ROSELLA BASIRICÒ Come cambiano i tempi

Ero entrata in classe già – stranamente – di umore non proprio lindissimo, probabilmente perché era caduto il governo la sera prima e già immaginavo come sarebbe stato il prossimo: sono pronta a scommettere che adesso Berlusconi sparirà per un paio di mesi per poi tornare sulla scena abbronzato da solarium, con la capigliatura bruna folta e lucida, con una velina sottobraccio – o sul ginocchio, se seduto – e magicamente più alto di una dozzina di centimetri. E ballando come Fred Astaire. Non ci credete? Oggi i laboratori di ricerca fanno miracoli, e il Cavaliere sa quali scegliere. Poi si ungerà un po’, camminerà sulle acque, e sarà pronto per le elezioni. Le ha stabilite per il 13 aprile. A ridosso del mio compleanno. Un ulteriore dispetto.
Insomma ero entrata in terza, la mia classe dell’anno scorso ai confini della realtà, che ero già un po’ sottotono.
Avevo assegnato, venerdi scorso, dopo aver sedato una rivolta popolare di proporzioni cubane capeggiata dal subcomandante Marcos di turno (un sub-alunno, dall’intelletto decisamente sub-sviluppato), da imparare a memoria “L’infinito” del nostro Leopardi.
Insomma, a me già alle elementari la maestra la faceva imparare a menadito.
Trascorsa una settimana dall’assegnazione del compito, oggi dovevo verificare se fosse andato a buon fine il mio patetico tentativo di riesumare i bei tempi andati in cui il genere umano riusciva a tenere a mente 15 endecasillabi.
Becco la prima, la velina della classe, pancia scopertissima, maglietta sotto il seno (tra parentesi, stamattina si moriva di freddo, ma lei no, aveva caldo evidentemente), pantaloni a vita non bassa ma praticamente ad altezza caviglie, per intenderci: “Non la so la poesia: c’era la verifica di storia e se imparavo la poesia poi non mi restava spazio nella memoria per le cose del compito”.
Ora, a parte che questa memoria da cardellino lascia quantomeno scioccati, ci si aspetterebbe che poi “le cose del compito di storia” siano almeno state assimilate: vi basti sapere che nel suo compito Garibaldi è sbarcato in Calabria.
Passo al secondo: “A’ professoré, nun la so ‘a poesia. ‘Sta robba triste a mme nun me dice gnente”.
L’ho preso come commento critico e sono andata avanti.
La terza esordisce fiera e sicura: “Mi è stato sempre molto caro questo solitario colle / che impedisce allo sguardo…” eccetera.
Scusa, cos’hai imparato? le chiedo. Non mi pare che Leopardi abbia scritto proprio così.
“Professorè, ho imparato a memoria la parafrasi, no?” risponde perfino un po’ piccata. “Leopardi scrive antico, come facevo a imparare quello che ha scritto lui?”.
Scrive anticoooo????????
Non so se il sangue mi stava iniziando a ribollire perché pensavo a Berlusconi in versione Fred Astaire, abbronzato e capellone stile Cugini di campagna, o se meditavo già di cambiare mestiere, al mio quinto anno di insegnamento.
Provo rassegnata con la quarta: “Quest’ermo colle sempre caro mi fu”.
Mi rincuoro un pochino, in fondo basta solo raddrizzare l’ordine delle parole: “Ma come, professorè, io l’ho imparata così, prima ho costruito l’ordine giusto e poi l’ho studiata”. Così veniva fuori anche: “Ma sedendo e mirando, io nel pensier mi fingo interminati spazi, sovrumani silenzi e profondissima quiete”.
Se non fosse che avevo voglia di scappare, avrei anche potuto apprezzare lo sforzo di ricostruzione sintattica del testo.
Invece avrei voluto emettere l’urlo di Tarzan e poi con una liana calarmi giù dalla finestra e andare a fare il concorso alle Poste.
I tempi sono decisamente cambiati.
Me ne ero già accorta quando ai primi di ottobre, parlando al ricevimento col papà tunisino di un ragazzo che definire rompicogl. e teppista è un francesismo ed un eufemismo, mi ero sentita dire dall’accorto genitore: “Che ci posso fare, professoressa, se mio figlio è così distratto e vivace, e sembra cattivo. È colpa delle compagnie sbandate che frequenta fuori dalla scuola. Da quando nel nostro palazzo e in quelli vicini, anni fa, sono arrivati tutti questi siciliani non ci sono più regole”.
Il tunisino che si lamenta dei siciliani???????????????
E io, impassibile: “Sa, io sono siciliana”.
Sbiancato come il dash, lui chiede con un filo di voce: “Ah!… di dove?”.
“Trapani”.
“Aaaaahhhhh, bella, bella Trapani!! Ci sono stato!”.
Immagino proprio di sì: in uno di quegli sbarchi al porto, al tempo mio del liceo, quando la città si riempiva settimanalmente di tunisini e da noi si diceva: “Questi tunisini! Da quando sono arrivati non ci sono più regole”.
Come cambiano i tempi!
ciao rosella

[4 febbraio 2008]

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