«Lettera del veggente»
Il romanticismo non è mai stato giudicato bene. E chi avrebbe potuto giudicarlo? I Critici!! I Romantici, che dimostrano così bene come la ragione sia così raramente l’opera, e cioè il pensiero cantato e capito dal cantore?
Poiché IO è un altro. Se l’ottone si sveglia tromba, non è affatto colpa sua. Ciò mi pare evidente: io assisto allo schiudersi del mio pensiero: lo guardo, lo ascolto: do un colpo d’archetto: la sinfonia fa il suo sommovimento nelle profondità, o di colpo balza sulla scena.
Se i vecchi imbecilli non avessero trovato dell’Io soltanto il significato falso, non avremmo da spazzar via questi milioni di scheletri che, da tempo infinito, hanno accumulato i prodotti della loro intelligenza orba proclamandosene gli autori!
[…]
Il primo studio dell’uomo che vuole essere poeta è la propria conoscenza, intera; egli cerca la sua anima, l’indaga, la scruta, l’impara. Non appena la conosce, deve coltivarla; questo sembra semplice: in ogni cervello si compie uno sviluppo naturale; tanti egoisti si proclamano autori; ce ne sono molti altri che si attribuiscono il loro progresso intellettuale!
[…]
Io dico che bisogna esser veggente, farsi veggente.
Il Poeta si fa veggente attraverso una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi. Tutte le forme d’amore, di sofferenza, di follia; egli cerca se stesso, esaurisce in sé tutti i veleni, per non serbarne che la quintessenza. Ineffabile tortura in cui ha bisogno di tutta la fede, di tutta la forza sovrumana, nella quale diventa fra tutti il grande malato, il grande criminale, il grande maledetto, – e il sommo Sapiente! – Poiché giunge all’ignoto! Avendo coltivato la sua anima, già ricca, più di ogni altro! Egli giunge all’ignoto, e anche se, sconvolto, dovesse finire per perdere l’intelligenza delle sue visioni, le avrebbe pur sempre viste! Crepi pure nel suo balzo attraverso le cose inaudite e innominabili: verranno altri orribili lavoratori; cominceranno dagli orizzonti su cui l’altro si è abbattuto!
[…]
Dunque il poeta è veramente un ladro di fuoco. Ha a suo carico l’umanità, perfino gli animali; dovrà far sentire, palpare, ascoltare le sue invenzioni; se ciò che riporta da laggiù ha forma, egli dà forma; se è informe, darà l’informe. Trovare una lingua; – Del resto, ogni parola essendo idea, il tempo di un linguaggio universale verrà! Bisogna essere un accademico, – più morto di un fossile, – per rifinire un dizionario, di qualunque lingua sia. I deboli che si mettessero a pensare sulla prima lettera dell’alfabeto, potrebbero rovinare subito nella pazzia!
Questa lingua sarà dell’anima per l’anima, riassumendo tutto, profumi, suoni, colori, pensiero che aggancia il pensiero e che tira. Il poeta definirebbe la quantità d’ignoto che si risveglia nell’anima universale del suo tempo.