CARLO SCOGNAMIGLIO Didattica digitale integrata: le scuole italiane in equilibrio tra apertura, chiusura, latenza

[Micromega, 12 ottobre 2020]

Con Decreto del 26 giugno 2020 il Ministero dell’Istruzione ha adottato le Linee Guida per la Didattica Digitale Integrata. Un numero sempre maggiore di Istituti scolastici, in questi giorni, sta ricorrendo a forme eterogenee e improvvisate di didattica mista, ma ancora una volta, purtroppo, la sensazione è che si navighi a vista. Pare proprio che i mesi di chiusura abbiamo insegnato a tutti – dal Ministro ai docenti – soltanto l’imprescindibilità di una maggiore dimestichezza con hardware e software, ma per il resto – che è quel che conta di più, cioè la didattica – mi pare ci si stia facendo nuovamente cogliere alla sprovvista.

Numerose scuole secondarie, di primo e secondo grado, ancora non sono riuscite ad accogliere i propri studenti con orario completo, per mancanza di personale. E questa è già una prima incrinatura del diritto allo studio. Ci sono classi che – a un mese dall’inizio delle lezioni – non hanno avuto contatto con alcune discipline di studio, per l’assenza (prevedibilissima) di docenti fragili, o per ritardi nelle assegnazioni delle supplenze.

Altri istituti, dopo pochi giorni dall’apertura, sono stati costretti a chiudere per via dei troppi docenti in isolamento fiduciario, determinati dalla presenza di studenti positivi all’interno delle classi. Ancora una volta, vengono a mancare le condizioni per coprire l’orario scolastico dei ragazzi in presenza, si fatica persino a garantire l’orario ridotto. E poi abbiamo tutte le esperienze miste, con metà classe in presenza e metà a casa, metà in un’aula e metà in un’altra, docente a casa e studenti a scuola o viceversa. Il tutto, senza che si sia riusciti neanche lontanamente a impostare una piattaforma ministeriale unica per la gestione degli ambienti di apprendimento (ancora una volta, è Google a dominare il settore), né a risolvere i già noti problemi di connettività.

Il risultato deludente è dato dal fatto che anche dove si riesce, con fatica, a impostare un’azione didattica, riemergono vecchi problemi di inadeguatezza strutturale.

Le Linee guida pubblicate a fine giugno impongono a tutte le scuole l’adozione di un piano per la Didattica Digitale Integrata, per gestire la modalità mista e per prepararsi ad eventuale chiusura. Ma qualcuno ha verificato l’esistenza effettiva di questi piani? Tutti i Collegi dei docenti hanno davvero discusso e deliberato una programmazione di didattica integrata? È infatti del tutto evidente che il solo valore di questo documento si risolve nella condivisione e nella programmazione organica, in capo all’Istituto, di una scelta didattico-educativa. Non si tratta di affidarsi a questa o quella piattaforma, né di quantificare il numero di ore di lezione da svolgere in caso di lockdown. Cosa succede infatti, se una scuola arriva alla chiusura senza un piano? Magari organizzativamente il dirigente può anche disporre una struttura oraria per le attività sincrone. E formalmente siamo a posto.

Ma alla didattica chi ha provveduto? Chi ha realmente ragionato sulle modalità di apprendimento, motivazione e applicazione, nella didattica a distanza? Molto correttamente, le Linee Guida spiegano che “l’elaborazione del Piano, allegato o integrato nel Piano Triennale dell’Offerta Formativa, rivela dunque un carattere prioritario poiché esso individua i criteri e le modalità per riprogettare l’attività didattica in DDI, a livello di istituzione scolastica”. Ebbene? Chi dovrebbe affiancare le scuole ed eventualmente verificare l’approvazione di tale Piano? La nota attribuisce agli uffici scolastici regionali l’autorità di intervento e supporto alle istituzioni scolastiche. Ma chi monitora il lavoro degli uffici regionali? Probabilmente molte scuole si sono limitate a inserire un paragrafo sulla DDI nella documentazione relativa alle modalità di riapertura, o nel patto di corresponsabilità, ma senza una riflessione adeguata.

Il tempo a disposizione, anche su questo, non è mancato.

