RENATA PULEO Bambole

[da Quando suona la campanella. Racconti di scuola, a cura di Piero Castello e altri, manifestolibri, Roma 2006]

A casa la Bambina fece i compiti in un angolo del tavolo di cucina. Li fece con cura dei particolari, la cornicetta geometrica a chiudere la pagina del quaderno, il cielo azzurro, colorato fino al tetto della casa, come le aveva detto sua sorella. Eppure aveva fretta. La aspettava la sua classe, e pensò un attimo di entrare subito nel gioco facendo finta di essere la maestra che prepara il lavoro.

Lasciò dunque di proposito sul tavolo i quaderni, l’astuccio dei colori e la penna nel calamaio. Dispose le bambole in una doppia fila di quattro, prese i piccoli quaderni che aveva incollato per ciascuna di loro, il registro con la pagina mobile, con gli otto nomi, proprio come quello che usava la sua maestra.

Iniziò la lezione rimproverando Teresa che era arrivata in ritardo, scarmigliata, il grembiule macchiato, il fiocco sfatto. Aveva dimenticato di far dire la preghiera e fece finta che l’avessero recitata poco prima dell’arrivo di Teresa e la rimproverò anche di questo. Le compagne ridacchiarono dai loro posti, la bambola Ia guardò con gli occhi sgranati e poi cadde di lato, lentamente. La Bambina la sollevò sollecita, incerta se inserire la caduta nel gioco. «Chiamate la bidella ché Teresa si sente male… di nuovo». Poi pensò che era meglio lavorare, non c’era più tempo da perdere in capricci. Seduta al tavolo cominciò a far recitare la cantilena delle tabelline, ben attenta che qualcuna non facesse la furba, inserendosi nel coro quasi di soppiatto, quando già il numero era stato detto. Teresa non le sapeva. La sgridò nuovamente: così non andava, non andava, ci voleva impegno e poi perché questa bambola aveva un aspetto così trascurato, nessuno a casa si prendeva cura di lei? Si senti stanca del suo lavoro, si appoggiò allo schienale e avvertì la fitta allo stomaco che la tormentava da mesi, da quando aveva iniziato a frequentare la nuova scuola. Pensò alla maestra che la guardava perplessa, un po’ diffidente, e faceva chiamare la bidella per la camomilla. La bidella la stringeva contro il petto enorme e morbido, povera stella, ma ti ha visto un dottore, e le asciugava le gocce di sudore che impastavano la frangetta. Questa Bambina non ha nulla. Questa Bambina ha tutto.

La bambola si vergognò della sua ignoranza e anche delle trecce sfatte perché non si erano trovati i laccetti giusti e continuò a fissare davanti a sé. Questa bambola aveva tutto, non solo le fitte allo stomaco, aveva i compiti non svolti, aveva la confusione della tavola pitagorica e delle declinazioni dei verbi che le doleva sulle tempie. Era una bambola di cui le altre ridevano, di cui si parlavano all’orecchio. Come il giorno in cui era arrivata a scuola… in ciabatte! La Bambina a quel punto l’aveva difesa, nascondendole i piedini sotto il banco e zittendo le compagne. Provava una pena dolorosa, non era una dimenticanza come le altre, le parve proprio grave e le sembrò che non riguardasse la disattenzione della bambola. Pensò con odio alla madre, alla distrazione dei saluti la mattina, alla fretta con cui si cercavano i vestiti nell’armadio, alle dita che correvano veloci fra i capelli per annodare le trecce, il laccio improvvisato che scivolava via.

Se le bambole intonavano il coro delle tabelline, lei, la Bambina, stava imparando le tabelline. Forse avrebbe potuto vincere una stellina e non sarebbe stata più cosi vergognosamente in basso nella classifica per la medaglia. La medaglia era un tappo di bottiglia schiacciato a cui non era riuscita ad attaccare il cordlno. Ma le bambole se la contendevano lo stesso. Solo Teresa la fissava come se nemmeno la vedesse, poggiata sul tavolo-cattedra della cucina.

La Bambina sentiva che doveva essere buona per rimediare all’ingiustizia della situazione. Interrogò dolcemente la bambola. In fondo era arrivata solo quest’anno, non conosceva bene le regole, le altre bambole non la facevano giocare durante l’intervallo, il mal di stomaco la tormentava. Vuoi dire la poesia? Brava, bravissima, l’hai detta con sentimento. Cercò nella scatola di cartone un vestitino cucito dalla nonna, glielo aggiustò sui fianchi, ecco adesso almeno il grembiule era quello d’ordinanza e non lo stupido sacco comprato all’ultimo momento, quando tutte le altre portavano quello della scuola, con le due pences ai lati e la cintura in vita.

Era stufa di quel gioco e la scuola le pesava sul petto. Da adesso in avanti l’alunna cattiva sarebbe stata la bellissima bambola dell’ultimo natale, bionda, le manine perfette, gli occhi ombreggiati da ciglia che sembravano vere. Civetta, delatrice, spocchiosa. ti faccio più amica, mia cara!» disse come parlando a se stessa e senti la tensione che si allentava sul diaframma.

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