STEFANO BENNI La terza guerra mondiale

[Da «Terra!»]

La notte del 30 agosto 2039 un’ondata di caldo eccezionale soffocava gli Stati Uniti. Il termometro a New York segnava quarantadue gradi; a mezzanotte tutte le docce della città emisero un ululato di agonia, e il rantolo delle tubature annunciò che l’erogazione di acqua era sospesa fino alle otto di mattina. Metà degli abitanti invase le strade cercando scampo verso il mare. La Coca Cola vendette solo in quella notte quaranta milioni di litri di bibita, un lago nero e zuccherino che avrebbe potuto sostenere tutta la flotta USA. I cubetti di ghiaccio valevano più dei diamanti, e si narra di famiglie che si bevvero la piscina di casa. Nel cuore del deserto californiano, in un bunker di cemento chiamato in codice Mothell (l’albergo dell’inferno), era situato il centro operativo segreto del Pentagono. Di guardia alla pulsantiera di intervento nucleare mondiale c’erano due tecnici più il generale Kingwen, uomo di fiducia del Presidente. Esattamente venti minuti dopo la mezzanotte l’impianto di aria condizionata del bunker saltò: qualcosa aveva ostruito i condotti esterni. Un’ora dopo i cento e più uomini rinchiusi nella fortezza erano distrutti dal caldo, le camicie incollate alle schiene, i barattoli di birra schioccavano come in un bombardamento. All’1,30 il generale Kingwen prese la decisione di far aprire le piccole finestre blindate esterne, per fare entrare un po’ di aria. La luce della luna del deserto entrò nelle bianche pareti del bunker e guardò la sua immagine elettronica riprodotta nei monitor di difesa antimissile. Alle 2,02 tutto era normale. Il generale Kingwen, dopo aver bevuto un Cuba Libre e scherzato con i soldati sui risultati della lega estiva di football, andò a dormire. Il deserto era assolutamente silenzioso, anche i coyote sembravano aver rinunciato alla serenata notturna. Alle 3,10 il tecnico addetto ai pulsanti segreti sentì un leggero rumore provenire dal finestrino sopra la sua testa. Chiamò subito una sentinella che azionò i fari esterni: non videro nessuno. Il bunker era situato al centro di 140 chilometri di zona minata, recintata e sorvegliata da 60.000 uomini. Chi avrebbe potuto avvicinarsi? Intanto gli uomini della squadra che stava riparando l’impianto dell’aria condizionata comunicarono che i condotti erano pieni di topi, misteriosamente ammassati lì a morire, come se stessero fuggendo da qualche pericolo. Ci sarebbero volute due ore per riparare tutto. Alle 3,30 a New York, nel centro di Manhattan, migliaia di persone ascoltavano un concerto rock all’aperto. Bande di giovani musicisti neri improvvisavano spettacoli agli angoli delle strade e sui tetti delle macchine. «Sudate e ballate!» gridavano. Le televisioni mandarono i loro operatori sul posto. Alle 3,32 il disc-jockey di radio California Uber Alles, una stazione radio del deserto, mandò in onda Woom, l’ultimo successo dei War Heroes, il complesso del momento. Le guardie del bunker Mothell, tutte con la loro radiolina dentro al casco, si misero a battere il tempo con il fucile. La luna piena era velata dall’afa. Alle 4,38, dalla finestrina della sala segreta del bunker, apparve la testina aguzza di un topo. L’animale cercò di scivolare dentro lungo il muro, ma precipitò e il suo corpicino schiacciò il tasto 5, allarme rosso, che faceva uscire i missili dalle postazioni sotterranee. Nel deserto illuminato dai primi riflessi dell’alba sbucarono all’improvviso decine di missili Coyote 104, allungando le loro ombre vicino a quelle dei cactus. Il tecnico si accorse subito dell’accaduto e lanciò un grido di allarme, cercando di premere subito il tasto AD, Annullamento Decisione. Ma il topo, spaventato, lo precedette, saltando dal tasto 15 proprio al tasto 12. Il tasto 12 era il tasto irreversibile dell’attacco diretto all’Unione Sovietica. Il tecnico non aveva neanche fatto in tempo a raggiungere la porta per dare l’allarme che già i primi missili si infilavano nel cielo del deserto. Alle 4,40 il Presidente degli Stati Uniti fu svegliato sulla linea speciale della sua casa di montagna. Alzò il telefono e disse: «Spero che abbiate un buona ragione per chiamarmi a quest’ora». Alle 4,41 i radar sovietici captarono l’arrivo dei missili americani e automaticamente scattò il primo contrattacco con 90 missili SMS 2030. Alle 4,43, nella Quinta Strada a New York, migliaia di persone stavano battendo le mani a tempo nel concerto notturno, quando udirono uno strano rumore profondo, e si videro vibrare e cadere alcuni vetri dalle finestre dei grattacieli. Il cantante dal palco urlò: «Okay gente, niente paura, abbiamo qualche problema con i microfoni». Ma intanto il rumore cresceva di intensità. Qualcuno gridò. Nello studio di Radio California Uber Alles, il disc-jockey, disse: «E ora, amici, dopo l’ultimo successo dei War Heroes, un altro disco per voi ascoltatori, un disco che vi farà saltare tutti in aria!». Erano le 4,45. Il disco non ebbe un grande successo d’ascolto. Il missile russo piombò sulla California proprio alla prima battuta della chitarra basso. La Terza guerra mondiale cominciò così, e poi ce ne furono altre tre.

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