VALERIO MAGRELLI Appassionare ai classici

[la Repubblica – R2 Cultura, 4 settembre 2014]

Appassionare i ragazzi ai grandi della letteratura si può. La ricetta? Dante, il web e un po’ di show.
Tutto potrebbe partire da una splendida immagine di Montaigne: «Insegnare» — e qui cito a memoria, secondo l’esempio dello stesso autore — «non significa riempire un vaso, ma accendere un fuoco». Ecco, dovendo celebrare e riassumere le mie nozze d’argento con la didattica, non credo potrei trovare motto migliore. Nel giro di poche battute, gli Essais illustrano perfettamente la differenza fra due opposte concezioni del mondo scolastico. Da un lato sta una visione dello studente totalmente passiva; lo vediamo cioè ridotto a puro contenitore, semplice bacile, per quanto prezioso, che il docente dovrà limitarsi a riempire.L’immagine riprende un’idea di cultura primordiale, meccanicistica e unidirezionale (il che significa, purtroppo, anche tragicamente attuale).
È ciò che il Sessantotto condannava, peraltro in maniera alquanto ambigua, con l’espressione di «arido nozionismo». Ma come far sì che lo studio di Dante, Manzoni o Leopardi appassioni gli studenti? Tenterò di rispondere unicamente sulla base della mia esperienza personale. Il primo punto consiste nell’evitare di contrapporsi ai nuovi media, ma, al contrario, nell’appropriarsene, allo scopo di puntellare, di spettacolarizzare lo studio. Un buon uso di internet potrebbe trasformare le lezioni in conferenze-spettacolo. Un buon impiego di YouTube concorrerebbe ad approfondire il senso, anzi il sentimento del tempo e dello spazio. Una volta determinati in maniera esaustiva e incontrovertibile i nessi cronologici, verrebbe spontaneo tentare di tracciare una specie di «genealogia del presente», provando cioè a collegare la cronaca alla storia. Partendo allora dall’elogio leopardiano del suicidio, via Plutarco, Seneca e il solito Montaigne, si potrebbe innescare una discussione intorno a temi scottanti come quelli sulla «morte dolce» o sull’eutanasia.
In ogni caso, una volta deciso come insegnare, dovremmo obbligatoriamente affrontare la questione di insegnare cosa. E qui ci troviamo a trattare un’altra questione centrale, relativa alla definizione di «classico». A questo proposito, risulta ineludibile il celebre saggio Che cos’è un classico?, di T. S. Eliot. Secondo il poeta e critico angloamericano, il «classico» è il prodotto di una «civiltà matura»; una «civiltà matura » è contrassegnata dalla «consapevolezza della storia»; proprio perciò il «classico» va oltre la storia, e oltre la civiltà che l’ha prodotto. Ma il grande studio appare alquanto datato. Oggi, disancorati come siamo da ogni rapporto mimetico, prescrittivo, normativo con i classici, abbiamo bisogno di ritrovare l’elemento vivifico ed energetico dell’ascolto. Dobbiamo riscoprire il carattere «elettrico» di certe letture classiche. Infatti il rapporto tradizionale con le nostre origini culturali si va perdendo, sia nella scuola, sia nell’intera società. Ad abbandonarci, in una parola, non sono stati gli dèi (secondo la lunga tradizione ripresa e rilanciata da Hölderlin), quanto piuttosto i classici. Grave perdita, certo, che tuttavia, almeno da un punto di vista storico, potrebbe rovesciarsi in una situazione privilegiata.
Per la prima volta, dopo quasi duemila anni, siamo di fronte a una generazione che può dirsi «libera dai Greci e dai Romani». Malgrado le lacune che si spalancano nella preparazione degli studenti d’oggi, una mancanza simile può offrire loro, per la prima volta nella storia dell’Occidente, la possibilità di stabilire, con i Greci e i Romani, un rapporto finalmente libero, fondato sulla scelta. Occorrerebbe insomma riattivare canali di comunicazione oggi ostruiti, riaccendere fuochi nelle praterie, ovviamente senza far mancare esempi di poesia erotica, di fronte alla quale la reazione degli studenti sarebbe immediata: non sono forse classici, poeti dialettali come Porta o Belli? La curiosità è sempre un ottimo reagente. E se funziona, la si può e la si deve utilizzare come meccanismo di riconoscimento, di empatia. Bisognerebbe — la sto dicendo grossa — leggere l’Odissea come L’Isola del tesoro, nei limiti funzionali di ciò che vogliamo ottenere da un giovane: la passione. Poter scegliere i grandi classici senza essere costretti a subirli, è un vero regalo, e senza precedenti.
Leggere Dante a uno studente italiano di oggi, è esattamente come spiegarlo a uno straniero. Io cercherei di farlo dicendo che l’essenza della sua poesia consiste nella necessità di massima concentrazione e immagazzinamento sillabico. Dante, cioè, procede a uno stoccaggio del senso. La fatica, la lentezza con cui io ho letto la Divina Commedia dipende proprio da ciò: ogni suo verso ha un peso specifico immenso, dovuto appunto alla spaventosa quantità di senso che contiene. Cosa fare, allora? Per quanto riguarda la mia personale esperienza, la Commedia mi si è dischiusa soltanto dopo l’incontro con Mandel’štam. Non ero mai riuscito a leggere Dante finché non compresi, ed è curioso, quanto mi andava mostrando uno scrittore russo. Io avevo il tipico odio dello studente che, imbattendosi nella barriera delle note a piè di pagina, reagisce come davanti a un impedimento, come a un ostacolo che sbarri l’accesso al testo. Ma ecco la soluzione proposta da Mandel’štam: «Il commento è parte integrante della Commedia. […] La Commedia, nave portento, esce dal cantiere con lo scafo già incrostato di conchiglie». La Commedia, insomma, è davvero fra le poche imbarcazioni che, sin dalla nascita, prevedono la presenza di concrezioni, remore, conchiglie, chiamate a ornare lo scafo. Il commento non viene dopo, ma fa tutt’uno con il testo. Quella di Mandel’štam, si sarà capito, è una critica inventiva, visionaria, e però indispensabile per prendere familiarità con questo vero e proprio mostro verbale della nostra lingua.
Ma torno al nostro tema. Per appassionarsi al libro, è indispensabile, nel caso della poesia, imparare dei versi a memoria. A questo punto sento un’obiezione. Ma come? È quello che in Italia si fa da sempre! Proprio così. Ed ecco il colpo di scena. Finora, infatti, ho taciuto la cosa più importante, ossia che molte, se non addirittura tutte le cose che ho detto, in realtà sono già da tempo applicate in quello che resta forse il migliore sistema di insegnamento pubblico esistente al mondo. Da Trento fino a Isernia, potrei citare tanti esempi di «eroi» della didattica — e quanti ce ne sono che io ignoro! Ma mi limiterò al caso di Napoli, dove, con un gruppo di suoi colleghi e amici, una insegnante liceale di italiano e latino ha ideato La pagina che non c’era. Un concorso nazionale per le superiori, che quest’anno ha vinto il primo premio del ministero dei Beni culturali come miglior iniziativa per la diffusione della lettura nella scuole. Un’esperienza che rende onore alla funzione e al senso della scuola pubblica.

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