CLAUDIO LOLLI Classe IIB, il nostro amore è cominciato lì…

[da Quando suona la campanella. Racconti di scuola, a cura di Piero Castello e altri, manifestolibri, Roma 2006]

Da quest’anno c’è Marta, seduta in prima fila. Io e Isabella, l’insegnante di sostegno, abbiamo fatto un paio di riunioni per studiare il fascicolo che le scuole medie ci hanno consegnato, per cercare di capirci qualcosa con un grave sospetto: nonostante tutte le assicurazioni della Usl, del provveditorato, della stessa presidenza, temiamo, sappiamo che ci lasceranno soli a gestire il «problema». Soli e un po’ spaventati, abbiamo paura di non essere all’altezza della situazione. La sperimentazione pare importante. È la prima volta in regione che un Liceo «apre le porte» (qualcuno si è espresso così, ma non ricordo chi è stato) ad alunni portatori di handicap. Marta, accompagnata dalla madre, ha fatto un paio di incursioni l’anno scorso, una specie di inserimento. Delle volte, al sabato, me la trovavo in classe, in un banco appartato. Doveva vederci, ascoltarci, in qualche modo giudicarci. Il giudizio è stato positivo e così i suoi, due solidi, quasi troppo solidi padani, intellettuali e campagnoli e di sinistra, l’hanno iscritta. Da quest’anno c’è Marta, seduta in prima fila e si vede subito che ha voglia e bisogno, forse più voglia che bisogno, di qualcosa, ma capire di che cosa è un’altra questione. Marta ha avuto un’emorragia cerebrale postnatale, e questo le impedisce una completa padronanza di sé, il suo cervello non controlla tutto, e non si controlla del tutto. Marta deambula, anche se un po’ traballante; Marta scrive, anche se solo lettere grandi, in stampatello, con grafia incerta; Marta parla, sottovoce o quasi a voce alta, e non può fare a meno di mormorare quello che legge. Marta, quando rientra, sbatte violentemente la porta, ci guarda e sorride. Non sappiamo cosa fare con lei, questo vuoi dire che siamo pronti a partire.

Bastano un paio di mesi perché arrivino i primi problemi. Non sono, naturalmente, quelli che avevamo previsto. Noi insegnanti ci troviamo bene con lei. È sempre allegra, caricata. È quasi un sollievo vederla nelle mattine grigie, alle otto, con la sua inossidabile voglia di essere! È quasi un sollievo per noi che spesso ci abbandoniamo alla voglia contraria. Marta sa già a memoria tutto il rosa, rosae. Non sappiamo se serve né a cosa eventualmente serve, ma sappiamo che lei è contenta di infilare quelle sei brevi parole così simili in un ordine incomprensibile ma rituale, sacro, eternamente stabilito: quell’ordine è un limite in cui cerca di aderire e aderire, in fondo, significa stare attaccati a qualcosa, a una madre putativa che dà affetto e dignità, stima, autostima, mette in moto un circolo virtuoso. No, i primi problemi sono dei ragazzi, dei suoi compagni di classe, dei nostri studenti. Non la trattano male, magari! Non si può dire che la trattino bene. Dopo un po’ siamo costretti ad arrivare a una conclusione amara: non la trattano affatto, la tollerano con cortesia, sono troppo fragili per discutersi. Proviamo, con poca convinzione, a parlarne. Tutte le tecniche oratorie vengono saggiate. La reprimenda, la predica, il confronto amichevole, l’apriamoci e il discutiamone… Forse ci fermiamo in tempo, prima di fare dei danni. Durante l’intervallo, e anche nella gita scolastica a Rimini, alla mostra delle antichità cristiane, organizzata con piglio scoutistico dall’insegnante di religione, Marta è sempre sola, nessuno le offre una caramella né il braccio per scendere dal treno. Per disperazione ci ributtiamo sul latino e sulla matematica, almeno questo la diverte. E poi un giorno di fronte a «lupi» Marta dice, con quella voce un po’ gutturale, ma via via sempre più chiara: «Del lupo – comemento di specificazione». Lo sbaglierà altre mille volte, altre diecimila, sappiamo cos’è un limite. Forse siamo poco abituati a considerare i nostri.

