CARLO LUCARELLI Il libro

Da «Il lato sinistro del cuore»

Non so perché comprai quel libro. Io guardo la televisione e non leggo mai. Credo fosse perché era dello spessore giusto e del giusto colore di copertina. Aveva la costola scrostata in chiazze più chiare, che mostravano la legatura, ma il colore d’insieme era marrone scuro. Esattamente quello della mia libreria.
E lo spessore: tre centimetri. Proprio quelli che mancavano per finire lo scaffale.
Il fatto è che quella libreria era un regalo di mia madre. Un mobile antico, vecchio, diceva Laura, chiuso da due ante di vetro schermato da una sottile grata di metallo. A Laura, naturalmente, non piaceva. Primo, perché non si accordava con l’appartamento che avevamo appena finito di arredare. Secondo: perché veniva da mia madre. Un po’ era per quello, per reagire all’assurda e violenta ostilità, che mi ero messo in testa di curare la vecchia libreria fino nei minimi particolari. E avevo comprato quel libro.
– Non ci sta.
– Ci sta.
– È troppo largo, non ci sta.
– Ci sta, invece.
– Poi è brutto.
– Non è brutto, è antico.
– È vecchio, come la libreria.
Laura mi voltò le spalle e uscì dalla stanza. Aveva ragione lei, il libro era troppo largo. Ma io riuscii a infilarcelo lo stesso. Credo che sia stato da allora, da quel momento, che iniziarono ad accadere cose strane.
La prima cosa fu uno spiffero freddo.
Stavo seduto in poltrona a guardare la partita alla televisione quando mi accorsi di un soffio di aria ghiacciata che mi mordeva il collo. In un primo momento era solo una leggera sensazione di fresco che così, in quella sera di maggio un po’ calda, poteva anche fare piacere, poi si trasformò in un gelo pungente, che già cominciava a chiudermi la gola. Mi alzai, allora, e andai a chiudere bene la finestra del soggiorno, girando con forza la maniglia e spingendo sugli stipiti, perché fossero perfettamente serrati.
Ma lo spiffero e’era ancora.
Sottile, insistente, freddo.
Mi avvicinai alla porta e misi la testa fuori per sentire, per annusare, quasi, se ci fosse stata una finestra aperta da qualche parte. Lo dissi, anche, gridai: – Laura, chiudi la finestra, per favore, – poi chiusi la porta, la sigillai e tornai in poltrona.
Ma lo spiffero continuava.
Mi toccai il collo e dalla sensazione di calore che la mia mano provocava sulla pelle mi accorsi che quel soffio ghiacciato veniva da dietro, dalle mie spalle.
Ma alle mie spalle c’erano soltanto le ante accostate della mia libreria.
Mi alzai, allora, e mi avvicinai al mobile. Sollevai una mano e feci scorrere il palmo aperto lungo il filo delle ante. A metà corsa un alito ghiacciato e solido come lo spiffero di un frigorifero mi si infilò dentro la manica della camicia, facendomi correre un brivido lungo tutta la schiena.
– Saranno i tubi dell’acqua fredda. Magari perdono, così prima o poi ti si marcisce tutta la libreria.
Laura era in pigiama, appoggiata allo stipite della porta, un piede nudo sollevato e appoggiato al ginocchio e le bracca conserte. Sbadigliò, con gli occhi già socchiusi dal sonno e il ciuffo di capelli biondi scompigliato sulla fronte. Era bellissima, Laura.
– Io vado a letto, – disse.
– Ma sono solo le otto.
– Sì? Non lo so… vado a letto.
Sparì dalla porta, e io serrai le ante della libreria, pensando che avrei dovuto chiamare un idraulico. Mentre lo facevo, mi venne in mente che Laura non andava mai a letto prima delle due di notte. E si svegliava prestissimo. Era una bomba di energia cinetica che praticamente non dormiva mai, ed era anche per questo che mi piaceva. Forse il suo sonno non era proprio sonno. Era un invito.
Invece no. I calzoni del pigiama abbandonati sulla soglia della camera da letto mi avevano fatto sperare, anche la lampada del comodino accesa, invece Laura dormiva come un sasso. Abbracciata al cuscino, una gamba nuda che girava attorno al lenzuolo, bellissima e sensuale, dormiva come un neonato, col pugno chiuso davanti alla bocca. Tornai alla televisione, allora, e quando cominciò a crollarmi la testa andai a letto anch’io.
E qui successe la seconda cosa strana.
Il canarino che stava in soggiorno cominciò a cantare così forte che mi svegliò. Non cantava solamente, strillava, e fui costretto ad alzarmi per andare a vedere. Appena accesi la luce del soggiorno, il canarino smise e io di nuovo mi coprii di brividi. Non per il silenzio improvviso e neppure per quel gelo innaturale che ghiacciava la stanza, ma per la libreria.
Le ante di vetro, che avevo chiuso con cura qualche ora prima, erano aperte, come se un colpo d’aria proveniente dall’interno le avesse spalancate all’improvviso.
Quella mattina Laura non si svegliò e questa fu la terza cosa strana.
