EDGAR ALLAN POE Il ritratto ovale

Il castello dove il mio scudiero si era azzardato a entrare con la forza (per evitare che, ferito gravemente, trascorressi la notte all’aperto) era uno di quegli edifici, misto di tetraggine e sfarzo, che da secoli – nella realtà, come nell’immaginazione della signora Radcliffe – si innalzano minacciosi tra gli Appennini. Sembrava che fosse stato abbandonato da pochissimo, però non in maniera definitiva. Ci sistemammo in una delle stanze più piccole e meno sontuosamente arredate, in una torre appartata. Le decorazioni erano ricche, ma logore e antiquate. Le pareti tappezzate erano adorne di numerosi trofei araldici dalle forme più varie e di moltissimi vivaci dipinti moderni racchiusi in sontuose comici d’oro arabescate. Continua a leggere “EDGAR ALLAN POE Il ritratto ovale”

Epigrafe

A me di Walser quello che mi piace che lui se uno vuole trovare un’epigrafe , una volta ho scritto una cosa che dentro aveva tipo centoventi epigrafi, ogni capitoletto c’era un’epigrafe, i libri che leggevo avevo sempre la matita in mano per segnarmi le cose che potevan funzionare da epigrafe, quando ho cominciato a leggere Walser ogni pagina ce n’eran trentacinque di epigrafi.

Paolo Nori, Il martello, in Mi compro una gilera

OLINDO GUERRINI Agli Eroissimi

Giusti della fallita Apocalissi,
Marci Porci Catoni, in questo errai
Che delle birberie forse ne scrissi,
Ma non ne feci mai.

Oh se n’avessi fatto, e lo potevo,
Di che frasche m’avreste incoronata!
Un’abiura e tra i grandi anch’io sedevo,
Illustre deplorata!

Ma l’arte di lustrar le scarpe ai ladri
Curvando il dorso, mi negò natura;
Perciò gridate che incitai le madri
A strillar di paura. Continua a leggere “OLINDO GUERRINI Agli Eroissimi”

ALESSANDRO MANZONI «Mi fo monaca, di mio genio, liberamente»

Da «I promessi sposi», capp. IX-X

Era essa l’ultima figlia del principe ***, gran gentiluomo milanese, che poteva contarsi tra i più doviziosi della città. Ma l’alta opinione che aveva del suo titolo gli faceva parer le sue sostanze appena sufficienti, anzi scarse, a sostenerne il decoro; e tutto il suo pensiero era di conservarle, almeno quali erano, unite in perpetuo, per quanto dipendeva da lui. Quanti figliuoli avesse, la storia non lo dice espressamente; fa solamente intendere che aveva destinati al chiostro tutti i cadetti dell’uno e dell’altro sesso, per lasciare intatta la sostanza al primogenito, destinato a conservar la famiglia, a procrear cioè de’ figliuoli, per tormentarsi a tormentarli nella stessa maniera.
La nostra infelice era ancor nascosta nel ventre della madre, che la sua condizione era già irrevocabilmente stabilita Continua a leggere “ALESSANDRO MANZONI «Mi fo monaca, di mio genio, liberamente»”

Leone

La volpe dolcemente lo adulava, e il leone ascoltava can incantata compiacenza. E il cervo candidamente: «Sire, Renardo vi inganna; non c’è parola sua che sia vera». Il leone, così inopportunamente sciolto dall’incanto, gli si volse feroce. «Sei uno sporco traditore», disse. «Non credi dunque che io sia magnifico, che io sia potente e giusto, terribile e buono? Ritieni dunque che io sia una scimmia, a non saper distinguere l’ammirazione giusta dall’adulazione vuota? Renardo è un buon suddito, e tu sei un consigliere malvagio». E ordinò il cervo fosse subito sbranato.

Leonardo Sciascia, Favole della dittatura

LEONARDO SCIASCIA Ballerine in treno

Da «La Sicilia, il suo cuore»

Vestono gonne lunghe, hanno sciarpe
d’arcobaleno – e si abbandonano affrante,
allungano le gambe sui sedili.
Lamentano il conto dell’albergo,
l’affanno della partenza, il sonno
reciso all’alba.
I loro nomi – Monica, Marisa –
hanno la triste luce delle perle
che le ragazze comprano alle fiere.
Povere, loquaci rondini che migrano
da un deserto a un deserto,
rondini stanche senza primavera. Continua a leggere “LEONARDO SCIASCIA Ballerine in treno”

ELIO VITTORINI Che aveva un tedesco da essere triste in quel modo?

Da «Uomini e no» (1945)

L’operaio entrò nella casa.
Un grappino?
– Niente grappino.
Era una vecchia dietro il banco.
– Che cosa di caldo?
– Niente di caldo.
– Neanche se aspetto ?
-Se aspettate sì. Caffè di cicoria.
– Aspetterò. Ci vuole molto?
-La macchina deve scaldarsi. L’ho accesa ora.
Egli sedette a un tavolino di ferro, guardò e vide il tedesco, nell’angolo presso la porta, seduto anche lui che aspettava. Continua a leggere “ELIO VITTORINI Che aveva un tedesco da essere triste in quel modo?”