Le scuole europee resistono al virus

[Da «El País», tradotto da «Internazionale», 1384, 13 novembre 2020]

Nonostante l’aumento dei contagi, i governi europei considerano l’istruzione in presenza una priorità e cercano di ritardare il più possibile la chiusura degli istituti.

Da quando in Europa è iniziata la seconda ondata di covid-19, la maggioranza dei paesi ha affermato che chiudere le scuole sarebbe stata l’ultima risorsa nella lotta al virus. Gli esperti sono sempre più convinti che i bambini siano poco contagiosi e che le scuole non siano focolai d’infezione. Francia. Regno Unito, Germania e Spagna hanno approvato misure restrittive, ma hanno lasciato aperte le scuole, a differenza di quanto era successo a marzo, accogliendo gli avvertimenti dei pedagogisti sull’enorme danno intellettuale ed emotivo che avrebbero subito i bambini se fossero stati nuovamente isolati.

Nel Regno Unito, nonostante il nuovo lockdown nazionale in vigore dal 5 novembre, la grande maggioranza delle scuole è rimasta aperta. Il premier Boris Johnson, come gli altri leader europei, considera una priorità mantenere in piedi scuole e università. Da quando l’anno scolastico è ricominciato a settembre (in Scozia e in Galles la riapertura è stata anticipata ad agosto) ci sono stati centinaia di contagi in tutto paese, e molti istituti hanno chiudere del tutto o in parte, per almeno due settimane. I contagi sono aumentati negli ultimi due mesi, soprattutto nelle scuole secondarie tra gli alunni dl età compresa tra 11 e 16 anni, ma si tratta di numeri molto controllabili.

Diversa è la questione dell’abbandono scolastico, che nel Regno è cresciuto con la pandemia. Secondo l’ultimo sondaggio realizzato dalla fondazione Education policy institute, attualmente l’87 per cento degli studenti partecipa regolarmente alle lezioni.

Le scuole europee “si stanno comportando bene”, dice Salvador Peiró, portavoce della società spagnola di sanità pubblica e amministrazione sanitaria. “Il livello di trasmissione in queste comunità è molto più basso di quello rilevato nella popolazione in generale. I bambini di solito sono asintomatici, hanno una carica virale bassa e scarsa capacità di trasmissione. Se le cose vanno così bene dobbiamo dedurre che gli insegnanti e le famiglie si stanno comportando meglio della società nel suo complesso. La situazione dovrebbe peggiorare parecchio per costringerci a chiudere” spiega. In Israele continua Peiró, le scuole sono diventate un focolaio d’infezione e sono state chiuse. “Ma avevano riaperto senza adottare quasi nessuna misura di sicurezza. Ora ci stanno riprovando seguendo il nostro esempio: n”mascherine, distanziamento e aule ventilate.

Anche in Germania la chiusura delle scuole è considerata l’ultima spiaggia. In ogni suo discorso la cancelliera Angela Merkel ripete che tenerle aperte è una priorità. Questo nonostante il vertiginoso aumento dei contagi nel paese, che sta registrando picchi quotidiani molto superiori a quelli della prima ondata, anche negli istituti. Non ci sono ancora dati nazionali sulla diffusione della pandemia nelle scuole, ma una recente analisi della televisione pubblica tedesca mostra che nella regione della Renania-Palatinato, per esempio. il numero di studenti positivi è passato da 98 alla fine di ottobre a 522 una settimana dopo. Tre scuole hanno dovuto chiudere completamente e 57 parzialmente. ln tutto il paese decine di migliaia di alunni e insegnanti sono in quarantena.

Il sindacato tedesco degli insegnanti ha recentemente espresso la sua preoccupazione per l’aumento dei contagi nelle scuole di Belino, e ha chiesto di ripristinare l’alternanza tra le lezioni in presenza e a distanza, com’era prima dell’estate. “Non c’è un altro luogo in cui tante persone si riuniscono senza distanziamento e, nella maggior parte del casi, senza mascherina”, ha affermato Il responsabile regionale del sindacato, Tom Erdmann. A Berlino 586 scuole hanno dovuto rafforzare le misure di sicurezza e 154 rientrano nel cosiddetto livello arancione che impone norme ancora più restrittive come l’uso di mascherine in aula.

Flessibilità e autogestione

Nei vari incontri degli ultimi mesi tra i responsabili dell’istruzione nell’Unione europea c’è stato consenso sulla necessità di garantire l’insegnamento in presenza, ma dl fronte all’aumento dei casi molti paesi hanno cominciato ad applicare eccezioni per le scuole secondarie.