Dormiva ancora alle nove e mezzo, e visto che era crollata alle otto di sera, più di dodici ore di sonno mi sembravano anormali, soprattutto per una come lei. Così prima le sfiorai la gamba scoperta dal lenzuolo, poi le baciai la spalla che usciva da sotto il colletto aperto del pigiama, poi le accarezzai i capelli, chiamandola, poi la spinsi, la scrollai e la scossi. Niente, a parte qualche leggero mugolio, il mio nome sussurrato tra le labbra: – Vittorio, – e un cambio di posizione che la portò a stringersi al cuscino, rannicchiata come un feto.
Chiamai il dottore.
Laura scottava. Bruciava, come avesse la febbre, e i corti capelli biondi le si erano incollati alle tempie. Il dottore, che era un mio amico, riuscì soltanto a strapparle uno sguardo velato e un sorriso appannato di sonno, nient’altro.
– Prende qualcosa, Laura?
– In che senso?
– Sonniferi, barbiturici, ansiolitici…
– No, lo sai. Dormiamo come sassi e non c’è nessun problema che… perché? Cos’ha?
– Niente. Sta benissimo. Tecnicamente dorme e basta, ma non è naturale. Facciamo così… io adesso devo andare, ma ripasso a mezzogiorno. Se non è successo niente, se è ancora così, chiamiamo un’ambulanza e la facciamo ricoverare.
Appena il dottore se ne fu andato, mi sedetti sul bordo del letto e presi la mano di Laura, che me la strinse come faceva a volte nel sonno.
Fu in quel momento che sentii di nuovo gridare il canarino.
Allora mi alzai e andai in soggiorno.
Lo spiffero freddo che ghiacciava la stanza veniva dalla libreria, ma non da tutta. Veniva da metà, dal secondo scaffale. Ed era più intenso in corrispondenza dell’ultimo libro a destra. Quello dalla copertina scrostata che avevo comperato il giorno prima.
Appena allungai la mano per prenderlo una sensazione di gelo mi morse il braccio, facendomi quasi male. Lo sfilai fuori a fatica e lo appoggiai sul tavolo, ritirando la mano. Alle mie spalle, il canarino ancora nascosto sotto lo straccio che copriva la gabbia per la notte, si era bloccato in un silenzio sospeso, come un singhiozzo trattenuto.
Aprii il libro.
Era un normale ricettario di cucina. Un ricettario degli anni Quaranta, che ogni tanto aveva un cerchio a lapis rosso sul nome di un piatto. Tortellini in brodo, cerchiato tre volte, Latte alla portoghese, Ricetta di magro per la vigilia… niente di strano. Quando lo avevo comprato non ne avevo letto neppure il titolo.
A mezzogiorno tornò il dottore. Laura non si era svegliata. Chiamammo l’ambulanza e la portammo all’ospedale. Rimasi con lei, e mi faceva male vederla bucare in tutti i modi, con gli aghi per i prelievi di sangue da analizzare o con quelli delle flebo per nutrirla. Rimasi con lei il più a lungo possibile, poi tornai a casa. A quel libro.
C’erano delle annotazioni a fianco di alcune ricette. Brevi frasi scritte con una calligrafia minuta e un po’ antica, quasi stinta nella pasta rosata del lapis. Menu degli innamorati. A fianco, rapido e inclinato: «Non funziona». Sciampagna al chiar di luna, «Disastro». Torta della riconciliazione, «Vana speranza».
Fu per caso, sfogliando le pagine, che mi accorsi dell’ultima annotazione. Era proprio in fondo al libro, a fianco delle Ricette speciali. Pranzi funebri: «È finita. Ma senza i miei soldi non può vivere. Non mi lascerà, lo so. Mi ucciderà».
In quel momento squillò il telefono. Era il dottore.
– Senti, Vittorio, qui c’è qualcosa di strano. Ci sono anche i carabinieri e… non dovrei dirtelo, ma sembra che Laura sia stata avvelenata.
Il maresciallo dei carabinieri mi fissò con uno sguardo strano per tutto il tempo.
No, non sapevo che Laura prendesse ansiolitici per il semplice fatto che non ne prendeva. Non sapevo che avesse dei problemi di nervi o di altro genere per il semplice fatto che non ne aveva. Non sapevo che fosse intossicata di nitrato di piombo per il semplice fatto che di quella roba lì in casa nostra non ce n’era mai stata.
Avrebbe voluto chiedermi se io e Laura litigavamo, se tra noi e’erano problemi di soldi, se ci mettevamo le corna, ma non fece in tempo, perché glielo dissi io. Niente di niente. E allora perché Laura stava morendo avvelenata?
– La cosa strana, – mi disse il dottore, – è che quella roba che ha preso non è più in commercio da un sacco di tempo. Chissà dove l’hai trovata… scusa, volevo dire dove l’ha trovata.
Ma mi guardò strano, anche lui.
A casa, tornai a quel libro. Lo sfogliai tutto, pagina per pagina, resistendo alla sensazione di gelo e all’angoscia che quel silenzio inquietante, dal canarino alle tubature del riscaldamento ai rumori del condominio che tacevano muti, mi soffocava.