Gli altri, cosa fare degli altri? Per un po’ non riesco a non disprezzarli. Ho sempre in bocca la rimozione, lo struzzo, la ricchezza dell’altro, del «diverso», la ragione dell’identità, la debolezza dell’indifferenza. Fino al pomeriggio del ricevimento generale dei genitori. Allora vedo da dove vengono i miei studenti, riconosco i loro tratti in quelli, invecchiati male, di chi li ha messi al mondo. Confronto la rozzezza del loro giovane parlare con quell’esibizione di tenace banalità, con la ricerca disperata del vuoto, del nulla, del successo e del denaro, che informa i loro genitori e penso: hanno già fatto molto, hanno già fatto troppo. Non posso fìngere: da queste famiglie, da queste chiusure vengono, da questo deserto; il fatto che siano ancora vivi, curiosi, che abbiano voglia di fare l’amore e di farsi scompigliare i capelli dal vento che frena i motorini, che pensino per due settimane a come organizzare un sabato pomeriggio, 17-19, e a come scansare un’interrogazione di storia greca, li rende sublimi. Mi lascerò andare al sentimento giusto che contrastavo dentro di me: benedetti, li amerò, come ho sempre fatto, come farò sempre finché starò in una scuola, come è giusto fare. Non è separandoli da Marta, nelle mie graduatorie di merito, che riuscirò ad unirli a lei. Sarà un amore critico, ma sempre amore. Le vacanze di Natale ci trovano così, stanchi, depressi e felici, con un punto di partenza. Sempre al punto di partenza. Ma il punto di arrivo fa parte di un modello precostituito che stiamo cercando di abbandonare.

La prima riunione del secondo quadrimestre è da urlo. Isabella presenta e spiega il p.e.p. di Marta agli esperti che cortesemente sorridono. Le declinazioni! I Promessi!. Le frasette in inglese! Dio, come dobbiamo sembrare carini! Lo psicologo della Usl alla fine, come nelle vecchie riunioni di partito, prende la parola per darci la linea, presumibilmente. La linea è che Marta non se ne fa un cazzo (traduco) di queste cose: dovrebbe imparare qualcosa di preciso (traduco: un gesto ripetitivo) per essere inserita nel mondo del lavoro (non c’è bisogno di traduzione).
Ma allora non capisco perché è partito il progetto: parcheggiarla qui un anno o due? Fare bella figura col capo? Una pubblicazione parauniversitaria? E il suo sviluppo emotivo? Non era questo il progetto? Pensano veramente che vogliamo insegnarle il latino? Gli illuministi opportunisti sorridono. Che possiamo sapere noi, che stiamo con Marta tutti i giorni mentre loro si massacrano di riunioni di questo tipo? Però mi alzo e me ne vado. Lo psicologo si lamenterà e mi hanno riferito che anche l’assistente sociale mi ha trovato un po’, ma solo un po’, per fortuna, maleducato. Per uscire devo passare davanti all’aula della nostra classe, la porta è aperta, la luce è accesa. C’è un banco in prima fila un po’ isolato da tutti gli altri. Maledizione, lo so. È il banco di Marta, anche quelle della Manutencoop ormai lo lasciano così.

Isabella non c’è oggi, faccio un’ora con Marta fuori classe, in biblioteca. Siamo noi due, soli; ogni tanto il professor bibliotecario fa un giretto, ci fa qualche domanda e se ne va. Dobbiamo leggere un capitolo dei Promessi, la prof. di sostegno ha preparato tutto. C’è un bel testo ridotto, ingrandito, con delle illustrazioni. Si rapisce Lucia, oggi. E allora mi viene in mente mio figlio, quando gli leggo le storie la sera, e imito le voci.
Quella cavernosa e volgare del Nibbio, quella chioccia e sottile di Lucia. Lucia che piange, urla e, come sempre, prega. Urla Marta, urla come Lucia! La prendo per il braccio, lei ride e urla, urla proprio come Lucia, anzi, meglio, molto meglio: perché Lucia piange e sviene; Marta invece ride e io non mi sono mai divertito tanto, con quel noioso romanzo, come oggi. Forse ho anche capito qualcosa. Quello che ci manca, qui, è il corpo. Vi sembrerà una sciocchezza, come essere senz’ombra sembrò all’inizio una sciocchezza a Peter Schlemihl, ma provate voi a vivere più di duecento mattine all’anno senza il vostro corpo. Se duecento mattine vi sembran poche.

