FILIPPO GRENDENTE La razionalità dell’Alternanza

[La letteratura e noi, 2 aprile 2018]

L’appello per una scuola pubblica, redatto e fatto girare da otto docenti qualche mese fa, ha una serie di pregi di non poco conto. Innanzitutto, riesce a porre in evidenza le intersezioni, in modo semplice ma non semplicistico, fra i punti chiave delle riforme e le tendenze ideologiche che, a partire dalla strategia di Lisbona (obiettivo per il capitalismo europeo: «diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica del mondo»[i]) orientano le direzioni di sviluppo della scuola. Inoltre, a partire da questo, considera complessivamente l’arco ventennale degli sviluppi scolastici: in prospettiva, la 107 è solo l’ultimo tassello di un cambiamento di lunga durata. Da un punto di vista pragmatico, poi, l’appello si distingue per una mancanza che giudichiamo positiva: è assente quella tendenza, troppo spesso dominante nella politica che guarda da sinistra alla scuola, di porre grandi obiettivi a parole, quando il raggiungimento è improbabile per quelli che sono i rapporti di forza attuali, con conseguente perdita di credibilità. Si tratta invece (così gli otto redattori) di ricominciare a parlare, e molto, promuovendo – aggiungo io – un dibattito nel quale ciascuno abbia il coraggio di portare fino in fondo le proprie posizioni. Si propone inoltre di superare le divisioni fra i docenti; delle quali vanno riconosciuti i motivi (che ci sono e vanno analizzati e discussi, con il coraggio di esprimersi sull’iniquità di buona parte della gestione ricorsistica attuale, ANIEF in testa). Il merito fondamentale dell’appello, forse, è stato proprio quello di dare avvio alla discussione, attivando moltissimi insegnanti che hanno ritrovato nelle posizioni espresse una formalizzazione intelligente dei propri malumori e implicite critiche rispetto alla direzione in cui la scuola attuale procede.

Riconosciuti questi meriti, vorrei proporre un contributo circostanziato rispetto al quarto punto dell’appello, quello dell’Alternanza Scuola Lavoro (da qui ASL). Da circa un anno faccio parte di un gruppo che sta svolgendo, a Padova, un’inchiesta[ii] su questo aspetto della 107: abbiamo scelto di lavorare sull’ASL valutandola come il luogo in cui le contraddizioni e la razionalità della riforma sono maggiormente evidenti. Il metodo scelto è quello dell’intervista qualitativa, non statistica. C’è un motivo ben preciso: il suo obiettivo, come fu l’inchiesta operaia dei Quaderni Rossi, è «l’acquisizione di una coscienza comune a intervistatori e intervistati quale vero cammino verso la conoscenza»[iii] (Edoarda Masi). Mi interessa qui, in relazione alla necessità di dibattito sottolineata dall’appello, proporre una riflessione sulle strutturazioni retoriche e ideologiche cui l’obbligatorietà dell’ASL ha dato fiato, toccando saltuariamente alcuni riscontri dell’inchiesta.

Renzi e l’innovazione

Il governo Renzi ha fornito un documento di eccezionale importanza, nella sua trasparenza e finta ingenuità, per l’analisi della visione del mondo che presiede alla riforma della scuola. Il rapporto del settembre 2014 La buona scuola. Facciamo crescere il paese si apre con una chiara dichiarazione ideologica:

All’Italia serve una buona scuola, che sviluppi nei ragazzi la curiosità per il mondo e il pensiero critico. Che stimoli la loro creatività e li incoraggi a fare cose con le proprie mani nell’era digitale. Ci serve una buona scuola perché l’istruzione è l’unica soluzione strutturale alla disoccupazione, l’unica risposta alla nuova domanda di competenze espresse dai mutamenti economici e sociali.[iv]

