Barbari

Roma e i barbari
di Alessandro Barbero

Parlare di Roma e dei barbari evoca l’immagine di due mondi contrapposti e ostili. Eppure all’inizio anche i Romani erano barbari! Sono stati i Greci, infatti, a inventare l’idea del barbaro: colui che non è greco e perciò non parla la lingua ellenica, ma balbetta un gergo incomprensibile. Per i sofisticati abitanti di Atene, che questi barbari fossero Persiani venuti dall’Oriente oppure Romani giunti da Occidente non faceva, all’inizio, nessuna differenza. Ancora all’epoca delle guerre puniche Catone il Censore si sfogava con rabbia contro i Greci “che ci chiamano barbari”. Naturalmente, col tempo gli Elleni si accorsero che una differenza c’era eccome, perché i barbari venuti dall’Italia avevano soggiogato la Grecia, e con loro bisognava bene o male imparare a convivere. E poiché quei barbari erano ansiosi di imparare; poiché, da veri parvenus, consideravano la civiltà ellenica come l’unica degna di questo nome, e commissionavano in gran quantità copie di statue greche per i loro palazzi, i Greci decisero che per loro si poteva fare un’eccezione, e che i popoli civili d’ora in poi sarebbero stati due, i Greci e i Romani, uniti al timone di un unico impero.

Barbari, a questo punto, erano i popoli che vivevano al di là delle frontiere imperiali; tutti, s’intende, e non soltanto i Germani. È un errore di prospettiva quello che ci fa pensare subito alle tribù del Nord quando parliamo di barbari. I Romani non sospettavano affatto che proprio i Germani fossero destinati a sopraffare l’Impero in Occidente, e quando menzionavano i barbari avevano spesso in mente popoli ben diversi: i Saraceni del deserto arabico, per esempio, oppure quei Mauri del Nordafrica che esistono ancor oggi nei paesi del Maghreb e che infatti noi continuiamo a chiamare, con parola latina appena storpiata, “berberi”. Tutti i barbari, nel grande sfacelo dell’Impero, s’impadronirono di territori che un tempo erano stati romani; ma per noi che viviamo nell’Europa occidentale, la storia più appassionante è quella dei regni romano-barbarici nati in Italia, in Gallia, in Spagna, e qui i protagonisti sono proprio i Germani.

Ma chi erano costoro? All’inizio, una moltitudine di piccole tribù, rivali fra loro, che non sospettavano affatto di costituire un unico popolo, e solo agli occhi dei Romani risultavano accomunate da caratteristiche comuni. Erano uomini alti e biondi, dunque inequivocabilmente una razza inferiore, dal punto di vista di gente piccola e bruna come i Greci e i Romani, padroni orgogliosi d’un impero mediterraneo.

Questi “popoli biondi” erano poveri, ignoranti e sottosviluppati, né avrebbe potuto essere diversamente visto che abitavano in un paese desolato, dal clima micidiale, confinante con i ghiacci del Nord. I geografi antichi chiamavano quel paese Germania; e tanto bastò perché i Romani, quando ebbero a che fare con le tribù che vi abitavano, dessero loro collettivamente il nome di Germani, inventando un’identità collettiva che di per sé non esisteva affatto.

I Germani dunque sono, come ha osservato uno storico, “la creazione più duratura di Roma”. Nel contatto continuo con l’Impero, attraverso l’immigrazione e i commerci, essi svilupparono una civiltà diversa, ma non separata, anzi interdipendente rispetto a quella romana; e proprio nel tentativo di difendersi dalle atroci rappresaglie che le legioni compivano sul loro territorio alla minima provocazione, impararono a unirsi fra loro, a formare delle confederazioni, a obbedire a dei re e non più soltanto a dei capitribù. Nacquero così i popoli che fra il IV e il VI secolo invasero l’Impero Romano, Goti, Franchi, Alamanni, Longobardi: tutti popoli nuovi, nomi che cercheremmo invano nella Germania di Tacito, scritta all’inizio del II secolo, quando quelle genti erano ancora divise in una galassia di piccole tribù. La vicenda dei popoli barbari offre un esempio da manuale del processo che gli storici chiamano di etnogenesi, per cui scopriamo che i popoli non sono “razze” basate sulla discendenza biologica e da sempre esistenti in natura, ma aggregati che nascono e muoiono, tenuti insieme dal sentimento di identità.

