MARIKA MARIANELLO Gita a Verona

[Cattive maestre, 2 aprile 2019]

Le gioie dell’insegnamento novantacinquesima

E niente, la scuola è andata in gita a Verona e a quel cojone de Bussetti j’ha fatto un culo così.

Perché mentre il Ministro si stava facendo le pippette insieme ai suoi compagnucci di classe — quattro sfigati che fanno a gara a chi ce l’ha più lungo, più duro, più eretto, più turgido e peloso — le cattive maestre si sono svegliate presto, prestissimo, all’alba, hanno indossato felpa e pañuelo, hanno preso treni e pullman fucsia e son partite per immergersi nel fiume di donne che ha marciato per le vie della storica città di Romeo e Giulietta, simboli del dramma familiare e dell’amore osteggiato dalla violenza sociale.

Subito fuori la stazione, a Piazzale XXV Aprile, un concentramento di corpi e colori senza né bandiere né sigle, colmi di vita e desideri: «Non vince chi arriva prima, ma chi arriva tutte insieme». E si parte.

Nei pressi di Palazzo Barbieri ’na puzza de merda… Sarà per quella manciata di stronzi lobbisti, pelati o barbuti, in completi grigi o abiti talari neri, che giocano a incularella di nascosto e poi muovono milioni di euro per organizzare il loro raduno sovranista, misogino e transomofobico del cazzo che altro non è che la culla della destra oscurantista e integralista che riunisce nuovi e vecchi fasci rognosi, nazionalisti ortodossi russi, conservatori evangelici americani e ultrà cattolici italiani in una sorta di fronte neo-crociato grottesco e anacronistico: la feccia, praticamente. Nelle piazze, invece, sotto un caldo sole primaverile, l’onda fucsia composta da più di 150mila tra donne, uomini e trans di ogni età e orientamento sessuale avanza compatta come un magma incandescente a ribadire che famiglia è dove c’è amore, perché Familia, derivato dal latino Famulus — ‘schiavo’, ‘servitore’, ‘domestico’ — se non è quella che ti scegli, è schiavitù. E punto.

Una marea che grida fino a sgolarsi che c’è un urgente bisogno di pedagogia femminista, fuori e dentro le scuole: perché la prevenzione e il contrasto alla violenza maschile contro le donne e contro le soggettività più deboli sulle quali si accaniscono forme di esclusione sociale e politica deve passare per un ripensamento strutturale del sistema educativo e formativo, e non per il no gender che ti butta l’educazione in caciara con la storiella che se vedi due froci che si baciano diventi frocia pure tu, il prolife con l’utero delle altre, gli obiettori che obiettano su ’sta fregna; e perché la violenza di genere è un fenomeno sistemico che innerva la società nella sua interezza e interessa tutti i contesti educativi e formativi, dal nido all’università, che piaccia oppure no. A rivendicare un approccio pedagogico radicale in grado di trasformare il presente attraverso una logica interdisciplinare e intersezionale, fondato su princìpi anticlassisti, antirazzisti, antifascisti, aconfessionali e non etero-normati.

Scrosci d’applausi che si levano piano e in crescendo fino a travolgerti come un’onda, brividi che ti pervadono il corpo stanco dal lungo viaggio, lacrime che ti bagnano gli occhi dall’emozione, polmoni e anima che si riempiono d’aria fresca e fibre muscolari che si rinvigoriscono alla potenza femminista; donne affacciate alla finestra che gioiscono alla vista di una Verona piena d’amore, finalmente, dopo tanto grigiore cattoleghista. Oh, e d’altronde è dai tempi di Shakespeare che a famigghia rompe i cojoni su chi si deve scopare chi.

spacco-bottilia

La gita delle cattive maestre è appena cominciata e non finirà tanto presto.

Quindi, Bussetti, suca.

stocazzo