Detto in altri termini: premesso che lo Stato non può aver più nessun controllo sul processo economico di per sé, ma dato che esso deve garantire un minimo di armonia per consentire lo sviluppo economico e la pace sociale, dovrà fare in modo che gli studenti si adeguino il più possibile alle esigenze del mercato, contrastando il disallineamento fra domanda e offerta di competenze lamentato più avanti. Questo è l’obiettivo della buona scuola. L’idea dell’istruzione illuminista, che dovrebbe favorire la piena partecipazione del cittadino alla vita dello Stato, è un ferrovecchio. L’ASL si inserisce in questa dinamica: fare un’esperienza in azienda servirà, oltre che a un benefico sviluppo della competenza chiave ‘imprenditorialità/entrepreneurship’[v] negli studenti, a capire cosa convenga fare da grandi, per non rimanere disoccupati.

Una volta accettata questa riconfigurazione – ossia, questo modello di sviluppo e questa idea di uomo – le conseguenze sono frutto della logica. Il problema è che spesso questa prima dichiarazione assiomatica, sia per l’assertività con la quale viene proposta, sia per l’assenza di una voce alternativa non ha più alle nostre orecchie (di insegnanti, di cittadini) dei tratti storici, entrando nell’ordine della natura. È così perché è così, bisogna fare l’ASL perché il mondo è cambiato. Per spostarsi a 7 anni fa, è il montiano «ce lo chiede l’Europa», a sua volta prossimo al «Dio lo vuole». Se non ne discutiamo, se non ci rendiamo conto della storicità di questo assunto, tutte le sue conseguenze saranno inevitabili.

Di qui derivano alcune considerazioni, che – durante l’inchiesta – abbiamo sentito ripetute da molti referenti scolastici per l’ASL. Alcune saranno corredate di estratti dalle interviste, utili a capire e specificare la logica del discorso:

– l’ASL è il nuovo che schiaccia e finalmente rottama il vecchio:

Penso che in qualche modo l’ASL cambierà la faccia della scuola [referente ASL istituto]

– la scuola non sarà più chiusa su se stessa

I tempi delle scuole dovrebbero diventare quelli delle aziende [referente ASL Liceo]

– I ragazzi sono fuori dal mondo perché la scuola è fuori dal mondo, dunque l’unica possibilità di sbloccare la situazione è quella di tirarli fuori da scuola per fargli capire cos’è il mondo. Notare che questa affermazione contempla, a un livello più o meno cosciente, la dichiarazione del fallimento della scuola stessa.

– l’ASL farà capire ai ragazzi come va la realtà.

Secondo me L’ASL è una cosa ideale per far capire al ragazzo che al di fuori di queste scuole c’è un lavoro e devono abituarsi a cosa significa lavorare, avere un orario, rispettare delle regole, soprattutto rispetto delle regole, perché lavorare per un’azienda significa anche rispettare un determinato tipo di regolamento. [referente ASL liceo]

– con l’ASL finalmente le competenze acquistano il loro significato (saper fare… dove ci si dà da fare!)

– si comprende a cosa mirava la sostituzione dei programmi con le indicazioni nazionali: rendere flessibile l’insegnamento per poter inserire, a livello curricolare, percorsi paralleli, come l’ASL.

L’ASL è molto interessante, sviluppa competenze e quant’altro, poi non esistono più i programmi ma esistono delle indicazioni, ma all’esame di maturità è comunque sui programmi […]. Noi docenti siamo fissati con i programmi quando in realtà non dovrebbe più essere così, però finché non si incastra tutto non funziona. [referente asl liceo].

– i ragazzi capiranno cosa vorranno e cosa non vorranno fare con l’esperienza diretta del mondo del lavoro

Miglioramenti e riformismi?

L’opinione di gran parte dei docenti intervistati, in ogni caso, era la seguente: l’alternanza è positiva ma anche necessaria (vedi sopra), ma ancora non funziona bene. È necessaria, ma non è ancora entrata a regime. Il MIUR è stato troppo affrettato, un cambiamento del genere deve avvenire gradualmente. Si tratta della posizione condivisa dal sindacato studentesco ReDS, che ha tenuto una campagna a favore dell’«alternanza giusta»[vi] con tanto di analisi quantitativa, con questionario distribuito a migliaia di studenti in Italia.

