GIANNI RODARI Gli affari del signor Gatto

Una volta un gatto si mise in testa di diventare ricco. Egli aveva tre zii e li andò a trovare, l’uno dopo l’altro, per farsi dare qualche buon consiglio.

— Potresti fare il ladro, — disse lo zio Primo, — per arricchire senza fatica non c’è sistema piú sicuro.

— Sono troppo onesto, per quel mestiere.

— E che fa? Tra i ladri ci sono molte persone oneste e tra le persone oneste ci sono molti ladri. Il conto torna e di notte tutti i gatti sono bigi.

— Ci penserò, – disse il gatto.

— Potresti fare il cantante, — disse lo zio Secondo, — per diventare ricchi e famosi senza fatica, non c’è sistema piú facile.

— Ma ho una brutta voce.

— E che fa? Molti cantanti hanno una voce da cani e diventano ricchi come pescicani. Ah, ah, buona questa! Aspetta che me la scrivo. Allora, hai deciso?

— Ci penserò, – disse il gatto.

Lo zio Terzo gli disse: — Mettiti in commercio. Apri una bella bottega e la gente farà la fila per portarti i suoi quattrini.

— E che cosa potrei vendere?

— Pianoforti, frigoriferi, locomotive…

— Sono troppo pesanti.

— Guanti per signora.

— Ma allora perdo tutti i clienti maschi.

— Fa’ cosí: apri una tabaccheria a Capri. Magnifica isola. Tempo buono tutto l’anno. Ci vanno molti forestieri e tutti comprano almeno una cartolina e il francobollo per spedirla.

— Ci penserò, – disse il gatto.

Ci pensò sette giorni e finalmente decise di mettere su un bel negozio di generi alimentari.

Prese in affitto un locale al piano terreno di un palazzo di nuova costruzione, ci sistemò il banco, gli scaffali, la cassa e la cassiera. Poi, per risparmiare la spesa del pittore, dipinse lui stesso l’insegna:

Si vendono topi in scatola

— Che bellezza, — disse la cassiera, che era una gattina al suo primo impiego. – Topi in scatola. Questa sí che è un’idea geniale.

— Se non fosse stata geniale, — precisò il gatto, — non sarebbe venuta a me. Su un cartello più piccolo, il gatto scrisse: Diamo gratis l’apriscatole

a chi compra tre scatolette

La cassiera trovò che il suo principale aveva una bellissima scrittura.

— Io sono fatto cosí, – disse il gatto. – So scrivere soltanto alla perfezione. Non riuscirei a fare un errore nemmeno se mi schiacciassero la coda.

— Però, – disse la cassiera, — le scatolette dove sono?

— Verranno, verranno. Roma non è stata fabbricata in un giorno.

— E se entra gente per fare la spesa, come mi debbo regolare?

— Raccoglierà le prenotazioni su questo foglio. Si faccia dare anche l’indirizzo e avverta che si eseguono consegne a domicilio.

— Signor gatto, — disse la cassiera, — ce l’ha già il fattorino per le consegne? Perché io, col suo permesso, avrei un fratello…

— Lo faccia venire una settimana in prova. Il suo salario sarà di due scatolette al giorno.

— E il mio?

— A lei ne darò tre.

— Con l’apriscatole?

— Riceverà un apriscatole a Natale, uno a Pasqua e uno il giorno del mio compleanno.

La cassiera trovò che il suo principale era molto generoso.

Il giorno dopo arrivarono le scatolette.

— Signor gatto, — disse la cassiera, — sono tutte vuote.

— Sono come dovevano essere. Ai topi ci penserò io. Intanto lei attaccherà sulle scatole le etichette. Si faccia aiutare da suo fratello.

Il fratello della cassiera era un gattino di pochi mesi e si divertiva un mondo a correre in giro per il negozio con la testa ficcata in una scatoletta.

— Buono, buono, — disse il signor gatto, — altrimenti ti do la multa.

Le etichette erano di carta lucida, variopinte. Su ognuna di esse si vedeva un topo che strizzava l’occhio e sotto si leggeva: Topi in scatola

Qualità Superiore

Attenzione ai buoni punto

Diffidate delle imitazioni

— Come! — disse la cassiera. – Non ci sono ancora i topi in scatola e ci sono già le imitazioni? E che cosa ci mettono? Talpe, criceti?