All’epoca del loro trasferimento in territorio romano – l’evento che noi chiamiamo “invasioni barbariche” e che gli storici tedeschi, più correttamente, hanno sempre preferito definire Vólkerwanderungen, “migrazioni di popoli” – i Germani non erano dunque più così barbari. Certo, erano genti bellicose, con un’élite di capi che dedicavano la loro vita alla guerra, circondati da clientele di ledelissimi; ma non erano nomadi come a volte si crede, e la maggior parte di loro erano poveri contadini e pastori, in passato avevano spesso fatto la guerra ai Romani, ma altrettanto spesso avevano combattuto al loro servizio, perché l’Impero aveva bisogno di mercenari, e li pagava bene. L’oro guadagnato combattendo per il governo romano permetteva ai capi barbari di comprarsi armi e cavalli, di adornare le loro donne di gioielli, di edificare ville all’uso romano, con terme e mosaici. Dal servizio come mercenari all’integrazione nell’élite dirigente dell’Impero, multietnica e aperta a tutte le razze, il passo era breve e molti capi barbari non chiedevano di meglio. Molti dei “re” germanici passati alla storia come nemici di Roma erano in realtà già mezzo integrati nel suo ceto dirigente: Arminio, che nel 9 d.C. vinse la battaglia di Teutoburgo, si chiamava in realtà Caio Giulio Arminio, ed era cavaliere romano oltre che capo dei Cheruschi; Alarico, che quattro secoli dopo saccheggiò Roma, si chiamava Flavio Alarico ed era un magister mìlitum romano oltre che capo dei Goti; Teodorico, che alla fine del V secolo condusse gli Ostrogoti in Italia e vi fondò il primo regno romano-barbarico, era un politico educato alla corte di Costantinopoli, e così addentro alle sue manovre che in passato l’imperatore lo aveva perfino nominato console.

Certo, per un capo barbaro che si romanizzava e diventava del tutto indistinguibile da un senatore romano, ce n’erano altri che faticavano di più ad acculturarsi. A casa loro vestivano di pelli e portavano le brache, sconosciute ai Romani (solo l’elmo cornuto sembra proprio che sia un’invenzione ottocentesca: nelle tombe di elmi se ne sono trovati parecchi, ma nessuno con le corna).

Con l’abbigliamento romano si trovavano a disagio: un uomo politico vissuto alla fine del IV secolo, Sinesio, grande latifondista africano e poi vescovo cristiano, feroce nemico di quei popoli che stavano immigrando in massa nell’Impero, descrive con sarcasmo il barbaro che ha ottenuto incarichi importanti ed è costretto a vestire la toga quando va alle riunioni governative, ma appena esce si rimette la pelliccia, e scherza coi suoi complici dicendo che con la toga è difficile sguainare la spada. Ancora tre secoli dopo, Carlo Magno si vestiva all’uso franco, con brache e pelliccetta; solo quando andava a Roma il papa, suo alleato, lo pregava di vestirsi alla romana, e Carlo, borbottando, si piegava alla ragion di stato.

Perché, appunto, questo capo barbaro che s’era trovato verso l’anno 800 a comandare in tutto il versante occidentale del continente europeo, da Roma fino all’Elba, non aveva nessun altro modo di esprimere la sua situazione se non di proclamarsi imperatore romano. Spopolato da secoli di crisi economica e di epidemie, con le antiche città romane impoverite, i monumenti degradati, il paesaggio sempre più invaso dalle foreste e dalle paludi, l’Impero d’Occidente invaso e governato dai barbari era ancora profondamente romano: di Roma aveva conservato la lingua, la fede religiosa, che da Costantino in poi era quella cristiana, e le concezioni politiche. I Goti, i Franchi, i Longobardi potevano immaginare se stessi nella storia solo come successori di Roma, come i popoli destinati a raccogliere dalle mani dei Romani il testimone della fede e della civiltà; non avevano, e non potevano avere, alcun programma alternativo.

Lo si vede bene nelle storie che a un certo punto essi cominciano a scrivere, naturalmente in latino, per conservare, o creare, una memoria collettiva. Nell’Italia governata dagli Ostrogoti, il senatore romano Cassiodoro, altissimo funzionario al servizio del re barbaro, scrisse una storia dei Goti in cui raccontava le vicende di quel popolo fino al momento della sua venuta in Italia; e il re la presentò ufficialmente a Roma in Senato, felice di poter dimostrare ai senatori che il monarca cui obbedivano apparteneva a una stirpe antica e nobile quanto la loro. Nella Gallia governata dai Franchi, e che qualcuno cominciava a chiamare appunto Francia, fu inventata e creduta la leggenda per cui, come i Romani discendevano da Troia per il tramite di Enea, così anche i Franchi discendevano da un principe troiano, chiamato Francione.

Così le élite guerriere dei popoli barbari rimodellavano la propria identità, nello stesso momento in cui rinunciavano agli antichi culti e perfino alla lingua degli avi per assorbire avidamente quel che restava della civiltà romana.

