Per una scuola media superiore unica e di massa fino a 18 anni

(Intervento della commissione scuola di Lotta continua, 1976)

Siamo per una scuola media superiore unica e di massa fino ai 18 anni, senza canali rigidamente separati al suo interno. Questo non significa escludere qualsiasi specializzazione, ma affermare che le specializzazioni devono essere opzioni nell’ambito della scuola unica, devono essere intercomunicanti (ogni scelta deve essere reversibile) e soprattutto non devono sfociare in titoli di studio diversi gerarchicamente differenziati. La formazione professionale specifica – e ogni tipo di aggiormento – la si può e la si deve acquisire direttamente sul posto di lavoro (a spese dei padroni e nell’orario di lavoro). Il rapporto teoria-pratica che risulta dalle esperienze di socialismo realizzato (Cina), da un lato, e, per altri versi, la nuova organizzazione del lavoro nel capitalismo, concorrono a mettere in crisi le concezioni tradizionali della professionalità e a metterne in luce il carattere ‘borghese’ (politico) e non oggettivo. La lotta per una scuola media superiore unica e di massa – caratterizzata da una formazione ‘generale’ legata a ti’esperienza e alle lotte dei lavoratori – si articola in alcuni obiettivi intermedi:
a) l’obbligo scolastico deve essere elevato fino al compimento del primo biennio unico della media superiore. Bisogna garantire a tutti dieci anni di scuola reali, abolendo le bocciature, realizzando il tempo pieno (con doppio organico di insegnanti) nelle elementari e nella media inferiore, potenziando il diritto allo studio e combattendo il lavoro minorile con l’aumento degli assegni familiari ai lavoratori coi figli in età scolare. Ogni scuola alternativa e contemporanea a questo primo biennio dell’obbligo (o al suo secondo anno) deve essere abolita. Vanno istituiti corsi ‘tipo 150 ore’ per il recupero del nuovo obbligo (il biennio)
b) il triennio successivo al primo biennio deve essere completamente unitario, con l’abolizione degli istituti professionali e simili. La prosecuzione degli studi dal biennio al triennio deve essere facilitata da stanziamenti per il diritto allo studio (presalario in base al reddito per i figli dei proletari). Tutte le ‘aree opzionali’ del triennio devono essere compresenti nello stesso edificio scolastico, o perlomeno nello stesso distretto. Dal triennio si deve poter accedere a tutte le facoltà universitarie. Al biennio e al triennio della media superiore devono essere strettamente legati corsi ‘tipo 150 ore’, sostitutivi delle attuali serali;
c) sulla strada dell’abolizione della formazione professionale come separata dallo studio e dal lavoro, i CFP (centri di formazione professionale) devono essere tutti pubblicizzati (anche attraverso requisizione) e gestiti socialmente, devono essere successivi e non alternativi al biennio e al triennio, con corsi brevi (non più di 6 mesi), dai quali si deve anche poter rientrare ai livelli superiori della scuola media. Più in generale vanno bloccati tutti i finanziamenti e le facilitazioni alle scuole private;
d) più che sostituire gli attuati «assi culturali» con un nuovo asse storico-scientifico-tecnologico e più che sbandierare un velleitario intreccio tra studio e lavoro, ci sembra qualificante h.iiiersi per ampliare al massimo i margini della cosiddetta «sperimentazione», cioè della libertà di modificare dal basso programmi e metodi di studio, sulla base delle esigenze e delle decisioni dei lavoratori e degli studenti. Gli esami conclusivi devono essere basati – come è stato conquistato dai corsisti delle 150 ore – sul programma effettivamente svolto, e tenuti da una commissione interna. In un ambito di liberalizzazione, democratizzazione e decentramento dell’organizzazione e dei contenuti dello studio è possibile far passare una impostazione collettiva e anti-selettiva del lavoro scolastico, e un rapporto stretto tra «sperimentazione» e realtà sociale, lotta di classe;
e) questo ‘programma’ comporta evidentemente un drastico aumento degli stanziamenti per l’edilizia scolastica; i servizi sociali, il diritto allo studio e un drastico aumento delle assunzioni del personale docente e non docente. È una scelta di «politica economica» pienamente legittima, e anzi positiva, dal punto di vista della gestione operaia della crisi. Risponde non solo alle esigenze immediate dei laureati disoccupati, dei corsisti dei corsi abilitanti, del personale precario della scuola; ma anche all’esigenza strategica di eliminare ogni corporativismo dalla categoria dei lavoratori della scuola, e di avere in essi un alleato compatto e forte del proletariato.
Siamo per una radicale modifica dei sistemi di reclutamento e del rapporto tra formazione e reclutamento. È la laurea che deve essere abilitante. Attraverso liste di collocamento – gestite socialmente, in primo luogo dai comitati dei laureati disoccupati, e con priorità diverse da quelle meritocratiche tradizionali – si accede direttamente al posto di lavoro. Ogni forma di precariato deve essere abolita. Ogni ulteriore formazione e aggiornamento deve avvenire sul lavoro;
f) una reale «gestione democratica» della scuola potrà essere garantita solo dagli organismi di potere del proletariato come classe dominante. In questa fase la lotta è per lo smantellamento del centralismo burocratico e gerarchico dell’apparato scolastico, per il decentramento e la democratizzazione delle decisioni, per un nuovo ruolo del preside (puro e semplice coordinatore) eletto dalie componenti scolastiche, per l’autonomia e la valorizzazione delle organizzazioni di massa degli studenti e dei lavoratori della scuola, per l’apertura della scuola e dei suoi organismi di potere alle organizzazioni dei lavoratori. Questo è ciò che intendiamo per «gestione sociale».

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