FRANCO BERARDI (BIFO) Il giorno prima del diluvio

[Effimera, 11 settembre 2020]

Durante l’estate, in un’isola dalmata di struggente bellezza, ho incontrato il mio amico Srecko Horvat. Abbiamo parlato molto della tragedia jugoslava, che quasi tutti hanno dimenticato, ma resta ben viva nella memoria di chi l’ha vissuta e continua a viverla nella propria esistenza, come Srecko, e la sua compagna Sasha. Forse fu allora, in quegli anni in cui a città di Sarajevo venne distrutta dall’orrore demente del nazionalismo, che iniziò un processo di devastazione della solidarietà e della pietà.

Srecko mi ha parlato anche di Gunther Anders, un filosofo ebreo tedesco che fu compagno di Hannah Arendt, e che negli anni ’60 scrisse saggi importanti (ma poco noti in Italia) sulla prospettiva della catastrofe nucleare, e che nel 1961 scrisse un apologo dal titolo Die beweinte Zukunft (Lamento funebre per il futuro), che Srecko ha citato ampiamente in un libro dal titolo After the Apocalypses, che uscirà nel febbraio 2021 per Polity Press. Gli ho chiesto il permesso di citare un brano da questo apologo di Gunther Anders:

Un giorno Noè, consapevole dell’imminenza del diluvio, si vestì con un saio e si coprì la testa di cenere, cosa che era lecita soltanto a una persona che piange per un lutto, e andò in giro per la città dove la gente gli si affollava intorno chiedendogli chi fosse morto. Noè rispondeva che molti erano morti e anche loro, coloro che lo circondavano curiosi, anche loro erano morti. Naturalmente nessuno gli credeva, pur ascoltandolo con attenzione, anzi qualcuno lo prendeva in giro. Qualcuno gli chiese allora quando era accaduta questa pretesa catastrofe, e allora Noè rispose: Domani.

Alla folla che lo ascoltava confusa Noè dice:

Il giorno dopo domani il diluvio tutto sarà qualcosa che ci sarà stato. E quando il diluvio ci sarà stato tutto quel che c’è stato finora non sarà mai esistito. Quando il diluvio avrà portato via tutto quello che c’è, tutto quello che sarà stato, allora sarà troppo tardi per ricordare, perché non ci sarà più nessuno per ricordare. E così non ci sarà più nessuna differenza tra i morti e coloro che li compiangono. Se sono venuto qui da voi è per rovesciare il tempo, per compiangere oggi coloro che moriranno domani. Il giorno dopo domani sarà troppo tardi per farlo. (Die beweinte Zukunft, 1961)

Il futuro anteriore ci si presenta oggi in una maniera catastroficamente diversa dai futuri anteriori cui ha pensato il ventesimo secolo.

Cosa dobbiamo fare, come attivisti, come teorici, come insegnanti, come psicoanalisti, come esseri umani?

L’unico modo di metterci in sintonia con gli imprevisti felici che vogliamo favorire consiste nel guardare in faccia quel che appare oggi come inevitabile. Solo in questo modo possiamo intravvedere le i punti di emergenza possibile dell’imprevedibile. Cosa sta per accadere? Cosa sta già accadendo?

E come dobbiamo pensare, come dobbiamo agire?

Anzitutto: la pandemia non è la causa dei processi catastrofici (ambientale, economico, geopolitico, e psichico) cui stiamo assistendo, ma è solo il catalizzatore di processi che erano in corso, e che la pandemia ha fatto precipitare.

L’attenzione deve concentrarsi sulla soggettività, o meglio sulle possibilità di soggettivazione che si aprono (o si chiudono) nel passaggio della soglia pandemica. Per questo è utile la scelta di Effimera di porre il corpo al centro dell’attenzione.

Ma io aggiungerei che occorre concentrare l’attenzione anche sull’anima, o se preferite sulla mutazione psichica che si va svolgendo.

È da questo punto di vista che potremo trovare (se c’è, e non ne sono sicuro) una via d’uscita dalla trappola che si sta chiudendo, e un orizzonte alternativo a quello che appare oggi delinearsi: l’orizzonte dell’estinzione.

È necessaria, credo, una spregiudicatezza assoluta. Non dovremmo dar per scontato neppure che l’estinzione sia la peggiore delle ipotesi, e neppure che l’azione consapevole della volontà sia ancora capace di qualche effetto sull’evoluzione reale.

Mi ha molto colpito una frase della ministra canadese della Sanità che qualche giorno fa ha detto: “Skip kisses. If you have sex, consider wearing a sanitary mask.” Evitate di baciare. Se proprio volete fare sesso non dimenticate di mettere la mascherina.

Mi fa anche molta impressione il fatto che si riaprono le scuole vietando ai ragazzini di toccare il compagno di banco.