— Si capisce che per ora le imitazioni non ci sono, — spiegò il signor gatto, — ma ci saranno quando il commercio sarà ben avviato.

Se poi non ci saranno, questa scritta starà benissimo ugualmente. La clientela penserà: guarda, guarda, fanno anche le imitazioni; allora dev’essere una merce super.

— E sarà davvero super?

— Sarà extra. Una cannonata.

La cassiera sospirò. Com’era intelligente il suo principale! Aveva veramente il bernoccolo degli affari. Per giunta, non era ancora sposato.

Il fratello della cassiera si era incollato un’etichetta al naso e non riusciva a staccarla.

— Stupidello, — disse la cassiera severamente. – Vuoi farti licenziare il primo giorno? Abbia pazienza, signor gatto, non sa ancora che cosa vuol dire guadagnarsi il topo in scatola.

— Mi raccomando a lei, — disse il signor gatto; — stia attenta al negozio. Io vado in cerca della materia prima.

La cassiera lo segui con uno sguardo languido mentre si allontanava. Essa trovava che il suo principale era veramente un bel gatto, con dei baffi da vero commerciante di successo. Che portamento elegante! Che occhi autorevoli!

«Un commerciante, — pensò, – non è proprio un commendatore, ma quasi. E poi a me i commendatori non piacciono, perché di solito sono già sposati».

Il signor gatto trovò il primo topo in cantina, rintanato dietro un mucchio di carbone.

— Buongiorno, — disse il gatto.

— Non so, — rispose il topo.

— Che maniera è questa di rispondere, scusi?

— Non so se sarà un buongiorno oppure no. Di solito i gatti non mi portano fortuna.

— Sarà una giornata magnifica, — assicurò il gatto; — anzi, una giornata storica. Lei avrà l’onore di essere il primo topo in scatola del pianeta. Le pare poco?

— Non so, — ripeté il topo.

— Lei non sa mai niente, — fece il gatto irritato. – Su, faccia un saltino; entri in questa bella scatoletta colorata e vedrà.

— Che cosa vedrò?

— Vedrà che ho ragione io.

— A me piace di piú vedere i cartoni animati. A proposito mi viene in mente che alla Tv ne stanno per trasmettere uno. Tanti saluti.

Il topo si ritirò nella sua tana e, per quanto il gatto pregasse e supplicasse, non mise fuori piú nemmeno la punta della coda.

Il secondo topo stava in solaio e il suo buco era dietro il baule.

— Lei è fortunato, — gridò il signor gatto di lontano, appena lo vide.

— Non so, — disse il topo.

— Non vale, — si arrabbiò il gatto. – Questa risposta me l’ha già data un suo collega, giú in cantina. Cerchi qualcos’altro.

— Prima mi dica perché sono fortunato.

— Ma perché la mia ditta ha scelto proprio lei per inaugurare il suo commercio di topi in scatola.

— Se mi tocca fare un discorso, non mi piace.

— Nessun discorso: deve soltanto entrare in questa bellissima scatoletta. Sarà venduto al giusto prezzo e verrà apprezzato come si merita.

— Che bello!

— Vero?

— Peccato che io non possa accettare. Guardi che approvo l’idea e non sono insensibile all’eleganza dell’etichetta. Purtroppo sono in partenza per le ferie; ho già il biglietto per Palermo. Non vorrei offendere le ferrovie dello Stato, mandando all’aria il viaggio. Le spedirò una cartolina. Stia bene e mi saluti sua moglie.

— Non sono sposato! — urlò il gatto, fuori di sé.

— Fa niente: me la saluterà quando si sposa.

Il terzo topo prendeva il fresco in un prato di periferia, ma teneva la coda infilata nella tana e, attaccato alla coda, c’era suo cugino, pronto a tirarlo giú al primo segnale di pericolo.

— Come sta? — domandò il gatto.

— Sto e non sto, — rispose il topo. – Se sta qui lei, è difficile che ci resti anch’io per molto.

