ROBERTO CALOGIURI Registro elettronico. Bellezza e tristezza della scuola digitale

[Ilfriuliveneziagiulia, 20 novembre 2016]

Chi ha visto Wargames, correva l’anno 1983, ricorderà che Matthew Broderick entrava nel supercomputer del sistema di difesa aerospaziale del Nord America rischiando di scatenare la guerra termonucleare globale totale! Ma prima si era fatto le ossa violando il registro elettronico della sua scuola. Ovviamente per capovolgere i giudizi negativi dei suoi insegnanti.

Trent’anni dopo (è circa questo il ritardo tecnologico dell’Italia rispetto gli USA) accade anche in Italia, per la soddisfazione dei giovani hacker nostrani.

Esultano alcuni siti di studenti. Perché, essi hanno notato, ora si può fare ciò che l’inchiostro della biro sui registri cartacei rendeva impossibile. Scripta manent. Invece quello che si digita può essere cancellato e sostituito, senza lasciare traccia

Per un attimo di distrazione del docente. Oppure perché l’insegnante, ancora poco esperto, delega uno studente smanettone a introdurre voti e assenze. Oppure perché, come l’eroe di Wargames, un alunno riesce a violare in qualche modo il sistema. Accade a Gorizia, Modena, Bologna, Vicenza… Fin dal 2013. Non si sa se sfruttando metodi “low tech”, o individuando i punti deboli del software oppure i punti deboli del docente che nativo digitalenon è. (Skuola.net stima che il 35% degli studenti italiani inseriscano i voti al posto degli insegnanti)

Da quando è entrato in vigore il decreto legge 95/2012, il sistema si è aggiornato e velocizzato, ma ha esposto il fianco della vulnerabilità. Iscrizioni, pagelle, comunicazioni e registri devono essere on line per applicare – recita il decreto convertito poi in legge – le “Disposizioni urgenti per la razionalizzazione della spesa pubblica”, ossia per il risparmio della spesa sociale. Ed è anche il primo passo verso la dematerializzazionedelle procedure amministrative.

Al risparmio economico corrispondono necessariamente due conseguenze: una è la riduzione del personale che, in tempi pre-elettronici, svolgeva queste mansioni. La seconda contempla la razionalizzazione di noiose pratiche burocratiche, copiature, calcoli delle medie, inserimenti manuali di voti, comunicazioni con le famiglie etc. etc.

A parte la previsione di risparmio sui posti di lavoro degli applicati di segreteria, il registro elettronico – che prevede la comunicazione in tempo reale ai genitori dell’andamento di un alunno (voti e assenze) –  mette anche al riparo la scuola dalla sgradevole eventualità dei ricorsi contro le bocciature “viziate” dal mancato avviso dello scarso rendimento.

Tutto filerebbe liscio. Non fosse per il fatto che, come accade spesso in Italia, le leggi e i provvedimenti avanzati non sempre tengono conto dello stato di fatto delle infrastrutture, che non sempre reggono il passo. L’Italia, si sa, è il luogo in cui le scuole sono ospitate in edifici d’epoca.

A fronte di un provvedimento che – impossibile negarlo – qualche merito ce l’ha, è il modo in cui esso è realizzato che può destare critiche e perplessità.

Per funzionare a dovere, il registro elettronico deve prevedere una rete (con o senza cavo) e i necessari dispositivi (computer, tablet …) che devono essere forniti dall’amministrazione, ovvero dalla scuola in cui il docente presta servizio.

Ma non sempre è così.

Vi sono sedi scolastiche che provvedono a tutto, e altre che non lo fanno. E allora accade che razionalizzazione e dematerializzazione siano dovute alla disponibilità e buon cuore dei docenti che usano la propria rete dati dove la scuola non la fornisca o si portano da casa i dispositivi che l’amministrazione non mette a disposizione del personale.

Ma non basta. Vi sono dirigenti che emanano paradossali e contraddittori ordini di servizio che contengono l’obbligo di aggiornare il registro elettronico senza provvedere a installare e rendere operativa la rete internet.

Il che mette il docente di fronte a un dilemma irragionevole: dovrà usare i propri dispositivi (e a proprie spese), oppure differire la compilazione del registro di classe e del registro personale in un secondo momento: a casa, oppure in un ambiente della scuola dove sia possibile trovare un computer connesso alla rete.

Tutto, ovviamente, per evitare sanzioni disciplinari.

Ma facendo così si ledono due norme. Una contrattuale: si costringe un insegnante a compilare un registro cartaceo (che deve procurarsi a proprie spese, dato che la scuola non lo fornisce più) e quindi a un doppio lavoro, più un carico di lavoro extra non contemplato dal contratto nazionale e che, necessariamente, occupa una parte di tempo libero per un’incombenza non retribuita.

La seconda, penale: poiché il registro personale è un atto pubblico, la sua compilazione deve avvenire contestualmente alla lezione, ossia in classe e durante l’ora in questione. Differendo a trascrizione dei dati, il docente è soggetto agli articoli che riguardano il falso materiale e il falso ideologico (artt. 476 e 479 V Sezione Penale della Corte di Cassazione: 12726/2000; 6138/2001; 714/2010).

In molte scuole i presidi hanno mandato lettere di censura a insegnanti che si rifiutano di ottemperare a ordini di servizio per mancanza degli strumenti essenziali.

Alla fine, ancora per qualche, tempo la dematerializzazione è destinata a scontrarsi con la materia, ovvero con l’assenza di infrastrutture. Alla quale, come molto spesso accade nella scuola, si vuole porre rimedio abusando o approfittando della disponibilità dei docenti o della loro scarsa reattività verso le imposizioni contraddittorie.

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