Sul frontespizio c’era una scritta a inchiostro blu, un po’ sbavata ai margini: «A mia moglie, nel giorno del suo compleanno». E sotto, a lapis rosso, con quella calligrafìa minuta: «Neppure nelle dediche mi chiama per nome». Una data, a inchiostro, «Bologna, 20 maggio 1940». La data di oggi, cinquantotto anni fa. Un nome, «Tuo Chicco», E nell’angolo destro della pagina un timbro, recente, a secco. «Liber, rivendita libri usati», con l’indirizzo.
Cominciai da lì.
– Noi compriamo dai privati che vogliono svuotarsi le soffitte e rivendiamo alle bancarelle dei mercatini, o direttamente al pubblico. Come vuole che faccia a ricordarmi da quale casa viene questo libretto qui?
L’omino aveva un grembiule a righe e anche lui sembrava arrivare direttamente dagli anni Quaranta. Nel capannone c’era una quantità infinita di libri e una quantità infinita di polvere, che mi aveva chiuso completamente la gola e il naso e mi faceva lacrimare gli occhi. L’omino mi guardò, scambiò le mie lacrime per lacrime di commozione e disse: – Vabbe’, mi faccia vedere.
In fondo al libro c’era un quadratino di inchiostro nero, così sbiadito che non me ne ero accorto. Era un ex libris, mi spiegò l’omino, un timbro con un’immagine e il nome della persona cui apparteneva. L’immagine, uno scorpione, si vedeva ancora, ma il nome no. Questa volta le mie lacrime erano lacrime vere. L’omino si strinse nelle spalle e disse: – Vabbe’. Ci guardiamo tutti i libri che stanno qua dentro e vediamo se ce n’è uno uguale.
C’era. Più chiaro. Si leggeva solo l’inizio del cognome, «Mar», semicancellato da un altro timbro: «Verificato per censura».
Delitto e castigo, edizione del 1942. Il proprietario stava facendo il militare nella Seconda guerra. Famiglia povera o ricca?
– Ricca, credo.
– Allora era un ufficiale. Se era di Bologna ci deve essere il suo nome al presidio.
A casa, con un elenco di «Mar» scritto su un foglio. Martinelli Giovanni. No, il soprannome è Chicco. Martellini Francesco. – Pronto? No, mio nonno è morto alla fine della guerra -. Marchioni Riccardo. – Si, sono io. Mai stato sposato e non ci penso neanche adesso. Dia retta a me, giovanotto, resti libero… – Marconi Franco. – Sì, il nonno era ufficiale ed era sposato. Sì, lei è morta parecchi anni prima di lui. Chicco? Scherzerà, il nonno si faceva dare del voi anche da sua moglie.
Marconi Enrico. – Cosa vuole da me? Chicco? Sì, ma… perché me lo chiede? Perché mi chiede di mia moglie?
È un uomo magro, dal volto scavato e dal naso a becco. A vederlo così, in vestaglia, in piedi dietro la poltrona con le mani aggrappate allo schienale, dimostra duecento anni. Ha lo sguardo fisso sul parco della villa che si vede oltre la vetrata della finestra alle mie spalle, anche se il sole lo costringe a tenere gli occhi chiusi. Ma è per evitare di guardare il libro che gli ho lanciato sul cuscino della poltrona, proprio sotto di lui.
– Cosa vuole da me?
– Mia moglie sta morendo.
– La mia è già morta.
– Sì, ma io non ho avvelenato nessuno».
Non mi guarda. Si stringe nelle spalle.
– Che vuole che faccia? Che neghi? Non lo farò. Sono passati più di cinquant’anni. Io ne ho ottantatre. Che vuoi fare, mandarmi in galera?
Non lo so quello che voglio fare. Non so neppure perché sono lì. Mi ci ha spinto quel libro e mi sembra assurdo. Ma c’è Laura, in ospedale e qualcosa devo fare. Qualunque cosa.
– Mi racconti di sua moglie.
– Una donna qualunque. Una di quelle ragazze che a scuola chiamano sempre per cognome. Lo facevo anch’io. Se no, «cara». Era così… una donna di cui era facile dimenticarsi.
– Come si chiamava?
Socchiude gli occhi ancora di più, come se cercasse di ricordarsi. Muove anche le labbra, nello sforzo. Poi sussurra. Sussurra e annuisce, deciso. Lo dice più forte.
– Antonella.
In quel momento, ho come la sensazione che qualcosa passi alle mie spalle, un’ombra veloce, che vela per un momento la luce della finestra. E ho la sensazione, intima e netta, che fosse proprio quella la cosa da fare. Non una confessione, né una vendetta, ma quel nome, pronunciato quasi per la prima volta. Deve averla anche il signor Marconi quella sensazione, perché spalanca gli occhi, come se si ricordasse all’improvviso di tante cose, di una vita intera, si copre il volto con la mano, se lo stringe e non dice più niente, finché non me ne vado, finché non esco e vado all’ospedale.
Da Laura, che lo so, lo sento, proprio adesso si sta svegliando.

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