— Sempre sospettosi, voi topi, — disse il signor gatto. – E io che ero venuto qui con le migliori intenzioni…

— Migliori per chi?

— Ma per lei, s’intende! Sa cosa ho pensato? Che lei sarebbe un socio ideale per il mio negozio di generi alimentari. Ci sta?

— Dove?

— In questa scatola. Guardi che bella. Commerceremo in topi in scatola. Io farò la maggior parte del lavoro, perché m’incaricherò delle vendite.

— Bravo.

— Grazie.

— Bravo.

— Grazie. Ma perché me l’ha detto due volte?

— Una volta per l’orecchio destro e una volta per l’orecchio sinistro.

— Allora, andiamo?

— No.

— Perché no?

— Perché debbo accompagnare mia nonna a fare un giro in giostra.

— Ecco, — strepitò il signor gatto, — ecco come siete voi topi. Non ve ne importa nulla del commercio; non muovete un dito per incrementare le vendite e per far circolare il denaro come si deve. E

avete anche delle nonne un po’ matte, che pensano ancora ad andare in giostra.

— Sicuro, e sull’altalena. E lei lasci stare mia nonna, che è simpatica proprio perché è mezza matta. Tanti saluti a lei e tanti saluti ai suoi gattini.

— Non ho figli! Non sono sposato!

— Allora si sposi e mi mandi i confetti.

Il topo diede il segnale e suo cugino, con uno strattone alla coda, lo tirò giù nella tana cosí in fretta che il gatto ebbe l’impressione si fosse disfatto nell’aria, come una bolla di sapone: adesso c’è, adesso non c’è piú.

— Ottimi affari, signor gatto, — miagolò la cassiera, nel veder tornare il suo principale. – Abbiamo già avuto centodiciassette prenotazioni. La contessa De Felinis ha ordinato duecento scatolette.

Ho fatto il conto che dobbiamo darle anche sessantasei apriscatole e mezzo. Il mezzo apriscatole glielo do dalla parte della punta o dalla parte del manico?

Il signor gatto borbottò tra i baffi qualcosa di poco chiaro.

— Osservi come ha lavorato bene mio fratello, — riprese la cassiera.

Il gattino fattorino aveva disposto nella vetrina le scatole a forma di piramide. Alcune, per la verità, le aveva messe a rovescio, perché non sapeva leggere le parole dell’etichetta. Ma la soddisfazione del lavoro compiuto brillava sui suoi giovani baffi.

Il signor gatto disse: — Bene, bene. Per oggi basta cosí. Andate pure a casa.

— Ha trovato dei buoni topi, signor gatto? — domandò la cassiera, lisciandosi la pelliccia, come fanno tutte le cassiere prima di uscire.

— Ho detto basta. Vi pago per lavorare, non per fare domande.

La cassiera e il fratellino capirono che non era il caso di insistere con i punti interrogativi e se la filarono con la coda bassa.

Il signor gatto, chiuso il negozio, tornò a chiedere consiglio allo zio Terzo.

— Caro zio, cosí e cosí: i topi non vogliono assolutamente saperne di entrare nelle scatole e domani debbo consegnare un’importante ordinazione alla contessa De Felinis. Che fare?

— Figliolo caro, — disse il gatto zio, — hai dimenticato la propaganda. Lo sai o non lo sai che la réclame è l’anima del commercio?

— Altroché se lo so: ho perfino promesso l’apriscatole e i buoni punto.

— Questa propaganda va bene per chi deve comprare i topi in scatola, ma non va bene per i topi.

— Certo, se do l’apriscatole anche a loro, scappano fuori dalla scatola…

— La miglior propaganda per i topi è il formaggio.

— Grana o groviera?

— Grana, groviera o pecorino fa lo stesso, purché ci possano scavare delle gallerie. Anche il caciocavallo è buono.

— Basta cosí, – esclamò il signor gatto. – Ho capito al volo.

— Hai la testa fina, tu, — approvò lo zio Terzo. – Del resto nella nostra famiglia crescono solo teste fine. Tuo nonno aveva sempre contemporaneamente due case, ciascuna con la cuccia, la scodella del latte e il piattino della ciccia.

— Come faceva?

