EDWARD BUNKER Un altro drink

[«Come una bestia feroce», pp. 83-5]

Il mio bicchiere era ormai vuoto: l’avevo scolato più velocemente di quanto avessi intenzione di fare. Il giovane barista se ne accorse e si avvicinò. Aveva capelli lunghi, il volto magro e pallido. Gli feci cenno di versarmi un altro drink. – Senti, sono fuori città da un po’. Come faccio a mettermi in contatto con Rick DeLavelle?
– Sei stato via un bel pezzo, amico. È morto tre anni fa.
– Sul serio? E com’è successo?
– Non ne ho idea -. Mi lanciò un’occhiata sospettosa, classificandomi come un idiota o uno sbirro a causa del vestito da quattro soldi e dei capelli corti.
– Che mi dici di Ernie Naker? – chiesi quando mi allungò il secondo Tom Collins.
– Che ti dico?
– Lo conosci?
– L’ho incontrato qualche volta.
– Quando arriva?
– Io verso da bere e batto cassa. Non so quando uno viene o non viene.
– Posso lasciargli un messaggio?
– Amico, non siamo un ufficio postale.
Covavo da tempo nel profondo la rabbia, smossa dalla frustrazione e all’intrico delle altre emozioni; e all’improvviso esplose in una macchia rossa che mi invase il cervello. Scattai in piedi e mi sporsi sul bancone.
– Stronzo di un bastardo succhiacazzi! Ti apro la testa in due e te lo caccio in culo, stronzo! E prova a dirmi che non mi credi! – La mia saliva gli spruzzò il volto. Gli occhi gli si spalancarono. Ali’improvviso il disprezzo si tramutò in terrore. Arretrò fino ad andare a sbattere contro il lato opposto del bar.
Ero in preda ai tremori, ma l’espressione del suo volto fece dileguare la mia furia. Soltanto la vaga, confusa consapevolezza che una rissa da bar mi avrebbe ricacciato in galera mi aveva trattenuto dallo schizzare oltre il bancone e massacrarlo di botte. E se le mie rabbiose parole non avessero provocato la risposta giusta, ero anche pronto a farlo. Ero abituato a uomini che provavano rispetto l’uno per l’altro, non per etichetta ma perché ognuno sapeva che l’altro era pericoloso, e che un affronto poteva degenerare in violenza se non addirittura sfociare nell’omicidio.
– Ehi, amico, tranquillo! – balbettò il barista. – Ti prego! Non volevo… cioè, quando la gente mi entra qui dentro e inizia a farmi domande, voglio dire… – Allargò le braccia per farmi capire quanto fosse confuso.
– Ti conviene imparare a parlare con la gente, Jack, prima che qualcuno ti faccia il culo, – lo ammonii.
– Amico, mi spiace. Credevo che fossi uno sbirro.
– Potrei anche esserlo, ma ciò non toglie che bisogna portare rispetto alle persone.
– Mai visto uno sbirro tirare giù i cristi di prima -. Cercò di sorridere.
All’improvviso la situazione si era fatta ridicola.
– Vedrò di calmarmi, – promisi. – Fammi pensare… pensi di vedere Ernie?
– Ogni tanto si fa vedere durante il giorno. Io stacco alle sei… ma potrei lasciargli detto qualcosa.
– Ti lascerò un messaggio e ti richiamerò domani. Come ti chiami?
– Willy Epstein.
– D’accordo, Willy. Fa’ fìnta che non sia successo niente. Come sta Ernie?
– Certo meglio del sottoscritto. Ha una fanciulla che batte e se ne va in giro in Cadillac.
– Sai dove vive?
– Lo conosco a malapena di vista.
– Dammi da scrivere.
Accingendomi a scrivere il messaggio, pensando a che tono assumere, vidi all’improvviso quanto velocemente stessi scivolando verso la vecchia routine. Avevo chiamato Willy Darin e lui mi aveva portato da L&L Red, il quale mi aveva proposto la rapina. Dove mi avrebbe condotto Ernie? Dio sapeva che avevo bisogno di denaro. Accartocciai il foglietto di carta, lo gettai in un posacenere e mi diressi verso l’uscita. All’improvviso mi rammentai di non aver pagato il secondo drink. – Fanculo, – mormorai senza fermarmi.
– Ehi, – esclamò il barista. Lo ignorai.
Il feroce calor bianco del primo pomeriggio m’inghiottì nella sua morsa. Il traffico automobilistico, uno sciame di scarafaggi dalle corazze nere lucenti, procedeva a singhiozzo. Il sudore aveva ripreso a colarmi lungo il corpo. Le vesciche pulsavano a ogni passo. Era giunta l’ora del colloquio di lavoro a Hollywood, e il mio aspetto era tutt’altro che rassicurante.

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