FLAVIO MARACCHIA Sulla scuola digitale

[Gli opliti di Aristotele, 12 marzo 2020]

Sono anni che il digitale è entrato nella scuola, sgomita, e cerca sempre più spazio. Ora il momento è propizio. L’emergenza del coronavirus ha sospeso la didattica tradizionale. Le scuole sono chiuse. Colossi come Amazon, Google, Wind, Fastweb, Microsoft, Connexia, Vodafone, Cisco, Pearson, infilato in fretta il vestito buono della pubblica utilità, vanno all’assalto del mercato della didattica duepuntozero, quella da fare a distanza. La chiamano perfino solidarietà digitale.

Le piattaforme digitali per una scuola online, o programmi di e-learning, come devi dire se ti prende la smania di infilare termini anglofoni con l’idea di cavalcare meglio la modernità, prolificano come funghi dopo una buia giornata di pioggia. Ce n’è per tutti i gusti: Fidenia, Edmodo, Ellie, Axios, Schoology, Otus, Weschool, Wiggio, Classmill, Kahoot, TinyTap. Un tripudio.

I piani degli ultimi governi, tutti orientati a semplificare il compito educativo e formativo della scuola, intervenendo finanche sul ruolo dell’insegnante, sempre più somministratore di competenze valutabili oggettivamente, sempre più oberato da formalismi e burocrazia, e sempre meno in grado di dedicarsi alla funzione propria dell’insegnamento, quella di offrire se stesso in un rapporto dialogico con i propri alunni, fanno di colpo un pericoloso balzo in avanti. Il rischio adesso è che, passato il momento di emergenza, la scuola digitale entri in qualche modo nella sintassi scolastica. Non a caso il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina si augura che l’emergenza sia la spinta per rilanciare l’innovazione didattica. Innovazione. La chiama così.

E i docenti? I docenti cosa fanno? Fanno fronte tranquillizzando le famiglie sul fatto che se anche la scuola fosse chiusa per due mesi non succederebbe niente? Che la vita scolastica non è la corsa dei cento metri che se rallenti poi finisce che perdi? Che basterebbe che gli studenti ne approfittassero per riempire magari le lacune e riguardare le cose fatte? No, i docenti cascano nel tranello della didattica digitale, nella corsa a completare i programmi, nella febbre di un’attività a cui non si può rinunciare. Incalzati spesso dalle famiglie, inviano tutorial, preparano lezioni, vanno avanti nel programma, somministrano verifiche, correggono online e riempiono di voti il registro elettronico. La scuola insomma continua, anche senza le persone.

La scuola a distanza è una non scuola. Se insegnare fosse questo gli insegnanti non servirebbero neanche. E non servirebbero le classi. Insegnare non è indicare in quale video un personaggio di un cartone animato ci dice le regole di matematica o di italiano. I bambini, i ragazzi, alzano la mano. Non hanno capito, chiedono, hanno bisogno di altre parole, hanno bisogno di confronto, di dialogo, di amalgamare energia.

Per dirla con le parole di Zygmunt Bauman, non possiamo lasciare che la connessione si sostituisca sempre di più alla relazione. E allora per favore almeno non chiamiamola scuola digitale. La scuola è un’altra cosa.

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