— Di giorno abitava in casa di una guardia notturna. Di sera, e fino alla mattina dopo, abitava in casa di una maestra. Quando la maestra usciva per andare a scuola, fingeva d’accompagnarla e andava in casa della guardia. Quando la guardia usciva per andare al lavoro, l’accompagnava un pezzetto e tornava in casa della maestra.

— Straordinario. E come si chiamava?

— A casa della maestra si chiamava Piumino; a casa della guardia notturna si chiamava Napoleone. Noi lo chiamavamo Moltiplicato Due.

Il signor gatto comprò una grossa forma di parmigiano, la portò in cantina e la mise davanti alla tana del topo, in modo da chiudere il buco. Il topo, se voleva uscire, doveva passare attraverso il formaggio.

— Io mi terrò qui pronto con la scatola, — ridacchiava il gatto, –

e appena il topo sbuca fuori dal formaggio, zaff, dentro; trik trak, chiuso il coperchio, e via, a bottega. Sniff! Sniff!

Le cose, fino a un certo punto, andarono secondo le sue previsioni.

Il topo, per uscire dalla sua tana, dovette entrare nel parmigiano, scavando una galleria. Questo lavoro non gli dispiaceva per niente, perché il parmigiano era reggiano, garantito e stagionato.

Sua moglie gli diede una mano e rosicchiò la sua parte. I loro sette figli si divertirono un mondo a scavare piccole gallerie, adatte alla loro età, in tutte le direzioni. Digerivano il formaggio senza la minima difficoltà. Ingrassavano a vista d’occhio.

Il topo, senza smettere di mangiare, rifletteva. Fare due cose per volta non era fatica per lui, perché era un topo intelligente.

«A questo mondo, — egli pensava, — nessuno ti regala una forma di formaggio senza chiederti qualcosa in cambio. una brutta cosa, ma bisogna tenerne conto. E prima di tutto bisogna sapere chi mi ha messo il parmigiano sulla porta di casa».

Per saperlo, fece un buchetto piccolissimo nella crosta e vide il signor gatto con la scatola in una zampa e il coperchio nell’altra.

— Buongiorno, — disse il topo.

Il signor gatto senti la vocina che usciva dalla forma, ma non vide nulla e nessuno. Tuttavia, per non parere maleducato, rispose al saluto. Tanto piú che aveva riconosciuto la voce del topo.

— Buongiorno anche a lei.

— Che cosa fa di bello?

— Non lo vede? Faccio la pubblicità alle mie scatolette. Che cosa gliene pare?

— Il formaggio è di ottima qualità.

— Ha visto? Dunque, ragioni: se il formaggio è buono, le scatolette saranno anche meglio. Si vuole accomodare? L’aiuto ad uscire?

— Per carità, non si disturbi.

— Anzi, è un piacere per me…

— No, grazie. Di uscire non mi va.

Il signor gatto si arrabbiò da non dire.

— Ecco come siete, voi topi. Il formaggio ve lo pappate, ma non volete dare niente in cambio. Questo non è leale. In commercio bisogna agire correttamente: io ti do una cosa a te, tu mi dài una cosa a me.

— Va bene. Le lascerò la crosta, cosí siamo pari.

— La denuncerò per truffa, furto e impertinenza. Dovrà rispondere delle sue azioni in tribunale.

— Sí, il giorno del mai!

— Oggi stesso, invece!

Cosí dicendo, il gatto afferrò la forma e la fece rotolare verso la porta della cantina, indifferente agli squittii di terrore dei sette topolini che si sentivano sbatacchiare da tutte le parti.

— Niente paura, — raccomandò il topo alla famiglia. – Questo formaggio non sarà né la nostra trappola né la nostra prigione: sarà la nostra fortezza. Voglio vedere chi riuscirà a tirarci fuori di qui. Calma, sangue freddo e musica classica. Per tenerci su, canteremo il nostro inno.

Ed egli stesso diede l’esempio, intonando la prima strofa:

— Viva i topi nel formaggio,@ viva i topi di coraggio!

La moglie del topo uní la sua voce a quella del marito e uno dopo l’altro anche i sette topolini la smisero di piagnucolare e cominciarono a cantare:

— Viva il cacio pecorino,@ il groviera e lo stracchino!