A partire da questa posizione, che per intenderci chiameremo in modo imperfetto riformista, partono una serie di critiche nel merito: gli studenti coinvolti nell’alternanza, a livello nazionale, sono circa 1,5 mln, a totalizzare un abnorme monte ore-lavoro. Nel padovano, media provincia italiana, abbiamo 18.000 studenti che ogni anno offriranno circa 4,5 milioni di ore. La sovrabbondanza di offerta di lavoro gratuito mette in difficoltà il tessuto economico, che in molti casi arranca nell’organizzazione di così vasta manodopera (peraltro spesso indisciplinata e non motivata); solo le grandi corporations, multinazionali o aziende fortemente strutturate, riescono ad accogliere con profitto (loro) gli alternanti – e sono per questo nominate, dal MIUR, campioni dell’alternanza[vii]; le Piccole Medie Imprese spesso preferiscono evitare di avere «bocia fra i c****i», e declinano le pressioni della Confindustria[viii] a coadiuvare il sistema paese nella spinta verso l’innovazione; le scuole cercano di proporre agli studenti quel che c’è, trasformando le attività scolastiche extracurriculari in ‘lavoro’ e facendole figurare come attività di alternanza: con la scusa che «la normativa è normativa, a volte può voler dire tutto, a volte niente, a volte non si capisce, a volte è un po’ fumosa, a volte si interpreta, su alcune cose è molto prescrittiva, su altre un po’ meno» [referente liceo]. Simili esempi di lassismo non sono da condannare, ma da leggere come effettivamente imposti da una situazione complessa dal punto di vista logistico.

Per evidenziare le contraddizioni che sono sorte con l’ASL è utile prendere in considerazione le posizioni dei sindacati confederali. La mancanza di una corretta lettura dell’alternanza, infatti, ha dato luogo a comportamenti politicamente schizofrenici; per cui l’FLC/CGIL, ad esempio, raccoglieva le firme per il referendum che avrebbe previsto, fra le altre cose, l’abrogazione dell’ASL[ix], mentre si preparava a firmare protocolli con i vari Uffici scolastici regionali[x] per partecipare allo svolgimento dell’ASL; forse già immaginando di ospitare studenti in alternanza, come poi puntualmente avvenuto[xi], nella logica del meno peggio.

Parlo di un errore di lettura nel senso che i sindacati si sono ritrovati in un’oggettiva difficoltà: dare battaglia sull’ASL, con il rischio di essere tagliati fuori dalla possibilità di entrare nelle scuole e nel processo di determinazione pratica della norma; o provare a cambiare le cose dall’interno, apportando qualche miglioramento, garantendo ad alcuni ragazzi un percorso di ASL sensato? Questo dilemma si pone solo quando manca una visione ampia e prospettica della questione: quando manca, cioè, la lettura dell’ASL come strumento giuridico non neutro ma, alla base, viziato da una concezione di parte della scuola e del lavoro. L’alternanza, infatti, ha alla base la negazione di un concetto, quello di ‘lavoro’ – secondo Treccani «occupazione retribuita e considerata come mezzo di sostentamento».

I primi a rendersi conto della contraddizione sono stati i ragazzi degli istituti e dei professionali. Alcuni campi sono più problematici di altri. Studentesse di un istituto turistico ci raccontano di alberghi che occupano 6 studenti in ASL da metà giugno a fine luglio, altri 6 da inizio agosto a metà settembre. Spesso vengono combinate varie forme di stage: alternanza, stage universitari (non post-universitari, perché la normativa prevede l’obbligatorietà del rimborso spese), stage internazionali. Gli studenti si rendono conto che: quando usciranno da scuola, molti posti nel settore turistico non saranno più disponibili, essendo coperti dai compagni più giovani; il tempo che, durante l’estate, spesso passavano a lavorare per un compenso ora devono passarlo a lavorare gratis. Così anche studenti di istituti o professionali del settore elettrico: d’estate facevano i bocia (in Veneto, gli apprendisti) presso elettricisti artigiani o singole imprese, ricevendo un compenso, ora si trovano a doverlo fare gratis.

