche in me. Fino a qual punto i miei genitori, che erano persone colte, ne fossero anch’essi contagiati, non sono in grado di dirlo. Sono sicuro però che non si opposero alla credenza generale, altrimenti, viste le precedenti esperienze, avrebbero senz’altro tentato di darmi qualche spiegazione, cosa che invece non fecero.
Una notte cominciò a circolare la voce che la cometa era arrivata e ora sarebbe caduta sulla terra. Non fui mandato a dormire, qualcuno disse che non aveva senso, anche i bambini dovevano andare in giardino. Nel cortile grande c’era molta gente, tanta come non ne avevo mai veduta, tutti i bambini delle nostre case e del vicinato si aggiravano in mezzo ai grandi, e tutti, adulti e bambini, fissavano il cielo dove era comparsa, immensa e luminosa, la cometa. La vedo ancora coprire metà del cielo. Avverto ancora la tensione alla nuca per lo sforzo di continuare a seguirla con lo sguardo. Forse nel ricordo si è anche allungata, forse non occupava tutta la metà del cielo, ma un pezzo più piccolo. Su questo punto sarebbe meglio che rispondessero altri, persone allora già adulte e non contagiate dall’angoscia. Ma la luce era molto intensa, questo sì, pareva quasi giorno e sapevo benissimo che in realtà avrebbe dovuto essere notte, perché per la prima volta in vita mia a quell’ora non ero ancora stato messo a letto, e questo per me era l’evento più importante. Tutti stavano in giardino ad aspettare con gli occhi fissi al cielo. I grandi si muovevano appena, c’era uno strano silenzio, tutti parlavano sottovoce, erano più che altro i bambini che si agitavano ancora, ma di loro ci si occupava poco. In quell’attesa dovetti certo provare un po’ dell’angoscia di cui tutti erano pervasi, perché per tenermi tranquillo qualcuno mi mise in mano un ramo di ciliegie. Avevo in bocca una ciliegia e tenevo la testa protesa verso l’alto, cercando di seguire la cometa con lo sguardo, e per via di quello sforzo, ma forse anche a causa della straordinaria bellezza della cometa, mi dimenticai della ciliegia e inghiottii il nocciolo.
Durò molto a lungo, nessuno si stancava e la gente stava raccolta tutta quanta insieme. Non vedo né mio padre né mia madre, non vedo singolarmente nessuno di coloro che formavano la mia esistenza. Li vedo solo tutti insieme, e se non avessi in seguito usato tanto spesso questa parola, direi che li vedo come massa: una massa stagnante di attesa.