L’Italia è uno dl questi. Il dilagare dei contagi nelle ultime due settimane, e il fatto che secondo i virologi la fascia di età compresa tra i 14 e i 18 anni ne sarebbe in gran parte responsabile, hanno convinto il governo a spostare le lezioni per gli studenti dai 14 anni in su e imporre l’uso costante delle mascherine per tutti gli altri. Il nuovo decreto, che divide il paese in tre zone, prevede che nelle regioni rosse si svolgano in presenza solo le lezioni fino alla seconda media, a causa della grande importanza rappresentata dal contatto fisico in quell’età, come ha dichiarato il presidente del consiglio Giuseppe Conte. Per il momento rimangono aperte anche le scuole materne. L’Austria è un altro dei paesi che ha approvato il passaggio online di tutte le lezioni delle scuole secondarie.

In Francia, dopo giorni di protesta da parte di studenti e professori, il governo ha accettato di rendere piu flessibile la presenza in classe degli studenti delle scuole superiori. A causa della rapida diffusione del virus e del timore che le aule possano favorire i contagi, le scuole potranno organizzare come preferiscono le lezioni per gli studenti dai 15 anni in su, garantendo l’insegnamento in presenza a metà di loro. Per decongestionare le aule, metà classe sarà a scuola a metà tempo, un giorno su due o a settimane alterne, mentre l’altra meta seguirà le lezioni da casa.

Dalla fine del primo lockdown a maggio, la priorità del ministro dell’istruzione francese Jean-Michel Blanquer è stata il ritorno in aula. A settembre tutti gli studenti sono tornati a scuola, e gli istituti sono rimasti aperti nonostante il secondo lockdown nazionale, entrato in vigore il 30 ottobre.

ln Spagna la ministra dell’istruzione Isabel Celaá si è detta “fermamente” convinta che le scuole rimarranno aperte, per non mettere a repentaglio la formazione di un’intera generazione e per avere un riferimento sull’evoluzione della pandemia (l’1,7 per cento del totale delle classi è in isolamento). Nella maggior parte dei casi le lezioni continuano a svolgersi almeno parzialmente in presenza nei licei e nelle scuole secondarie professionali.

Funzione insostituibile

Nonostante i suoi limiti, la scuola in presenza svolge una funzione educativa “insostituibile”, ricorda Juan Manuel Escudero, professore emerito di organizzazione scolastica all’università di Murcia. “È essenziale non solo per coltivare e sviluppare abitudini mentali, ma anche per la socializzazione e lo sviluppo emotivo ed affettivo, oltre che per ridurre le disuguaglianze”, aggiunge.

Dopo la prolungata chiusura dell’ultimo anno accademico – la Spagna è stata uno dei paesi in cui è durata più a lungo – la maggior parte dei sindacati degli insegnanti si è espressa a favore del rientro nelle classi, anche se ha chiesto misure di sicurezza e organizzato scioperi per ottenerle. Adesso, con la seconda ondata, alcuni stanno assumendo posizioni più sfumate, come altri sindacati europei. “La presenza dev’essere mantenuta il più possibile, ma la tutela della salute deve prevalere su tutto. Se continueremo così e tutti saremo costretti a stare chiusi in casa, forse non sarà più possibile l’apertura delle scuole. Non ha senso tenere aperte le scuole se l’obiettivo è ridurre i contatti sociali per contenere la diffusione del virus”, sostiene Ramón Izquierdo, portavoce del sindacato degli insegnanti Anpe.

Francisco Lires, a capo dell’associazione dei presidi delle scuole pubbliche della Galizia, assicura che oggi la situazione non è affatto drammatica: “È vero che alcune classi sono in isolamento, ma per il momento è tutto gestibile. L’insegnamento a distanza non è la stessa cosa. L’interazione con i bambini non può essere sostituita dallo schermo di un computer. Penso che dovremmo finire i corsi in presenza, per il bene di tutti”.

Le associazioni spagnole delle famiglie degli alunni condividono la sua idea. Dopo alcune polemiche in estate e gli avvertimenti delle autorità scolastiche e della procura di stato sull’obbligo di frequenza, l’assenteismo dovuto al covid-19 è stato un problema marginale, secondo il ministero dell’istruzione.

“La presenza è l’unico modo per garantire il diritto allo studio. Se ci sono ostacoli all’insegnamento in presenza – per esempio nelle scuole di Madrid dove a novembre non sono ancora arrivati gli Insegnanti – provate a immaginare cosa succede con l’insegnamento a distanza, dice Mari Carmen Morillas, presidente della federazione Giner de los Ríos. “Le scuole sono gli unici strumenti che molte famiglie hanno per trovare un equilibrio”, sottolinea.