Un’altra questione va presa in considerazione. È prevista una differenza oraria: 200 ore per i licei, 400 per i tecnici. I motivi sono evidenti, alcune scuole hanno una vocazione di orientamento al lavoro. Nella pratica, che cosa succede? I licei non sanno dove mandare i ragazzi, che non hanno conoscenze né competenze (secondo il lessico del MIUR) per entrare nel mondo del lavoro qualificato, in fabbrica ecc.. Che si fa? Si trasformano le attività culturali in alternanza (visite di istruzione, assemblee di istituto, attività culturali pomeridiane, ecc.) e si prendono quelle possibilità di alternanza ‘comoda’ che ci sono. Chi le offrirà?

  1. a) la Confindustria: che si attiva su tutti i territori per proporre percorsi di educazione all’imprenditorialità da tenersi a scuola, sommando alla pratica del lavoro gratuito anche la teoria vuoi del self made man, vuoi della start up, vuoi delle skills, vuoi della prossima trovata inglesizzante.
  2. b) le agenzie interinali: già prendono fondi europei per fare i corsi per ‘garanzia giovani’, per i disoccupati: tanto vale attivare progettualità e richieste di finanziamento anche per le attività di alternanza. Abbiamo trovato addirittura responsabili ASL che sostengono di preferirle ai sindacati, in quanto più ‘neutre’.

La tendenza, dunque, vede gli studenti di istituti e professionali al lavoro, e i coetanei a bottega dalla classe dirigente, proponendo un classismo che se non è da tutti distinguibile negli intenti lo diviene nei fatti. Chi va all’istituto diventerà dipendente, chi al liceo imprenditore. Che poi i dati disconoscano questo profilo (solo il 14,6% dei nuovi imprenditori italiani dispone quantomeno di laurea triennale[xii]) non intacca la lettura ideologica della Buona scuola.

Come dovrebbe fare il sindacato, davanti a questa potenza di fuoco, a inserirsi nell’alternanza per mettere una pezza? Per infilare il dito nella diga che crolla? Cosa rappresentano 4 o 8 ore di diritto ed etica del lavoro davanti all’esempio di un intero sistema sociale che coinvolge milioni di studenti, la cui idea stessa del lavoro sarà formata su impiego gratuito e corsi di educazione all’imprenditorialità? Quello del sindacato è solo un esempio che vale per molte altre cose: gli studenti della ReDS, ad esempio, o – su una scala completamente diversa – il PD e i partiti socialisti europei che, accettando di scendere sul terreno del loro competitors (il capitalismo neoliberista) hanno fatto la fine che conosciamo.

Contro l’Alternanza

Torniamo alla ragione che sorregge la riforma: Buona scuola e, nello specifico, alternanza, servirebbero a riallineare domanda e offerta di lavoro, «unica soluzione strutturale alla disoccupazione». In pratica – è la proposta che viene da moltissime voci – fare un’esperienza di alternanza o di stage va a costituire un’assicurazione sulla possibilità di trovare lavoro. Dovrebbe essere l’antidoto alla precarietà della condizione giovanile, del nuovo quarto stato:

Coraggio, mi diceva il Quarto Stato, cerca di essere simpatico, mostrati intelligente, sii seduttivo, combatti e vinci anche per noi. E se non vinci, lava almeno le offese. Vendica anni di paghette ricevute con imbarazzo, gli stage che non portano a niente, il provino in cui fummo scartati, l’affitto che non riuscimmo a pagare, il colloquio di lavoro in cui scontammo il paradosso di non poter contare, nella ricerca di un primo impiego, sull’esistenza di esperienze di lavoro precedenti.[xiii]