«Gli oppressi/ sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli/ parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso/ credo di non sapere più di chi è la colpa». E sabato, siamo a fine aprile, tre ore di compito in classe di italiano. La prova principe è la prova più ambigua, più amata e più detestata. Non ci sono confini, poche regole: qualche sicurezza grammaticale. Altrimenti restano i rifondatori del «fuori tema». Piove. Non sapete quanto piove a Bologna e per quanti mesi il colore del cielo non ha una minima variazione dalle otto del mattino alle quattro del pomeriggio, quando se ne va altrove, per sua fortuna. Tra i titoli ho messo anche questa poesia di Fortini. Abbiamo parlato per una ventina di ore di poesia, nel modo più selvaggio e leggero possibile, per non farla odiare più di quanto già non lo sia. Certo, non di quella poesia, ma di poesia sì, abbiamo parlato. So bene che
Traducendo Brecht può essere considerato un testo difficile, ma non pretendo nulla, un commento, un commento qualsiasi. Possibile che quegli oppressi tranquilli e quegli oppressori cortesi non suggeriscano niente? Sì, certo che è possibile. Sono stanco, mi sono portato un libro di Francesco Remotti, Contro l’identità, ho letto le prime pagine in autobus e ho voglia di divorarlo. Ho voglia di considerare le tre ore del tema come tre mie ore libere; tre ore libere, che scrivano. «Nulla è sicuro, ma scrivi». Anche Marta deve scrivere; Isabella le ha preparato il suo tema sulle vacanze (è andata una settimana in Sud-Africa, con la mamma la nonna e il fratello; il padre, quel solido, quasi troppo solido intellettuale campagnolo emiliano di sinistra ha, per fortuna, paura di volare). Marta mi disturba: ogni cinque minuti mi chiama per controllare la grafia di una parola: «È giusta o no?», e io alla fine abbandono la lettura del mio saggio contro l’identità: mi conforta il fatto che facendolo, do ragione a quel titolo affascinante.
Così sto con Marta e giro tra i banchi, leggo qualche riga: nessuno ha scelto la poesia di Fortini come traccia del tema. Stanno scrivendo delle cosine carine su vari argomenti. Dio mio, stanno facendo dei temi! Me ne accorgo con la consueta disperazione.
Allora Marta mi chiama e mi chiede se «foca» va scritto con l’acca. Leggo. Marta è ancora in Sud-Africa. È andata a vedere non so quale promontorio in cui c’erano delle foche e vuole dire che la pelle delle foche faceva una gran «pussa». Tutti noi siamo lì a fare un tema e Marta è in vacanza in Sud-Africa, sente la spuma del mare che in barca le spruzza la faccia, sente ancora la puzza delle foche. Marta va a duecento all’ora. È partita e non ha meta. Noi cerchiamo di andare dal punto A al punto B nel minor tempo possibile, con il minor spreco di energia, seguendo una linea retta, sperando che suoni in fretta la terza campana. Qualcuno beve coca-cola, qualcuno sbocconcella una brioche. Forse non dovrei permetterlo. Scrivono lenti e pigri. So che leggerò le loro frasi disperatamente banali, quello che credono che si debba dire, scrivere in un tema. Lo fanno per me, in fondo, lo fanno per farmi contento. Marta lo fa per sé. Per essere felice. E questa è una differenza grande come il Sud-Africa, come tutta l’Africa e tutto il mondo, una distanza che non so davvero come colmare.

Marta non imparerà davvero il latino, né la matematica, né l’inglese, lo sappiamo tutti e soprattutto lo sa lei. Ma forse si innamorerà e questo lo farà esattamente come tutti gli altri suoi compagni di classe, e soffrirà e gioirà di questo come loro. Su questo non si può mentire. E preferisco, anche se non conto nulla, che lo faccia qui, dove lo fanno altri adolescenti che hanno una mente più rapida e più chiusa della sua, che hanno un’identità più definita e feroce e molto più fragile e aggressiva, che per sentirsi bene giocano ancora il gioco del sano e del malato, il gioco della guarigione infinita che Marta ha smesso di giocare da un pezzo.
Marta non imparerà mai davvero il latino, ma uno degli ultimi giorni di scuola ha letto «luporum» e ha detto: «Dei lupi – compemento di specicasione». Ci siamo messi tutti a ridere, poi lei ha aggiunto: «Genitivo, plurale».

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