MARIO FILLIOLEY La nostra società ha bisogno di muratori così

[Lotta di classe, pp. 125-7]

Al papà di Ermanno ho detto cose stupende, mi venivano tutte frasi molto sagge e ogni volta che ne tiravo fuori una pensavo di essere Tiziano Terzani, lui e la moglie se ne sono andati che galleggiavano in aria. Questo papà di Ermanno era di una dolcezza infinita, però ogni volta che viene a ricevimento un padre io mi stupisco di quanto il padre non c’entri niente coi figli, in pratica sono solo le madri che trasmettono il carattere e gli atteggiamenti, insomma alla fine non vero che siamo tutti come i nostri genitori: siamo tutti come le nostre madri. La madre di Ermanno era abbastanza scettica, e si muoveva molto sulla sedia, masticava sempre la gomma mentre parlavamo, infatti Ermanno in classe un cornuto, mi fa vedere i sorci verdi, fermo non ci sta nemmeno con la sparachiodi, e mastica la gomma con la bocca aperta. Però Ermanno dal punto di vista scolastico un fenomeno, in un attimo afferra qualunque concetto, fa tutto da solo, dopodiché mi aiuta con quelli che invece hanno bisogno di più tempo, ha dei modi spicci con i compagni, ma molto efficaci, ogni tanto fa lo sbruffone con i meno svegli, però del resto ha dodici anni e anche i compagni quando lo fa pensano: Vabbe’, del resto ha dodici anni. Ermanno anche da olimpiadi in tutti gli sport, acuto quando commenta un brano di antologia che abbiamo letto o un film che abbiamo guardato, o parla del modulo della Roma, gli riesce tutto bene, anche uno dei pochi che riesce a suonare «Last Christmas» separandola da «Adeste Fideles». II padre era molto soddisfatto, la madre invece non si faceva convinta, mi diceva che era orgogliosa di suo figlio, però insomma, il marito ha una piccola impresa edile, gli servirebbe che facesse le superiori in una scuola che gli lasciasse tempo libero per imparare il lavoro del padre. Io dicevo che Ermanno può fare qualunque lavoro, basta che lo renda felice, però sarebbe un sacrilegio non farlo studiare. II padre diceva: Be’, se facesse l’ingegnere al posto del manovale non mi dispiacerebbe, e la madre subito faceva una faccia come per dire: niente grilli per la testa, e allora io dicevo: Ermanno uno che se domani lo mettete in un cantiere, la settimana prossima capomastro, e il mese dopo capocantiere, e dopo un anno un magnate delle costruzioni, uno può fare tutti i lavori che vuole quando ha quella testa. E allora?, mi diceva la madre rasserenata da tutti questi successi immediati che le prospettavo. E allora io mi adagiavo sullo schienale e mi rammollivo tutto e mi sentivo dire con una voce molto suadente frasi come: Un muratore che conosce le leggi della fisica o che ha studiato Bach al conservatorio o che ha una laurea in astrofisica un muratore diverso, più felice, più consapevole, e la nostra società ha bisogno di muratori così, sapienti, laureati, svegli, curiosi, attivi, colti. Sì ma a che gli serve la laurea, incalzava la mamma, mentre il papi invece si scioglieva sempre di più. A niente, le dicevo io prendendole le mani e stringendogliele come avevo visto fare ai preti coraggio nei film di mafia, non serve a niente, signora: studiare è inutile, ma è proprio per questo che è così necessario.

L’indomani Ermanno non stato molto partecipe durante la lezione, per la prima volta sembrato distratto. Alla fine dell’ora venuto da me tutto corrucciato e mi ha chiesto: Scusi, ma me lo spiega perché devo fare per forza l’università?

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