I racconti degli studenti impiegati in albergo, apprendisti dagli elettricisti, impiegati nelle attività di cura – ma se ne potrebbero elencare molti altri – dicono con la saggezza dell’esperienza quella che è una legge economica fondamentale: inondare qualsiasi mercato X di una merce Y significa farne colare a picco le quotazioni; sommergere il mercato del lavoro di giovani stagisti significa far crollare il valore di una merce precisa, quella del lavoro non qualificato. Gli acquirenti – le parti datoriali – dalle quali la riforma è stata propugnata, qui come altrove – vedranno la propria merce – il lavoro – diminuire progressivamente di valore. Non potrà essere che così. Trattandosi di una merce particolare, conseguenza accessoria e ghiotta sarà l’ampliarsi di un esercito di riserva disposto a tutto in cambio di un lavoro: l’acuirsi della ricattabilità della classe lavoratrice.

L’affermazione per cui oggi non c’è posto per il lavoro non qualificato, che si sente fare sempre di più, deve essere vista da una prospettiva diversa: oggi il lavoro non qualificato è svolto da giovani non pagati, per cui chi non ha una qualifica (e spesso, guarda caso, occupa gli ultimi gradini della gerarchia sociale) accetterà o di non essere pagato o condizioni di lavoro misere. Impiegati di agenzie interinali mi confermano che, in Veneto (produzione industriale +6% nell’ultimo anno, fatturato del secondario +7%: si è parlato di «crescita cinese»[xiv]), oltre a quella del reddito diretto, un’altra forbice si apre sempre più: quella dei diritti. Chi è qualificato è ricercato quindi ha contratti a tempo indeterminato (che comunque qualcosa valgono), garanzie di diritti sul lavoro ecc. Chi non ha qualifiche avrà contratti non solo a tempo determinato, ma sempre più spesso rinnovati di settimana in settimana. L’alternanza contribuisce così, nemmeno troppo indirettamente, alla piaga sociale del precariato.

Ma facciamo nostro per un attimo il punto di vista classista e darwiniano che si è rivelato dietro l’azione legislativa del Pd: se la fiumana del progresso esige il proprio tributo in vittime, l’ASL e le altre forme di stagismo abitueranno, nella lotta  omnium contra omnes, a competere per vincere. L’alternanza sarà l’unica possibilità di sopravvivere nella società dell’ingiustizia; dovere morale della scuola sarà perorarla, come atto di responsabilità e amore verso i propri studenti, altrimenti destinati all’immersione nel gorgo mortale.

Anche questa prospettiva è ideologica, in senso deteriore, ma soprattutto – questo importa – è falsa! È possibile trovare i dati sull’incidenza dei tirocini in un utilissimo rapporto (Nuove frontiere della precarietà del lavoro) curato da Rossana Cillo e diffuso sui canali dell’università di Venezia. In Italia, nel 2015, l’11% circa dei 300.000 stagisti (di cui 40.000 circa over 35 e 4.000 over 55) sono stati assunti nell’azienda in cui hanno svolto lo stage: i numeri non sono alti, ma potrebbero far ben sperare. Sono però necessarie delle riflessioni.

Lo stage ha sostituito, nella pratica, il contratto di apprendistato. La formazione specifica del lavoratore, che fino ad un certo punto è stata a carico delle aziende, con lo strumento stage viene fatta gravare sul lavoratore (obbligato a lavorare a costo zero fino a quando non ha imparato a lavorare). Nel momento in cui questo avviene, evidentemente l’azienda assumerà, avendo risparmiato la formazione delle maestranze. Tutto ciò è reso possibile tramite specifici strumenti normativi, sui quali si può discutere; ma non ha a che fare con l’alternanza, strutturalmente diversa perché non svolta da soggetti in cerca di lavoro.