Tutti intuiscono che le strategie di apprendimento durante l’esperienza di didattica a distanza sono sostanzialmente differenti alle modalità di partecipazione in classe. Lo stesso stile del docente si modifica. Molti (anzi, forse pochi) di noi hanno studiato il fenomeno durante il periodo di chiusura delle scuole. Cambiano il contesto spaziale, la dimensione emotiva, il livello d’attenzione, la qualità della motivazione, la stanchezza fisica, l’atteggiamento cognitivo. Cambia, per moltissimi studenti, la capacità inclusiva del rapporto educativo. L’insegnante, non a caso, è invitato dal documento ministeriale a rivedere il proprio approccio didattico, “evitando che i contenuti e le metodologie siano la mera trasposizione di quanto solitamente viene svolto in presenza”. Ma il Ministero è al corrente del fatto che una parte dei docenti, nonostante gli sforzi dello scorso anno, tecnicamente non è ancora in grado di usare una piattaforma digitale, che i supplenti di prima nomina non lo hanno mai fatto prima d’ora, e che per questo le scuole si stanno per lo più limitando a percorsi formativi e tutoraggi, circoscritti alle indispensabili misure di sicurezza e alla gestione di Zoom, G-suite e compagnia cantante? Consci di tale problematica, oltre a scrivere le Linee guida, non sarebbe stato necessario un investimento massiccio di risorse per proporre – non dico imporre – ma almeno proporre per i primi due mesi dell’anno, dei percorsi formativi anche basici in funzione di una revisione metodologica? Inutile fare appello alla Carta del Docente, perché con quei 500 euro ormai occorre far fronte a tutto: hardwaresoftware, libri. Infruttuoso anche, come si legge in chiusura il documento, rinviare tutto alla responsabilità organizzativa di singole scuole o ambiti territoriali, che sono travolti da altre urgenze. Non era possibile coinvolgere in modo più stringente INDIRE o una struttura centrale per costruire una proposta formativa ben organizzata e funzionale alle esigenze di questa fase? L’Istituto Nazionale Documentazione e Ricerca Educativa, nella pagina dedicata alla DAD, si limita a presentare strumenti informatici, senza un adeguato approfondimento sui temi psico-pedagogici, che invece – come dirò tra breve – sono proposti come testimonianza delle singole scuole, ma non ancora tradotti in supporti metodologici.

E inoltre, come si può rendere compatibile quella giustissima richiesta di non replicare online la didattica tradizionale, con l’altro passaggio delle stesse Linee Guida, in cui si afferma che “nel caso di attività digitale complementare a quella in presenza, il gruppo che segue l’attività a distanza rispetta per intero l’orario di lavoro della classe”? Ma che senso ha? Una volta stabilito che si tratta di due approcci differenti, e che il docente non è ancora in grado di dividersi in due, non sarebbe il caso di iniziare ad accettare l’idea secondo la quale chi sta a casa dovrà svolgere attività prevalentemente in modalità asincrona, magari affiancando al docente di classe un collega che si occupi di raccordare le attività in presenza con quelle a distanza? Ci si rende conto che in questo modo si deve scegliere tra svolgere attività didattiche inefficaci per gli studenti a casa (perché pensate per un lavoro in classe) o viceversa? Forse chi si trova a distanza potrà collegarsi col gruppo classe in alcune circostanze particolari, ma quella dimensione della totale simultaneità è un’esperienza alienante sulla quale si dovrebbe provare a riflettere.

Per il Dirigente scolastico, si precisa che “sulla base dei criteri individuati dal Collegio docenti, predispone l’orario delle attività educative e didattiche con la quota oraria che ciascun docente dedica alla didattica digitale integrata, avendo cura di assicurare adeguato spazio settimanale a tutte le discipline”, che per la secondaria – si specifica – non deve essere inferiore alle venti ore settimanali in attività sincrona. Non so se molti se ne rendono conto, ma senza aprire un reale approfondimento sulla questione degli stili di apprendimento, cui adeguare modalità di insegnamento, nella DDI, questo significa di fatto ridurre l’orario scolastico da 32 a 20 ore settimanali, concependo come attività “asincrona”, semplicemente l’assegnazione e la correzione di compiti. Non si può certamente aumentare ulteriormente il monte ore in attività sincrone, e quindi? Questa, se non si affronta meglio la questione con una discussione e una formazione ben centrate, è una vera ferita nel diritto all’istruzione, che penalizzerà pesantemente le classi disagiate e gli studenti scolasticamente più deboli. I tecnici del ministero hanno contezza di questo rischio?

Indubbiamente il Ministero ha cercato, nelle Linee Guida, di suggerire uno spettro di scelte metodologiche, ma il documento risulta goffo. Il paragrafo dedicato inizia quasi in modo ossimorico: “la lezione in videoconferenza agevola il ricorso a metodologie didattiche più centrate sul protagonismo degli alunni”. Quindi nella stessa proposizione si propone una modalità didattica – la lezione in videoconferenza, con modalità sincrona – che pone lo studente a casa in una posizione che potremmo definire prevalentemente recettiva, ma al tempo stesso si insiste sul protagonismo degli alunni.

Tra le metodologie suggerite, poca fantasia: cooperative learning (come il prezzemolo), flipped classroomdebate. In realtà queste tecniche di insegnamento si possono adattare solo in modo obliquo alla modalità a distanza, perché fondano parte del proprio valore sulla fisicità, sulla comunicazione non verbale e la prossemica, tipiche dello stare in classe. Molti docenti hanno sperimentato nei mesi scorsi metodologie senza nome, ideate dal nulla, nel pieno delle avversità, alcune delle quali molto proficue. Non sarebbe utile affidarsi a un team di pedagogisti o esperti in didattica per raccogliere anche il semplice racconto dell’insegnamento in piena pandemia, per capire se sono germogliate metodologie adeguate alle circostanze attuali? Un primo lavoro del genere lo si trova su INDIRE, nella sezione web delle Avanguardie educative, nei mesi di marzo e aprile. Ma il tutto andrebbe ripreso, studiato e sistematizzato. Il mio sospetto è che proprio in Italia, primo paese occidentale travolto dal Covid-19, siano state costruite importanti esperienze non ancora documentate. Lo possiamo fare prima che vada tutto perso e dimenticato?