DANIEL PENNAC Insomma, andavo male a scuola

[Diario di scuola, pp. 13-6]

Il fatto è che io andavo male a scuola e da questo lei non si è mai più ripresa. Oggi che la la sua coscienza di donna molto anziana abbandona i lidi dal presente per rifluire piano verso i lontani arcipelaghi della memoria, i primi scogli che affiorano le rammentano l’ansia che la tormentò per tutta ia mia carriera scolastica. Mi rivolge uno sguardo preoccupato e, lentamente: “Che cosa fai nella vita?”.
Il mio avvenire le parve da subito talmente compromesso che non è mai stata davvero sicura del mio presente. Poiché non ero destinato a un avvenire, non le parevo equipaggiato per durare. Ero il suo figlio precario. Eppure sapeva che ce l’avevo fatta da quando nel settembre del 1969 ero entrato nella mia prima classe in qualità di professore. Ma nei decenni che seguirono (cioè per tutta la durata della mia vita adulta), la sua ansia resistette segretamente a tutte le “dimostrazioni di successo” che le portavano le mie telefonate, le mie lettere, le mie visite, la pubblicazione dei miei libri, gli articoli di giornale o le mie apparizioni nei programmi culturali della tivù.

Né la stabilità della mia vita professionale né il riconoscimento del mio lavoro letterario, nulla di ciò che sentiva dire su di me da terzi o che poteva leggere sui giornali era in grado di rassicurarla del tutto. Certo, si rallegrava dei miei successi, ne parlava con gli amici, conveniva che mio padre, morto prima di conoscerli, ne sarebbe stato felice, ma nel segreto del suo cuore sopravviveva l’ansia suscitata dal cattivo studente degli inizi. Così si esprimeva il suo amore di madre; quando la stuzzicavo sulle delizie dell’ansia materna, lei rispondeva a tono con una battuta degna di Woody Allen:
“Che vuoi farci, non tutte le ebree sono madri, ma tutte le madri sono ebree.î
E oggi che la mia vecchia madre ebrea non è più nel presente, c’è di nuovo quell’ansia nei suoi occhi quando si posano sul suo ultimo nato di sessant’anni. Un’ansia che sembra aver perduto intensità, un’angoscia fossile, ormai solo una vecchia abitudine, ma abbastanza viva perché la mamma mi chieda, posando una mano sulla mia al momento di salutarci:
“Ce l’hai una casa, a Parigi?”.
Insomma, andavo male a scuola. Ogni sera della mia infanzia tornavo a casa perseguitato dalla scuola. I miei voti sul diario dicevano la riprovazione dei miei
maestri. Quando non ero l’ultimo della classe, ero il penultimo. (Evviva!) Refrattario dapprima all’arìtmetica, poi alla matematica, profondamente disortografico, poco incline alla memorizzazione delle date e alla localizzazione dei luoghi geografici, inadatto all’apprendimento delle lingue straniere, ritenuto pigro (lezioni non studiate, compiti non fatti), portavo a casa risultati pessimi che non erano riscattati né dalla musica, né dallo sport né peraltro da alcuna attività parascolastica.
“Capisci? Capisci o no quello che ti spiego?”
Non capivo. Questa inattitudine a capire aveva radici così lontane che la famiglia aveva immaginato una leggenda per datarne le origini: il mio apprendimento dell’alfabeto. Ho sempre sentito dire che mi ci era voluto un anno intero per imparare la lettera a. La lettera a, in un anno. Il deserto della mia ignoranza cominciava al di là dell’invalicabile b.
“Niente panico, tra ventisei anni padroneggerà perfettamente l’alfabeto.”
Così ironizzava mio padre per esorcizzare i suoi stessi timori. Molti anni dopo, mentre ripetevo l’ultimo anno delle superiori inseguendo un diploma di maturità che si ostinava a sfuggirmi, farà questa battuta: “Non preoccuparti, anche per la maturità alla fine si acquisiscono degli automatismi…”.
O, nel settembre del 1968, quando ho avuto finalmente in tasca la mia laurea in lettere: “Ti ci è voluta una rivoluzione per la laurea, dobbiamo temere una guerra mondiale per il dottorato?”.
Detto senza alcuna particolare malignità. Era la nostra forma di complicità. Mio padre e io abbiamo optato molto presto per il sorriso.
Ma torniamo ai miei inizi. Ultimogenito di quattro fratelli, ero un caso a parte. I miei genitori non avevano avuto occasione di fare pratica con i miei fratelli maggiori, la cui carriera scolastica, seppur non eccezionalmente brillante, si era svolta senza intoppi.
Ero oggetto di stupore, e di stupore costante poiché gli anni passavano senza apportare il benché minimo miglioramento nel mio stato di ebetudine scolastica. “Mi cadono le braccia”, “Non posso capacitarmi” sono per me esclamazioni familiari, associate a sguardi adulti in cui colgo un abisso di incredulità scavato dalla mia incapacità di assimilare alcunché.
A quanto pareva, tutti capivano più in fretta di me.
“Ma sei proprio duro di comprendonio!”
Un pomeriggio dell’anno della maturità (uno degli anni della maturità), mentre mio padre mi spiegava trigonometria nella stanza, che fungeva da biblioteca, il nostro cane venne quatto quatto a mettersi sul letto dietro di noi. Appena individuato, fu seccanente mandato via:
“Fila di là, cane, sulla tua poltrona!”.
Cinque minuti dopo, il cane era di nuovo sul letto. Ma si era preso la briga di andare a recuperare la vecchia coperta che proteggeva la sua poltrona e vi si era steso sopra. Ammirazione generale, ovviamente, e giustificata: tanto di cappello a un animale in grado di associare un divieto all’idea astratta di pulizia e trame la conclusione che occorresse farsi la cuccia per godere della compagnia dei padroni, con un vero e proprio ragionamento! Fu un argomento di conversazione che in famiglia durò per anni. Personalmente, ne trassi l’insegnamento che anche il cane di casa afferrava più in fretta di me. Credo di avergli bisbigliato all’orecchio:
“Domani ci vai tu a scuola, leccaculo!”.

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