I 300.000 del 2015 si sono verosimilmente trasformati, con la buona scuola, in 2 milioni. Ciò significa che, nel 2018, una persona ogni 30 in Italia svolgerà stage, contribuendo alla bolla del lavoro non retribuito: ovviamente la percentuale delle assunzioni colerà a picco. Per valutare l’effettiva portata dell’ASL sul futuro del lavoratore è quindi necessario rivolgersi ad altri lidi, prendendo in considerazione situazioni in cui strumenti simili all’alternanza siano in vigore da più tempo. È il caso degli Stati Uniti, dove modelli simili sono stati attivati da Nixon, potenziati negli anni Ottanta da Reagan.

Nel caso degli Stati Uniti, una recente inchiesta della National Association of Colleges and Employers ha rilevato come il tasso di occupazione di coloro che nel corso dei propri studi hanno svolto uno stage non pagato e di coloro che invece non hanno svolto nessuno stage sia pressoché uguale (37% e 35%). Al contrario, il tasso di occupazione può aumentare al 63% solamente se nel corso della propria carriera scolastica si svolge almeno uno stage pagato. Questa inchiesta, inoltre, ha rilevato che la paga annua media degli occupati che hanno svolto solamente stage non retribuiti è pari a pari a $ 35.721, di coloro che non hanno mai svolto stage 37.087 $ e di coloro che hanno svolto solo stage retribuiti è pari a 51.930 $.[xv]

Gli strumenti di stagismo obbligatorio durante il percorso formativo si sono quindi rivelati, nei paesi più ‘avanzati’ del nostro, non solo inutili, ma addirittura compromettenti per quel che riguarda la retribuzione. Di che cosa stiamo parlando dunque?

Nelle scuole i ragazzi hanno voglia di raccontare la loro esperienza. Oltre all’ostracismo di molti degli istituti scolastici, che ci aspettavamo, ci ha invece colpito la difficoltà dei professori a collaborare. Abbiamo provato più volte l’inquietante esperienza di scambiare alcune riflessioni con amici docenti che, disposti a criticare aspramente l’alternanza facendo due chiacchere nei corridoi, all’idea di partecipare – anonimamente! – a un’inchiesta si sono ritratti in preda a uno strano timore. Di che cosa? Non l’abbiamo ben capito; è – non si può dire meglio che così – l’aria che tira. Quando dico che l’appello per la scuola pubblica è stato un importante punto di partenza per ricominciare a discutere, ho in mente questa scena: i volti che sbiancano alla proposta di partecipare all’inchiesta, dunque a un atto politico, per quanto minimo. È proprio da qui che bisogna ripartire, da queste resistenze psichiche che non sono altro che introiezione del discorso dominante, nello specifico (l’alternanza come necessità non storica) e in generale (la politica è tabù, lasciamo fare ad altri).

[i] https://archivio.pubblica.istruzione.it/argomenti/qualita/testi/allegati/lisbona_conclusioni.htm

[ii] Se qualcuno volesse collaborare abbiamo bisogno di braccia e di teste! Scriva a asl.inchiesta.padova@gmail.com.

[iii] E. Masi, Per una nuova analisi di classe. Il significato dell’inchiesta, «L’ospite ingrato», 1 febbraio 2009, http://www.ospiteingrato.unisi.it/per-una-nuova-analisi-di-classe-il-significato-dellinchiesta/ (15 febbraio 2017).

[iv] https://labuonascuola.gov.it/documenti/La%20Buona%20Scuola.pdf

[v] http://www.competenzechiave.eu/senso_iniziativa_imprenditorialita.html

[vi] http://www.alternanzagiusta.it/

[vii] MacDonald si vanta di poter ospitare fino a 10.000 studenti l’anno: https://www.mcdonalds.it/lavorare/benvenuti-studenti. Trenitalia invece si vanta di aver ospitato soli 5.000 alternanti fra il 2013 e oggi:

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