ANNALISA CAMILLI La violenza dell’abbandono

[da «Internazionale», 1307, 17 maggio 2019]

Il mare è imprevedibile, insidioso. Per questo dall’alba dei tempi chi lo ha solcato ha voluto leggi chiare e universali, per tutelare la vita come bene supremo nella battaglia impari con le forze della natura. Le leggi del mare sono diverse da quelle che valgono sulla terraferma: sono più essenziali. Valgono nello spazio ristretto di un’imbarcazione che taglia le onde. In mare non ci sono stranieri o cittadini, clandestini o rifugiati, ma solo naviganti e naufraghi. I primi sono costretti da una legge naturale a soccorrere i secondi. Perché, come nel riflesso di uno specchio, tutti i naufraghi sono stati naviganti, tutti i naviganti potrebbero diventare naufraghi. Questa logica binaria obbliga le imbarcazioni che vanno per mare a soccorrere chi è in difficoltà. Davanti a questo stato di necessità tutti gli altri interessi passano in secondo piano. Il mare non ha leggi. Per questo c’è la legge del mare, estremo tentativo degli uomini di controllare le circostanze di pericolo in cui potrebbero trovarsi e, insieme , riconoscimento della propria inferiorità di fronte a un elemento naturale così potente.

Negli ultimi tre anni, da cronista, ho attraversato diverse volte la frontiera d ‘acqua che separa il nostro paese e il nostro continente dall’Africa e dal Medio Oriente; come altri giornalisti mi sono messa in viaggio seguendo le rotte percorse da migliaia di persone che lasciano la propria terra d’origine per inseguire la speranza di un futuro migliore, per sottrarsi a guerre, persecuzioni e povertà. Spesso ho visto i segni che i confini degli stati lasciano sui corpi, ho sentito i racconti di chi si è affidato al mare perché pensava che, come un lago, fosse facile da attraversare, oppure di chi non ha trovato nessun altro modo di tornare a casa dopo aver passato mesi o addirittura anni lontano dal proprio paese, rinchiuso in un carcere libico. Ho ascoltato racconti di violenze, torture, stupri, di persone vendute e comprate come merce al mercato. Ben prima che una giornalista della Cnn nel novembre 2017 filmasse con una telecamera un’asta di esseri umani, ho ascoltato decine di racconti in cui erano gli stessi protagonisti a definirsi “schiavi”, chiarendo il rapporto di totale soggiogamento subito in quello che ci troviamo costretti a chiamare “inferno libico”.

Non era necessario vedere quelle immagini per indignarci, sarebbe bastato ascoltare le persone che arrivavano sulle nostre coste per capire cosa stava succedendo al di là del mare, nell’ex colonia italiana divisa tra almeno due governi e decine di milizie armate, schiacciata dalla guerra fratricida scoppiata dopo la deposizione del tiranno Muammar Gheddafi. Eppure l’obiettivo della politica non è mai stato fermare quell’orrore, ma ridurre gli sbarchi, guadagnare nuove statistiche da dare in pasto all’opinione pubblica in vista della campagna elettorale. Il percorso era chiaro: non mostrare più alla televisione le facce delle donne, dei bambini, di quei giovani sconvolti e stupiti che dopo aver attraversato il Mediterraneo finalmente scendevano la passerella di una nave ormeggiata in un porto sicuro.

Dal 2015 al 2017 ho visto mutare profondamente l’atteggiamento dell’opinione pubblica rispetto a questi viaggi e a chi li intraprende. Nel lasso di un tempo ancora più breve ho assistito all’esplosione di un clima di sospetto verso i soccorritori, i volontari, chiunque pratichi la solidarietà. Un clima, occorre dirlo, che si è diffuso in tutta Europa, in particolare nei paesi governati dai partiti della destra. I soccorritori, con le loro denunce e le loro testimonianze, sono diventati testimoni scomodi e sono stati oggetto di una campagna di discredito, un processo di criminalizzazione che è partito dal basso e ha trovato ampio spazio nelle dichiarazioni e nelle iniziative più o meno esplicite di diversi politici. Le voci di chi cercava di aiutare, di salvare vite, di intervenire là dove l’Europa si mostrava incapace sono state marginalizzate e lo spazio umanitario d’intervento si è rapidamente ridotto, non solo in mare ma anche sul fronte dell’accoglienza.

Mentre raccontavo nei miei articoli le cose che vedevo, cercando di essere accurata, precisa, ancorata ai fatti, sentivo che le mie parole si distaccavano dalla narrazione dominante, sempre più polarizzata, ideologica e, in ultima istanza, irrealistica. Quando davo voce ai migranti, quando riportavo le loro storie e descrivevo i loro viaggi, involontariamente facevo un servizio di verifica dei discorsi e delle dichiarazioni dei politici, il più delle volte del tutto sganciati dalla realtà. Più osservavo, testimoniavo, facevo cronaca, intervistavo i protagonisti e gli esperti, più mi accorgevo di smentire quella narrazione urlata, fatta di preconcetti, costruita a tavolino, spesso diffusa con gli strumenti della propaganda.