Intendiamoci: non sto assolutamente criticando queste misure disciplinari, e non ho alcuna simpatia per coloro che costruiscono un fronte autoritario sulla propaganda per la libertà. Dovremmo avere il coraggio di mettere in questione il vuoto concetto di libertà che nell’epoca moderna ha confuso il piano ontologico, con quello etico-politico, dimenticando il piano della determinazione neuro-fisica.

Non credo che in condizioni pandemiche la politica possa far altro che ritirarsi davanti alla scienza, accettando la disciplina sanitaria come riduzione del danno. Coloro che hanno difeso l’autonomia del politico (dal sanitario), cioè Trump o Bolsonaro, hanno in mente un progetto “politico” di sterminio, e hanno cominciato a realizzarlo.

Ma non ci possiamo limitare a promuovere il rispetto delle regole sanitarie, e neppure a “trasformare la paura in rabbia” politica. Certamente le politiche liberiste hanno favorito la pandemia, indebolendo la sanità pubblica, ma non si può ridurre la caotica diffusione del virus alla volontà di qualcuno, né possiamo attribuire al qualcuno il compito di liberarci dal contagio.

La concrezione materica sub-visible che chiamiamo virus è la prova provata dell’impotenza della politica, quando si esce dalla sfera convenzionale dell’artificio umano, e ci si addentra nella foresta del troppo grande e del troppo piccolo. La politica è un’arte di governo impotente nella condizioni del caos.

Per questo è inutile considerare la pandemia come un campo di battaglia politica: essa è l’imprevedibile che mette in sospensione l’inevitabile.

È dall’imprevedibile, sempre, che tutto ricomincia, a meno che l’imprevedibile non annunci la fine di tutto. È la soggettività che può talvolta impugnare l’imprevedibile come una chiave che apre la porta della gabbia. Ma che ne è della soggettività? Solo quando avremo risposto a questa domanda potremo porci le domande seguenti: che dobbiamo fare? Ha qualche efficacia l’azione volontaria? E più radicalmente: è possibile l’azione volontaria?

Ma per rispondere alla domanda principale, che ne è della soggettività oltre la soglia della pandemia, si tratta di cogliere le tendenze che si delineano nell’inconscio collettivo, e quindi nell’immaginazione sociale.

Da questo punto di vista l’interdizione del bacio rivela un fenomeno cruciale e senza precedenti: come una bomba atomica gettata sull’evoluzione possibile della soggettività.

Quello che intravvediamo come tendenza è l’incombere di una mutazione dell’inconscio. Dopo il regime della nevrosi che Freud descrive nel Disagio della civiltà (la rimozione del desiderio come condizione della normalità borghese industriale), dopo il regime ambiguo del desiderio, progetto di liberazione schizoanalitica ed esplosione psicotica neoliberale, stiamo entrando in un terzo regime dell’inconscio, che si presenta con le caratteristiche potenziali di un’epidemia depressiva, e di un assestarsi tendenziale verso condizioni di autismo generalizzato.

Il trauma del distanziamento è destinato a produrre anzitutto una sensibilizzazione fobica alle labbra, al corpo dell’altro, e in seguito una sorta di auto-interdizione dell’emozione.

In un romanzo del 1983 di Octavia Butler (The parable of the sower) un’America devastata dalla violenza e dalla miseria (come quella reale di oggi) una ragazzina di tredici anni è in cura perché soffre di una malattia rara e pericolosa: soffre quando vede qualcuno soffrire. L’empatia diviene un pericolo da rimuovere, quando la sofferenza è la norma della vita collettiva, e quando l’accarezzarsi reciproco è un pericolo non solo per sé, ma anche (quel che è psichicamente più devastante) per coloro che ti stanno vicini.

Evidentemente questo scenario è la condizione di un processo di oggettivazione dominato dalla desolidarizzazione e dalla diserotizzazione (o dal suo rovescio: l’erotizzazione aggressiva, la violenza come sola forma di uscita dalla gabbia paralizzante).

In nome di una norma etica (non diffondere il contagio) portiamo a compimento la tendenza anti-etica verso una cancellazione dell’empatia e del piacere.  In condizioni simili la violenza devastatrice del capitalismo corre inarrestabilmente verso l’estinzione.

Non possiamo ignorare che siamo entrati nell’orizzonte dell’estinzione, se non vogliamo ridurci a cantare una messa insipida di buoni sentimenti.

Dobbiamo chiederci se sia possibile dissipare l’orizzonte dell’estinzione, quando i processi di oggettivazione si svolgono all’ombra della depressione o dell’autismo, ma alla fine dobbiamo porci la domanda più difficile: è possibile un pensiero felice nell’orizzonte dell’estinzione?

Se riusciamo a rispondere sì a questa domanda, allora dobbiamo riformulare il ruolo dell’azione consapevole nella prospettiva auspicabile di un esodo di comunità autonome capaci di porsi il problema dell’autodifesa in un’epoca che si annuncia all’insegna della guerra civile globale.