In un primo momento i re barbari che governavano le antiche province dell’Impero d’Occidente cercarono di mantenere separato il loro popolo, che numericamente costituiva una minoranza, dalla massa della popolazione romana. Se quest’ultima continuava a vivere secondo il diritto romano, pur imbarbarito e semplificato, i re fecero mettere per iscritto anche le antiche consuetudini giuridiche dei loro popoli, finora tramandate oralmente: il franco o il goto si distingueva dal romano innanzitutto in base alla legge che seguiva. Nella pacifica Italia degli Ostrogoti, dove il consenso al nuovo regime era fortissimo, si stabilì che i due popoli avrebbero dovuto svolgere mansioni complementari: i Goti formavano l’esercito, i Romani l’amministrazione civile. In qualche regno si arrivò perfino a proibire i matrimoni misti.

Ma col passare del tempo la separazione tra le etnie divenne sempre meno praticabile. I re non governavano soltanto per mezzo dei loro capi guerrieri, ma di senatori, notai e vescovi romani che s’erano adattati alla nuova situazione, a volte con un po’ di ripugnanza, altre volte con estremo cinismo. Queste élite romane avevano una marcia in più rispetto a quelle barbariche: avevano studiato, conoscevano la politica e sapevano parlare in pubblico; la loro eloquenza “ubriacava i barbari”, come annota divertito un cronista. Alle corti dei re, gli esponenti dell’aristocrazia romana e di quella barbarica cominciarono presto a stringere relazioni e a imparentarsi. Quando per la prima volta vediamo una nobile famiglia i cui membri portano in parte nomi germanici, in parte nomi romani, capiamo che il processo di fusione è iniziato.

La fusione non coinvolge soltanto le élite. Nella Spagna dei Goti, nella Gallia dei Franchi, persino nell’Italia dei Longobardi, che all’inizio erano i più arretrati di tutti e avevano massacrato o scacciato gran parte degli aristocratici romani, è l’insieme della popolazione che sta assumendo una nuova identità. S’intende che parliamo della popolazione libera, e dunque, forse, di una minoranza degli abitanti, in una società dove le campagne erano lavorate grazie al sudore d’una massa di schiavi. Parliamo dei liberi, che avevano dei mezzi, potevano armarsi quando il re chiamava gli uomini alla guerra, e potevano pagare un’ammenda, secondo l’usanza germanica, in caso di condanna penale (diversamente dagli schiavi che pagavano le multe “con la schiena”, cioè a bastonate).

Fra costoro, a un certo punto, si smise di distinguere in base all’origine etnica. In Gallia, a nord della Loira, tutti i liberi cominciarono a definirsi Franchi: e perché non avrebbero dovuto? Obbedivano al re franco, lo seguivano in battaglia, e nessuno impediva loro, se volevano, di seguire nella vita privata le leggi franche, sposandosi o dividendo l’eredità secondo le norme della lex salica anziché quelle del diritto romano. In Italia accadde quasi la stessa cosa; certo, qua e là nuclei di possessori continuarono ostinatamente a seguire il diritto romano, e li troviamo ancora molto tempo dopo, in piena età dei Comuni, dichiarare in tribunale ch’essi vivono lege romana; ma di fatto la maggioranza degli abitanti della Pianura padana, quando Carlo Magno l’invase nel 773, vivevano secondo l’Editto di Rotari e si consideravano longobardi.

Si colloca in quest’epoca l’ultimo paradosso delle relazioni fra Romani e barbari: l’invenzione del mito d’una conquista devastante, che avrebbe spazzato via il mondo romano. Come l’Italia settentrionale è popolata da Longobardi, la maggioranza dei quali in realtà discende dagli antichi abitanti italici, ma non ne ha più alcuna coscienza, allo stesso modo la Francia settentrionale è popolata di Franchi; e i loro scrittori si chiedono con stupore dove siano andati a finire i Romani che in un lontano passato abitavano la Gallia. Non sapendo che loro stessi, in gran parie, erano i discendenti di quei Romani, i Franchi del tempo di Carlo Magno conclusero logicamente che i primi re franchi, come Clodoveo, invadendo la Gallia dovevano averli sterminati o cacciati tutti. L’immagine semplificata delle “invasioni barbariche” sostituì così una realtà storica molto più complessa, fatta di stanziamenti collettivi di barbari, per lo più negoziati col governo imperiale di Costantinopoli, e legittimati mediante il trasferimento del potere a capi barbari già da tempo al servizio imperiale e almeno in parte romanizzati. Un processo, sia chiaro, tutt’altro che indolore, anzi spesso traumatico, e che provocò un duraturo dissesto sociale ed economico: ma comunque qualcosa di ben diverso, e per noi molto più interessante da analizzare, rispetto all’invasione devastante dei barbari con l’elmo cornuto, che continua ancora ad abitare l’immaginario collettivo.

(«National Geographic», XXI, 1, pp. 6-17)

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