Il signor gatto, sempre facendo rotolare la forma come una ruota d’automobile, usci dalla cantina e si avviò verso il tribunale. La gente si voltava a guardare e a sentire.

— Strano, un formaggio che canta.

— Per forza: è parmigiano. A Parma amano moltissimo l’opera lirica.

— Le inventano tutte. Meno una.

— Quale?

— La maniera di mangiare senza lavorare.

— Ignorante! Di persone che non lavorano e mangiano lo stesso ce n’è piú di sette.

Il gatto spinse il formaggio davanti al banco del giudice e domandò giustizia:

— Eccellenza, i topi mi hanno rubato il formaggio!

— Veramente, — osservò il giudice, — si direbbe che sia stato il formaggio a rubare i topi.

— cosí, è cosí! – squittì il topo, affacciandosi alla bocca della galleria. – Si tratta di sequestro di persona, eccellenza! Nove persone in tutto! Sette minori di quattordici anni!

— Il formaggio l’avete pappato, però, – ruggí il signor gatto.

— L’abbiamo mangiato perché ci era stato offerto. Era un formaggio pubblicitario e reclamistico. Omaggio della ditta.

— vero? — domandò il giudice.

— Purtroppo, — dovette ammettere il signor gatto.

— Allora ne mangio un pezzo anch’io, — disse il giudice. – Apprezzo la buona pubblicità e adoro Carosello. Dopo di che ordino che i topi siano muniti di salvacondotto e possano tornare alla loro abitazione sotto scorta e senza pericolo. Il signor gatto pagherà le spese del processo. Bang!

Con un colpo di martello il giudice pose fine all’udienza e si leccò i baffi.

I topi furono riaccompagnati a casa e per tutta la strada non cessarono un momento di cantare l’inno, che era stato musicato da un loro antenato di nome Giovanni Sebastiano.

Il signor gatto tornò invece al negozio, dove la cassiera gli corse incontro giubilando:

— La marchesa De Sorianis ha ordinato settecentoquindici scatolette. Le vuole per stasera alle otto meno venti. Ho calcolato che mio fratello dovrà fare sette viaggi per eseguire questa consegna.

— Sono bravo? — domandò il gattino fattorino. – Merito un aumento di stipendio?

Il signor gatto, senza dire parola, si arrampicò sul banco a meditare. «Ecco, — egli pensava, — la riconoscenza del pubblico. Tu ti sacrifichi, apri un negozio nuovo, compri le scatolette, incolli le etichette, assumi del personale, ti dài da fare nell’interesse della clientela. E che cosa ne ottieni? Ci rimetti il formaggio e le spese del processo. Tutto perché i topi si rifiutano di capire i vantaggi del commercio e non tengono nel minimo conto i problemi dell’alimentazione».

«la fine del mondo, — pensava il signor gatto, leccandosi distrattamente una zampa che odorava ancora di parmigiano. – Non vale la pena di fare del bene al prossimo. Ai topi, poi!»

«I topi, — pensava il signor gatto, abbandonandosi alla piú cupa tristezza e lasciando spenzolare dal banco la coda come una bandiera a mezz’asta in un giorno di lutto nazionale, — hanno una vita meschina e senza gloria. Io voglio dar loro un avvenire migliore, metterli in vetrina, sotto gli occhi di tutti. Io procuro loro, a mie spese, scatole di latta solide e ben sigillate, con suvvi (dico suvvi, e scusate se è poco!) etichette dipinte da un primario artista, nelle quali i topi sono perfino piú belli di quanto non siano in realtà. Io offro l’apriscatole, i buoni punto, stabilisco un prezzo alla portata di tutte le borse. Ed ecco il risultato. Essi mi oppongono il piú cieco sabotaggio e corrompono il giudice con il parmigiano per ottenere la mia condanna. Non c’è piú onestà a questo mondo. Non c’è piú religione. Tanto varrebbe che io mi mettessi a fare il bandito».

Per un momento il signor gatto accarezzò quest’idea. Si vedeva già bandito, brigante e pirata. Con una benda nera sull’occhio sinistro.

