ANA CARBAJOSA Arriva una nuova rivoluzione verde

[El País (Spagna), aprile 2008]

La soluzione alla crisi alimentare potrebbe venire dalle colture geneticamente modificate, in grado di assicurare una maggiore produttività. Ma non tutti sono d’accordo.
Da Port-au-Prince a Kabul, passando per II Cairo o Manila, in tutto il mondo sono milioni i poveri che subiscono gli effetti dell’incredibile aumento dei prezzi del latte, del riso o del pane. Gli squilibri del mercato globale li hanno privati dei mezzi di sussistenza e sono scesi in piazza per chiedere ai governi di fare qualcosa contro l’inflazione alimentare più grave che si ricordi. “Abbiamo imparato dalla storia che a volte queste situazioni portano alla guerra”, ha ammonito Dominique Strauss-Kahn, direttore del Fondo monetario internazionale.

Le cause del rincaro sono note: il prezzo del petrolio alle stelle, l’eccessivo investimento in biocombustibili da parte di paesi come gli Stati Uniti, l’aumento della domanda ali mentare in Cina e in India, le condizioni climatiche. Ma indipendentemente dalle congiunture ci sono anche delle cause strutturali: la scarsa produttività – che negli ultimi vent’anni è stata minore della crescita del consumo e della popolazione – e il debole interesse dei governi nei confronti della ricerca in campo agricolo.
Recentemente le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto in cui raccomandano il ritorno all’agricoltura tradizionale, l’uso di metodi ecologici e il consumo locale. I sostenitori del progresso tecnologico, invece, sostengono che i problemi dovuti al crollo dei raccolti e all’aumento della popolazione difficilmente potranno essere risolti dall’agricoltura su piccola scala. Secondo loro oggi esistono le condizioni per una seconda rivoluzione verde che, come negli anni sessanta, moltiplichi la produttività dei raccolti grazie a nuove tecnologie. Sono convinti che la crisi dei prezzi sia l’occasione per lanciare una nuova rivoluzione con semi migliorati e geneticamente modificati.
Negli anni sessanta in Messico si svolsero alcuni esperimenti agricoli con varietà di grano più ricettive ai fertilizzanti e ai pesticidi. A questi semi si affiancarenno nuovi sistemi d’irrigazione e una forte meccanizzazione. Il risultato fu uno spettacolare aumento dei raccolti. Era scoppiata la rivoluzione verde. Le innovazioni si diffusero a macchia d’olio fino in Asia, dove gli esperimenti si concentrarono sul riso, e raggiunsero anche i cereali in Africa. Secondo alcune stime ufficiali, il 40 per cento dei contadini del mondo in via di sviluppo cominciò a usare i nuovi semi, che aumentarono enormemente la produzione agricola. Indiscutibilmente i raccolti si moltiplicarono, ma non è certo scontato che quell’aumento si sia tradotto in una riduzione del numero di persone che soffrono la fame. Inoltre dopo qualche anno cominciarono a farsi sentire i danni ambientali provocati dall’uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi.

Più cibo per tutti
Oggi nel mondo scientifico e imprenditoriale c’è chi propone di ripetere l’esperienza degli anni sessanta. Moltiplicare la produttività dei semi favorirebbe la diminuzione dei prezzi, ma soprattutto darebbe da mangiare ai più poveri. Ne è convinto Jaakko Kangasjarvi, biologo dell’università di Helsinki, che insieme ad alcuni colleghi californiani ha identiicayo il gene che regola la perdita d’acqua nelle piante. La scoperta, resa pubblica a marzo, servirà a creare dei semi geneticamente modificati in grado di resistere alla siccità. Scoperte come queste potrebbero scatenare una seconda rivoluzione verde. “Tutto dipende dai finanziamenti, che a loro volta dipendono dalla volontà politica”, afferma Kangasjarvi. “La popolazione mondiale sta crescendo e quindi le piante devono produrre di più”.
Di fronte ai devoti della manipolazione genetica come Kangasjarvi, un’intera .legione di ambientalisti sostiene che i progressi tecnologici non risolveranno la fame nel mondo, dovuta a un’iniqua distribuzione degli alimenti più che alla loro scarsità. Inoltre temono i danni ambientali che le nuove piante potrebbero provocare.
Nel frattempo, secondo l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’agricoltura e l’alimentazione (Fao), le riserve mondiali di grano, solo per fare un esempio, hanno raggiunto i livelli più bassi da quasi trent’anni. Mangiamo più di quano coltiviamo e viviamo di quello che abbiamo accumulato negli anni passati. Dal 1990 la produttività dei raccolti è aunentata a un ritmo dell’l per cento all’anno, dimezzandosi rispetto ai decenni precedenti e anche rispetto alla crescita della domanda di cereali. Una crescita causata dall’aumento della po polazione, dall’arricchimento delle classi medie asiatiche e dai cambiamenti di alimentazione di paesi come la Cina.
“Forse con questa crisi i governi apriranno gli occhi e si renderanno conto che devono cambiare le loro politiche agricole: servono dei finanziamenti alla ricerca per aumentare la produttività dei raccolti. Speriamo che questa crisi dia il via a una nuova rivoluzione verde”, si augura Duncan Macintosh, dell’International rice research institute (Irri), un’agenzia intergovernativa con sede a Manila che è stata il motore della grande rivoluzione rurale degli anni sessanta.
In questo periodo la voce dell’Irri si sta facendo sentire nei forum internazionali, dove gli esperti dell’istituto difendono l’uso di semi ibridi di riso – i ricercatori hanno incrociato tre varietà per produrre una pianta che cresce più velocemente e garantisce un raccolto superiore del 20 per cento – in tutta l’Asia Macintosh ammette però un problema, e cioè che questi semi, a differenza di quelli tradizionali, non possono essere riutilizzati da un anno all’altro perché perdono il loro potenziale. I contadini sono quindi costretti ad acquistare ogni volta nuove sementi se vogliono piantare queste varietà che rendono di più e contrastare l’aumento del prezzo del riso (il 70 per cento dall’inizio dell’anno). Macintosh sottolinea che ci sono ancora molte cose da scoprire, e che grandi aziende come la Bayer o la Monsanto lavorano a ritmi serrati per migliorare l’aroma e il sapore degli ibridi e per cercare di renderli resistenti a certi insetti.
Anche l’Internationaì food policy research institute (Ifpri) – con sede a Washington e finanziato da governi, fondazioni e oganizzazioni di tutto il mondo – è convinto che questa crisi dimostra si come “dopo decenni di abbandono ci sia bisogno di maggiori investimenti per la ricerca sui semi geneticamente modificati”. “Servono nuove scoperte per trovare semi resistenti al caldo, alla siccità o alla salinità”, sostiene Mark W. Rosegrant, direttore del dipartimento per l’ambiente e la produzione tecnologica dell’Ifpri. Anche lui ammette che durante la rivoluzione verde l’abuso dei sussidi per l’uso di fertilizzanti e pesticidi ha avuto effetti negativi sull’ambiente, e quindi crede che questa volta sia necessario “unire progressi scientifici a buone politiche”.