Ho visto con i miei occhi cosa significa la violenza dell’abbandono, ed è da lì che ho deciso di partire in questo libro. Ho assistito al ritrovamento di un gommone sgonfio a 80 miglia dalle coste libiche. Una sola superstite e due cadaveri, tra cui quello di un bambino. Ho raccontato la commozione dei volontari, le loro storie, i loro dubbi, la sofferenza e l’incredulità di Josefa, la sopravvissuta, dopo essere stata salvata, ma anche la montagna di menzogne che alcuni gruppi di militanti di estrema destra molto attivi sui social network hanno diffuso per attaccare il lavoro dei soccorritori. Una donna ancora viva e due cadaveri abbandonati in mare dalla guardia costiera libica, in larga parte finanziata dai governi europei. E mentre la nave che aveva effettuato il salvataggio, la Open Arms, una delle ultime navi di soccorso in servizio nel Mediterraneo, era costretta a dirigersi in Spagna per attraccare, per alcuni commentatori legati alla nuova destra europea la notizia era un’altra: le unghie di Josefa laccate di smalto rosso in una foto scattata il giorno dello sbarco a Palma di Maiorca.

Ogni volta che sono tornata da un viaggio, ogni volta che ho finito di scrivere un articolo, ogni volta che ho provato a riportare soprattutto il punto di vista delle persone che hanno subito gli effetti di certe politiche, mi sono dovuta scontrare con una serie di bugie, di false notizie, di teorie del complotto, di propaganda mascherata da controinformazione. Il fenomeno migratorio è complesso e si presta a più livelli di lettura. Fare cronaca, anche in maniera a volte didascalica e severa, può avere tuttavia un’importante carica demistificatrice. Occorre mettere in fila gli avvenimenti, raccontare di nuovo la storia dal principio per tenerne traccia, perché non ci sia nessuno che tra qualche tempo possa dire di non aver capito cosa stava succedendo. È necessario comprendere come siamo arrivati a definire i soccorritori “vicescafisti”, le navi umanitarie “taxi del mare”, i migranti “crocieristi”. Mi sono interrogata spesso in questi anni su come si sia di fatto consumato un processo di de umanizzazione delle persone migranti in un intervallo di tempo che, a guardarlo oggi, sembra incredibilmente ridotto. E la domanda centrale è se questo processo sia reversibile. La deumanizzazione è stata preparata dalla criminalizzazione dell”‘altro”, sempre più spesso associato al terrorismo e a ogni altra specie di reato, ma in parte anche dalla vittimizzazione dei migranti, cioè dall’idea che siano una massa informe, numeri, corpi che hanno bisogno di essere sfamati, assistiti, aiutati. Cosi ci piace rappresentarli, invece che come persone con i loro desideri e la loro volontà. Contrastare la de umanizzazione significa quindi riflettere anche sul ruolo di noi giornalisti, evitare in tutti i modi di essere strumentalizzati, combattere non solo il razzismo fuori di noi, ma perfino il razzismo dentro di noi, e cioè l’idea che nel nostro sistema politico, legislativo e sociale esistano esseri umani di serie A ed esseri umani di serie B.

È interessante notare come sui mezzi di informazione italiani non si parli quasi mai dei paesi di origine dei migranti: è gravissima la nostra ignoranza, tanto più pesante nelle vicende che riguardano le nostre ex colonie come la Libia e l’Eritrea. Si è acceso qualcosa dentro di me quando ho scoperto, grazie ai racconti del giornalista e scrittore Alessandro Leogrande, che alcuni dei campi di concentramento aperti negli ultimi anni dal dittatore eritreo Isaias Afewerki per reprimere gli oppositori sorgono nei luoghi dei vecchi campi di concentramento del colonialismo italiano. E una riflessione simile vale anche per la Libia.

Contrastare la deumanizzazione delle persone di origine straniera e allo stesso tempo la criminalizzazione di chi le aiuta e le soccorre significa soprattutto raccontare la complessità e la ricchezza delle storie personali, non accontentarsi di numeri e statistiche, interpellare gli esperti, studiare il contesto e sforzarsi di rappresentarlo, non cercare solo conferme ai propri pregiudizi, ma farsi interrogare dalla semplicità dei fatti.

Le accuse che sono state rivolte alle ong nella maggior parte dei casi si basano sulla decontestualizzazione e l’omissione di alcuni aspetti. Spesso estrapolare elementi fattuali e combinarli con informazioni non pertinenti può portare a conclusioni sbagliate, con conseguenze anche molto gravi. A più di venticinque anni dalle prime grosse ondate migratorie in Italia, combattere il razzismo significa soprattutto dare voce ai protagonisti: non è più tollerabile che si parli dei migranti senza che venga loro concessa la parola.

Il giornalista Domenico Quirico, in un suo pezzo scritto dai centri di detenzione libici, diceva che non sta ai giornalisti giudicare le politiche dei governi, il nostro compito è invece descrivere gli effetti che determinate misure, spesso drastiche, hanno sulle persone. È quello che spero di essere riuscita a fare.

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