Sulla coda, una bandiera nera con la testa da morto e le ossa incrociate. Il suo motto: «Dove si posano le mie zampe, non crescono più topi».

Vedeva già i grossi titoli dei giornali che esaltavano le sue imprese:

Il terrore delle cantine ha colpito ancora!

Un milione di topi a chi cattura il bandito gatto! Tutte le code della città tremano

— Signor gatto, — disse in quel momento la cassiera, — che cosa debbo fare con la contessa De Felinis e la marchesa De Sorianis?

— Signor gatto, — disse il fratello della cassiera, — per le consegne a domicilio adopero il mio triciclo o la ditta mi fornisce un furgoncino?

— Signor gatto, — disse ancora la cassiera, — è venuto quello delle tasse. Ha guardato nella cassa; ha visto che non c’era un soldo e ha detto che tornerà domani, anche se piove.

— Signor gatto, — disse il fratello della cassiera, — visto che per oggi non c’è piú niente da fare, posso andare a giocare al pallone con i miei amici? Io sono il portiere della squadra, sa. Paro i calci di rigore con la coda. Forse l’anno venturo giocherò nella Pro-Forlimpopoli.

Il signor gatto si scosse. Quante responsabilità! La merce, la clientela, la cassiera, le tasse, il fattorino, la Pro-Forlimpopoli…

— Amici miei, — disse il signor gatto con decisione, — si volta pagina. Il commercio dei topi in scatola non attacca. Forse il progetto era troppo in anticipo sui tempi. Non sempre le idee geniali vengono subito comprese ed apprezzate. Anche Galileo Galilei, quando disse che la terra girava intorno al sole, dovette subire non poche persecuzioni. E non parliamo di Cristoforo Colombo, quando voleva scoprire l’America e nessuno gli voleva dare le tre caravelle. Di me giudicheranno i posteri.

— Sí? – disse la cassiera, che pendeva dalle sue labbra, in adorazione.

— Ho deciso. Basta con i topi in scatola. Venderò veleno per i topi.

— Che idea formidabile! — sospirò la cassiera.

— Se non fosse stata un’idea formidabile, — disse il signor gatto,

— non sarebbe venuta a me. Con il veleno per topi faremo ottimi affari. Per queste cose io ho il bernoccolo.

— Che bravo che è lei! — miagolò la cassiera.

— Si faranno ancora consegne a domicilio? — domandò il fattorino.

— Si faranno.

— E come verremo pagati? Non con il veleno, spero.

— Vi pagherò in contanti.

— Allora dovrò imparare a contare, — disse il fattorino. – E ora posso andare a giocare al pallone?

— Vai pure, — disse il signor gatto, generosamente. E, tolto dalla vetrina il vecchio cartello, ne scrisse subito uno nuovo che diceva: Veleno per topi di qualità superiore in ogni scatola buoni punto diamo gratis una scatola a chi compra tre scatolette

— Che bella calligrafia! — ammirò la cassiera.

— Questo è niente, — disse il signor gatto. – Quando scrivo a macchina faccio anche di meglio.

— Lei è piú bravo ancora di se stesso, — disse la gatta.

— Cosa vuole, io sono un tipo cosí. Si figuri che quando vado in macchina riesco continuamente a sorpassarmi.

— Straordinario! Lo racconterò alla mia mamma. Lo sa che vuol sempre sentir parlare di lei?

Il signor gatto non disse se lo sapeva o no.

Alla fine, però, dovette sicuramente venirlo a sapere.

Difatti, il signor gatto e la gattina si sposarono e vissero felici e contenti, litigando dalla mattina alla sera. Si graffiavano il naso, si tiravano le scatole del veleno sul groppone, si rincorrevano brandendo minacciosamente l’apriscatole. I topi, a quello spettacolo, si divertivano tanto, e anche di piú. Anzi, uno di loro, si fece la tana proprio nel negozio e molti amici, parenti e conoscenti andavano a fargli visita solo per poter assistere ai litigi della bella e gentile famigliuola.

Il topo faceva pagare dieci lire per ogni guardatina.

Tutti dicevano che era caro. Però pagavano e guardavano.

Il topo diventò tanto ricco che cambiò nome e si fece chiamare Barone.