Un’economia più equa
Ma non tutta la comunità scientifica e accademica è convinta che avere maggiori finanziamenti governativi per la ricerca agricola basterà a bloccare una crisi come quella in corso. Lester Brown, esperto statunitense di questioni ambientali e sicurezza alimentare, ritiene impossibile replicare la rivoluzione verde che ha triplicato la produttività dei raccolti dagli anni cinquanta a oggi. “Esiste un limite fisiologico per i raccolti. Alcune cose potranno essere migliorate, ma non ci sarà una nuova rivoluzione”. Ammette che la ricerca sulle questioni agricole negli ultimi anni è stata trascurata, ma secondo lui la vera priorità per fermare l’aumento dei prezzi degli alimenti è una drastica limitazione delle colture di cereali destinate alla fabbricazione di etanolo negli Stati Uniti: “Altri menti le rivolte popolari si estenderanno e i governi cadranno uno dopo l’altro”.
Carlos Galiàn, responsabile per le questioni agricole di Intermón Oxfam, è d’accordo con Brown: questa crisi-che colpisce le famiglie più povere, in cui il 50 o il 70 per cento del reddito serve a comprare da mangiare – non lascia presagire niente di buono. Intermón Oxfam è tra le ong più critiche verso il sistema attuale, e sostiene che il problema non è la carenza di cibo nel mondo ma la sua distribuzione iniqua, e la mancanza di accesso a risorse come l’acqua o a crediti per comprare macchinari e semi. Nonostante questo, Galiàn è d’accordo sul fatto che l’agricoltura sia caduta nel dimenticatoio negli ultimi anni e racconta che, mentre negli anni ottanta il 17 per cento degli aiuti allo sviluppo mondiale era destinato all’agricoltura, nel 2005 questa cifra era scesa al 3 per cento. È anche d’accordo con chi vuole manipolare i semi per “migliorare la produttività dei campi, perché tre quarti delle persone che vivono sotto la soglia di povertà abitano in zone rurali”.
Ma la ricerca, sottolinea, si deve concentrare su zone in cui gli agricoltori sopravvivono a stento. Galiàn ricorda che in passato sono stati fatti degli esperimenti su sementi che non resistevano al clima africano, per esempio, e punta il dito contro le aziende che vendono i semi transgenici e poi obbligano i contadini a comprare anche pesticidi e fertilizzanti, impedendo lo scambio di semi tra agricoltori di anno in anno, come si è sempre fatto.
Oltre a chi chiede una maggiore giustizia nella distribuzione delle risorse c’è chi vorrebbe un uso più efficiente della produzione già disponibile. “Non ha senso produrre più cibo se non lo usiamo tutto: un terzo di quello che già abbiamo finisce nella spazzatura. Gli avanzi potrebbero essere riutilizzati per la produzione di energia”, scriveva poco tempo fa Les Firbank, direttore dell’istituto britannico di ricerca ambientale North
Wyke research station.
Idee e proposte, più o meno concrete, non mancano. Ma è fondamentale che ci sia la volontà politica necessaria per evitare le carestie previste dal Fondo monetario internazionale per i prossimi due anni, quando i prezzi degli alimenti di base continueranno ad aumentare.

1. Che significato ha l’espressione rivoluzione verde. In riferimento a coa oggi si parla di “seconda rivoluzione verde?
2. Quali argomenti oppongono i cosiddetti sostenitori del progresso tecnologico a quelli che spingono verso il ritorno all’agricoltura tradizionale, l’uso di metodi ecologici e il consumo locale?
3. Per quali motivi l’aumento della produttività, secondo il parere di alcuni studiosi, non si traduce automaticamente in una riduzione del numero di persone che soffrono la fame?
4. Cosa sono gli ogm? A cosa servono? Quali vantaggi portano? Quali svantaggi?
5. Esprimo in un testo di non più di 10 righe la tua opinione personale sul problema.

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